Principio onnicomprensività retribuzione dei dipendenti; i confini di un limite.

Il principio dell’onnicomprensività della retribuzione dei pubblici dipendenti costituisce un canone fondamentale considerato, tradizionalmente, corollario del dettato costituzionale recato dall’art. 98 comma 1 Costituzione, per cui: “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione“.

Come rammentato da costante giurisprudenza, poi (es. la recente pronuncia della Sezione Abruzzo n. 53/2017, esaminata di seguito), altri riferimenti normativi supportano la generale ricomprensione di ogni emolumento nel trattamento fondamentale ed accessorio dei lavoratori pubblici, ovvero:

– l’art. 53 comma 2 D. Lgs. 165/2001:, a norma del quale “Le pubbliche amministrazioni non possono conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non siano espressamente previsti o disciplinati da legge o altre fonti normative, o che non siano espressamente autorizzati.

– l’art. 45 comma 1 D. Lgs. 165/2001, per cui: “Il trattamento economico fondamentale ed accessorio ((fatto salvo quanto previsto all’articolo 40, commi 3-ter e 3-quater, e all’articolo 47-bis, comma 1,)) e’ definito dai contratti collettivi.”

A ben vedere, la lettura delle disposizioni costantemente assunte quali fondamento del principi di onnicomprensività, non sembra far emergere in maniera cristallina l’inderogabilità dei limiti del divieto, essendo tese, prima facie, a ribadire caratteristiche del rapporto  di lavoro pubblico (esclusività), regole sulle incompatibilità (generale divieto di incarichi ulteriori e comunque non autorizzati), ma non ad escludere esplicitamente la retribuibilità di ogni ulteriore incarico.

Le disposizioni richiamate sono state lungamente assunte, dalla giurisprudenza, proprio come fondanti un’accezione restrittiva delle possibilità, per i pubblici dipendenti, di ottenere incarichi remunerati all’interno della medesima amministrazione; la magistratura contabile è giunta a definire i doveri di ufficio di un dipendente parametro di riferimento dei confini della retribuzione, da valutarsi non solo con riferimento all’ufficio dove lo stesso è incardinato, ma anche in relazione alla qualifica posseduta e alle mansioni della stessa (Corte dei Conti Sicilia n. 180/2012).

L’interpretazione costante in senso rigido del principio, considerata l’apparente genericità del disposto normativo, sembra essere stata agevolata dalle misure di contenimento della spesa pubblica, come noto particolarmente stringenti in tema di spesa per il personale.

L’analisi normativa, oltre alle disposizioni viste, certamente non direttamente deponenti per la restrittività del principio, riporta due norme più immediatamente riconducibili al principio di onnicomprensività, l’una abrogata, peraltro, l’altra riferita alla sola categoria dei dirigenti, ovvero:

– l’art. 31 del D.P.R. 347/1983, che, disciplinando proprio il principio di onnicomprensività per il personale degli enti locali, disponeva “il divieto di corrispondere ai dipendenti, oltre a quanto specificamente previsto dall’accordo, ulteriori indennità, proventi o compensi dovuti a qualsiasi titolo in connessione con i compiti istituzionali attribuiti a ciascun dipendente“; sul punto del rapporto di connessione e della non rilevanza, ai fini dell’eventuale erogazione di compensi ulteriori, della competenza e dell’ufficio di assegnazione, intervenne, a conferma della generalità del principio, anche  il Consiglio di Stato, con sentenza 5449/2014. Tale disposizione, certamente esplicita, è stata espressamente abrogata dal D.L. 5/2012 (convertito nella L: 35/2012), dimostrando l’inequivoca intenzione del legislatore di eliminare dall’ordinamento una norma certamente discriminatoria (perché rivolta esclusivamente ai dipendenti enti locali) e certa sul punto dell’estrema “larghezza” del principio di onnicomprensività;

– l’art. 24 del D. Lgs. 165/2001, che, esclusivamente per il personale dirigente, dispone che “il trattamento economico…remunera tutte le funzioni ed i compiti attribuiti ai dirigenti in base a quanto previsto dal presente decreto, nonché qualsiasi incarico ad essi conferito in ragione del loro ufficio o comunque conferito dall’amministrazione preso cui prestano servizio o su designazione della stessa…”.

La breve rassegna normativa riportata manifesta quindi una declinazione del principio svolta principalmente su base interpretativa, invece che normativa testuale, perlomeno per il personale non dirigente, per il quale un divieto espresso, inequivoco e generalizzato non pare trovare fondamento testuale.

Del resto, il principio siffatto trova temperamenti, e deroghe normative espresse, addirittura anche per il personale dirigenziale.

Un esempio di deroga generale al principio è costituito dagli “incentivi per funzioni tecniche” disciplinati dall’art. 113 del vigente Codice Appalti (D. Lgs. 50/2016), che prevedono apposite risorse finanziarie, sia pur per funzioni tassativamente elencate (e da sottoporsi ad apposita disciplina regolamentare), comunque non ricomprese nei doveri di ufficio.

Ancora, un altro esempio è quello costituito dei chiarimenti interpretativi pubblicati dal M.I.U.R. il 28 marzo 2017; a proposito di attività connesse ai progetti di alternanza scuola lavoro (legge 107/2015), il Ministero conferma la non ineluttabilità del principio, prevedendo che le attività aggiuntive:

– per i D.S.G.A. (personale non dirigenziale) possano essere retribuite, sia pur ricorrendo determinante caratteristiche e se svolte al di fuori dell’orario di lavoro, prefigurando la scelta del lavoratore tra il pagamento o il recupero orario;

– per i dirigenti, vedano operare la generale portata del principio di onnicomprensività (a prescindere dal caso di specie) che tuttavia, alla luce di quanto previsto dal C.C.N.L. Scuola comparto dirigenti, può essere derogato qualora si tratti di compensi di natura obbligatoria che, in quanto tali, sfuggono alle regole dell’art. 24 sopra visto e consentono la retribuzione per incarichi aggiuntivi anche dei dirigenti.

Alla luce di questa breve ricostruzione, che dimostra che non sussistono preclusioni assolute ed esplicite alla retribuibilità di incarichi aggiuntivi per i dipendenti pubblici, e che tali preclusioni, laddove esplicitate, vigono in particolar modo per i dirigenti e sono suscettibili anch’esse di deroghe ed eccezioni, sembrerebbe il momento di ripensare un divieto che ha trovato generale e indiscriminata applicazione nel comparto del pubblico impiego.

Un possibile cambio di rotta lo indica, come sopra accennato, proprio la Corte dei Conti; con il parere n. 53/2017 della sezione di controllo per l’Abruzzo, la magistratura contabile giunge ad affermare che “Deve ritenersi, in sostanza, che per la generalità dei pubblici dipendenti (che non rivestano qualifica dirigenziale) il principio di onnicomprensività operi in modo più attenuato, atteso che, ai sensi degli articoli 2, comma 3, e 45, comma 1, del d.lgs. 165/2001, permane sempre l’obbligo di definire il complesso della remunerazione (fondamentale e accessoria) agli stessi spettante nella contrattazione collettiva o, in talune ipotesi, in quella individuale. Tuttavia, per i soggetti non dirigenti, tale vincolo concerne solo gli incarichi, espletati nella medesima amministrazione e compresi nel rapporto contrattuale ad essi applicabile, e non tutti quelli per cui il conferimento o la designazione siano operate dalla struttura di riferimento ovvero in ragione della qualifica rivestita all’interno di esse. Per tali ultimi incarichi l’ordinamento non preclude di norma ai dipendenti che non rivestano posizione dirigenziale l’attribuzione di un compenso”.

Sembra opportuno quindi, alla luce di quanto descritto, che le pubbliche amministrazioni abbandonino ogni ipotesi restrittiva in senso assoluto in tema di retribuibilità di incarichi ulteriori ai propri dipendenti, e che, soprattutto, venga operata una netta distinzione tra personale dirigente e non dirigente; nei confronti di quest’ultimo, sarà necessario porre particolare attenzione alla motivazione della eventuale operatività del principio di onnicomprensività, non essendo sufficienti generici riferimento alla onnicomprensività della retribuzione o a rapporti di connessione tra attività ulteriore e qualifica rivestita.

E’ consigliabile, al fine di evitare qualsivoglia forma di contenzioso, dimostrare con scrupolo nelle assegnazioni di incarichi (specie per i personale non dirigente) la ricomprensione degli stessi nel rapporto contrattuale, qualora si reputi operante il canone dell’onnicomprensività, definendo i limiti del rapporto stesso a prescindere dal ruolo o qualifica rivestita.

 

 

I furbetti dei giornaletti

Poco più di un anno fa, con questo articolo, (seguito da questo) si tentava di smontare con dati precisi le ricostruzioni fantasiose e le martellanti notizie tese ad attaccare il pubblico impiego per finalità varie ed intuibili. A distanza di più di un anno, ha raggiunto i sette anni il blocco contrattuale del settore pubblico (otto per alcuni comparti), e i quasi due anni la dichiarazione di illegittimità da parte della Corte Costituzionale di detto blocco (rarissimo caso di illegittimità costituzionale senza esito alcuno, bisognerebbe studiarselo questo precedente); ciò nonostante, anzi forse a causa di, la campagna mediatica si è resa più virulenta, incessante, condotta da centurie armate di share più che di competenze giuridiche, da telecamere portate a spalla da qualche stagista di tivù private prima ancora che dagli organi inquirenti, e da una informazione che si conferma, considerato il livello di totale sconnessione dalla realtà, forse il problema principale di questo Paese. Per punti, di seguito, una breve ricognizione delle fandonie degli ultimi giorni, con indicazione dei dati di fatto. I furbetti del week end La scorsa settimana, noti organi di stampa, probabilmente a corto di furbetti freschi di giornata nonostante le telecamere piazzate ormai in ogni dove, e esaurite le canoniche metodiche da servetti della notizia per cui la stessa vicenda viene rilanciata più volte come fosse nuova (apertura indagini-rinvio a giudizio-condanna-provvedimento espulsivo sullo stesso caso=quattro news furbetti al posto di uno), hanno cominciato a martellare con la stessa notizia, perlopiù scopiazzata dalla medesima fonte, data la sincronia degli argomenti e delle parole usate. Il roboante annuncio preparava ad una “stretta” ( i termini quelli sono, è inutile cercarne altri, stretta, giro di vite, furbetti, storico gap…) sui furbetti del week-end, ovvero tutti quei dipendenti pubblici che, COME NOTO, si ammalano di lunedì e venerdì per profittare del week end lungo, creando allarme sociale, fenomeni deflattivi, rischi per l’ordine pubblico, e aizzando talmente l’opinione pubblica tanto da dover preannunciare l’intervento della Ministra in persona, che “avrebbe” stilato (attenzione perché le fonti sono fumose e non istituzionali) una sorta di decalogo per punire i comportamenti malsani, tra cui, ad esempio, proprio le malattie nei giorni descritti. Ora, se un fenomeno allarma, quanto meno lo stesso, a rigor di correttezza, dovrebbe essere spiegato, dovrebbe dimostrarsi cioè se esso riguarda solo il pubblico, di quanto riguarda solo i dipendenti pubblici rispetto ai privati, e se i numeri delle assenze sono così evidentemente superiori rispetto ai giorni restanti della settimana. Lapalissiano. Bene. Anzitutto, il bravo dubbioso, il laureato all’università non della vita cerca le fonti istituzionali, dapprima il sito web del Ministero semplificazione, per verificare se sia stata la Ministra a dar miccia alle polveri del redde rationem, a preannunciare (come sarebbe normale) le misure draconiane, i decaloghi, le normative future. Ebbene, l’home page del sito istituzionale, invece, ci accoglie in prima pagina con una notizia risalente al primo dicembre, che preannuncia l’accordo sul rinnovo dei contratti a 7/8 anni (dipende dal comparti) dal blocco. Come noto, ricordiamo per inciso, il referendum costituzionale si è svolto dopo tre giorni, e quell’accordo rimane colà, come il fazzoletto di rubabandiera, quale mero annuncio non seguito da fatto alcuno. A parte la direttiva (6 righe) che ricorda alle amministrazioni pubbliche di far allattare le mamme, scaturita dal fatto che una SPA come Poste Italiane non l’ha fatto fare (mentre le amministrazioni pubbliche si adeguano con le salette dell’allattamento), poco altro. Appurato che non risultano intervenuti comunicati ufficiali, bisogna scandagliare le fonti che hanno lanciato l’allarme. La fonte primigenia del clamore pare risiedere in questa notizia dell’Ansa datata 27 gennaio ore 14.46; la stessa informa, dapprima, su un prossimo decreto di riforma che abbraccerà vari temi, fra tutti “un focus sarà dedicato proprio a contrastare i ‘furbetti’ del weekend, che saltano ripetutamente il lunedì e il venerdì“, per poi andare a riportare i numeri dell’ultimo conto annuale della Ragioneria dello Stato sulle assenze in generale (da cui risulta, peraltro, UN DECREMENTO DELLE ASSENZE dei dipendenti pubblici). Né dalla notizia né dal conto annuale si traggono lumi sui dati relativi alle assenze “ripetute” del lunedì e del venerdì, né tantomeno si sa del paragone con le assenze dei dipendenti privati, di cui del resto la Ragioneria dello Stato nel conto annuale non si occupa; ciò non esime, tuttavia, la Redazione Ansa a lanciare la frecciata, tre giorni dopo, per cui, relativamente alle assenze per malattia, “per recuperare lo storico gap con il privato c’è probabilmente ancora strada da fare“. Da queste affermazioni, in parte apodittiche e non suffragate da adeguata documentazione, discendono le notizie riportate sull’home page dei principali giornali italiani, che, nel non approfondire una virgola sui dati da cui discendono le affermazioni, rivelano un imbarazzante quanto evidente conformità di giudizio, espresso financo con gli stessi termini: di “musica che cambia” (visto il periodo sanremese), proprio a proposito dei furbetti del week end, parla la Rai, pagata anche coi soldi dei furbetti per scrivere che il pubblico impiego marca visita nel week end (che poi nel week end non si lavora, ma và a guardare il capello, forse intendevano dire di venerdì, chissà), come fa qui sulla scia dei maggiori organi di informazione. Di seguito, sempre preannunciando misure draconiane contro quell’evidente dato di fatto di assenze principalmente abusate a ridosso del week end, una piccola rassegna del divario nell’utilizzo dei dipendenti pubblici, rispetto ai privati, dell’istituto della malattia: ecco a voi lo storico gap di Repubblica, lo storico gap de il Fatto quotidiano, lo storico gap di Sky TG24, lo storico gap di TGcom. Parimenti, i link riportati stigmatizzano quel fenomeno, COME NOTO E ARCINOTO, delle assenze reiterate in prossimità del week end, come fa con virulenza (è solo un esempio) il Corriere nel suo decalogo sui licenziamenti, parlando apertamente del lunedì e venerdì dei furbetti del week end qui. Ritenendo inutile continuare a linkare storici gap e sontuosi copia-incolla, che lanciano la notizia del furbetto del week end e dello storico gap ma riportano, in realtà, solo i dati della Ragioneria generale, che non analizzano i singoli giorni di assenza nel il paragone col settore privato, proviamo a trovare qualche fonte che suffraghi le vergogne italiche sì unanimemente denunciate. Bisogna attrezzarsi, allora, per cercare le notizie che, istituzionalmente, possano aiutarci per scovare il furbetto dalla sua tana truffaldina, e far emergere il problema per quello che è: la dimostrazione che l’impiegato pubblico, il lunedì e il venerdì, si dà secco, con numeri vergognosi, tanto da meritarsi gogna, decaloghi, minacce di licenziamento, comparsate fisse da Del Debbio con tribunale del popolo degli artigiani, stock di 3 puntate dell’Arena, di un centinaio di commenti al giorno del popolo del web. Non è difficile; l’INPS, carrozzone pubblico come gli altri non si sa perché recentemente (come un anno fa, due anni fa, tre anni fa…) rispolverato come simbolo dell’efficienza in quanto dovrebbe subentrare alla ASL per andare a visitare il furbetto appestato, tutti gli anni pubblica la “Certificazione di malattia dipendenti privati e pubblici“, poiché gestisce la certificazione telematica di tutti i lavoratori dipendenti,  e a questo link riporta, in versione sintetica, i dati relativi all’anno 2015 tratti dalle certificazioni mediche di tutti i dipendenti, pubblici e privati. In sintesi Per quanto riguarda i furbetti del week end nel premettere che le assenze (meglio, le certificazioni prodotte) del lunedì possono essere superiori al resto dei giorni perché sommano gli eventi patologici del sabato e  della domenica (quando non si lavora e quindi non si manda il certificato, non è difficile, con uno sforzo ci si arriva), è utile riportare quanto limpidamente riportato a pagina 5/6, per cui (maiuscolo):

  • PER QUANTO RIGUARDA IL LUNEDI’, NEL 2015 NEL SETTORE PRIVATO IL 30,5% DEI CERTIFICATI E’ STATO PRESENTATO DI LUNEDI’, CONTRO IL 27,6% DEL SETTORE PUBBLICO;
  • PER QUANTO RIGUARDA IL VENERDI’, IL SETTORE PUBBLICO SI “AMMALA” SEMPRE MENO DEL PRIVATO, MA ANCHE MENO IN ASSOLUTO, NEL SENSO CHE IL VENERDI’ E’ IL GIORNO IN CUI CI SI AMMALA MENO RISPETTO AGLI ALTRI GIORNI DELLA SETTIMANA.

Corollario: non solo non esiste alcun fenomeno dei furbetti del week end, ma è il contrario. A ridosso del fine settimana, ci si ammala molto di più nel privato che nel pubblico. Il venerdì, per entrambi i settori, è il giorno in cui ci si ammala meno in assoluto. L’ipotetica abitudine ad ammalarsi di più a ridosso del week end è una solenne bufala per quanto riguarda il venerdì; per quanto riguarda il lunedì, giornata in cui i certificati di una giornata ordinaria vanno considerati moltiplicati per tre come sopra visto, ci si ammala molto di più nel privato che nel pubblico. Per quanto riguarda lo storico gap

  • LA DURATA MEDIA DEL COMPLESSO DEGLI EVENTI DI MALATTIA (PAG. 7) E’ MAGGIORE NEL PRIVATO CHE NEL PUBBLICO, OVVERO 18,4 CONTRO 17,6.

Corollario: i giorni di assenza per malattia come durata media sono superiori nel privato che nel pubblico. Lo storico gap è una notizia falsa. Una ultima cosa, senza sconfessare nessuno, che tanto nessuno ne parla. Nel silenzio di Del Debbio e di Giletti, continuano, settimanalmente, a partire dipendenti comunali di molti comuni italiani, per supporto alle attività tecniche e amministrative nei comuni in difficoltà per gli eventi sismici di questi mesi. Senza indennità, col contrato bloccato da 8 anni, senza essere invitati sul palco di Sanremo, nel silenzio più totale, lasciano famiglie e bambini e vanno. Chissà, lì sotto le tende e in mezzo alle neve, dove lo timbrano il cartellino.                  

Permessi legge 104/92 per i conviventi: il silenzio di Inps e Funzione Pubblica

Come si ricorderà, con la sentenza n. 213 del settembre 2016 la Corte Costituzionale ha riconosciuto anche ai conviventi (a pochi mesi dalla legittimazione normativa delle unioni civili di cui alla Legge 76/2016, e a prescindere da questo inquadramento normativo) la possibilità di fruire dei permessi retribuiti per assistere persone in condizione di disabilità grave.

Il riconoscimento è avvenuto con sentenza additiva, pronuncia che, per la dottrina dominante, riconosce implicitamente quanto previsto nello stesso ordinamento, attraverso una estensione obbligata delle norme già previste dal legislatore; in questo caso, anche ai lavoratori dipendenti pubblici o privati conviventi con persone che necessitano di assistenza si applicherebbero i benefici previsti dall’art. 33 della legge 104/1992.

A distanza di qualche mese dalla pronuncia, sarebbe interessante sapere quanti datori di lavoro, pubblici e privati, abbiano dato luogo all’applicazione concreta dell’estensione, oppure, come sembra più probabile, si rimanga ancora in attesa di qualche nota di chiarimento.

Già, perché in questi tempi di linee guida, circolari che sostituiscono le leggi, sentenze dal valore para-normativo, contratti collettivi che latitano da quasi un decennio senza alcuna integrazione ancora solo normativa, è diventato quasi impossibile per chiunque gestisca il personale, in particolare nel pubblico impiego, districarsi, anche quando si posseggano competenze giuridiche.

La sentenza della Consulta non può essere ignorata infatti, e chiunque si trovi in condizione di fruire del beneficio ben potrebbe rivendicare la pronuncia additiva, che non fa che interpretare la legge in maniera estensiva. È però improbabile che singoli operatori del diritto applichino senza indicazioni del legislatore, o note di chiarimento istituzionali, una estensione di un istituto dai sicuri riflessi economici; eppure, sul punto, sembrano silenti gli auspicati interventi dell’INPS o del Dipartimento Funzione Pubblica (anzi, per quanto riguarda quest’ultimo, si deve notare come il sito web istituzionale riporti quale ultima circolare pubblicata una risalente addirittura al novembre 2015!).

Si potrà obiettare che le circolari non sostituiscono le leggi, come da giurisprudenza consolidata della Corte di Cassazione, ma questi sono tempi in cui le leggi latitano a favore dei decreti, le linee guida, sconosciute all’impianto costituzionale, dettano norme dal valore più o meno implicito di legge ordinaria, ed interventi di singoli funzionari addirittura interpretano le leggi negando l’applicazione a singoli settori, come ci ricorda l’annosa questione dei congedi obbligatori per lavoratori padri, riconosciuti dalla c.d. legge “Fornero” a tutti i lavoratori dipendenti, ed esclusi, per volontà di due dirigenti della Funzione Pubblica e dell’INPS, per i dipendenti pubblici, nel silenzio generale e ormai da anni.

In questa confusione di fonti del diritto, di norme sopravvenute contrastanti tra loro, di integrazioni postume e avvisi di rettifica, a colpi di pareri che sembrano stilettate tra Consiglio di Stato e Governo, di riforme bocciate dalla Corte Costituzionale, occorrerebbe una nuova stagione di riscoperta di regole, competenze, rispetto e riconoscimento dei ruoli.

Confidiamo nel 2017.

pubblicato su Sinergie di Scuola

Trasparenza e Anticorruzione per le scuole

La questione degli obblighi degli istituti scolastici relativamente alle materie dell’Anticorruzione e della Trasparenza desta continuo interesse per le modifiche normative cui è stata sottoposta, e le diversificate interpretazioni svolte in sede istituzionale.

Recentemente, con il D.Lgs. 97/2016, è stato modificato il D. Lgs. 33/2013, art. 14, nel senso di prevedere la pubblicazione dei dati patrimoniali, precedentemente riservata ai soli dati degli organi politici, anche nei confronti dei dirigenti.

La previsione ha destato perplessità, sia per il contenuto che per le modalità di adempimento, in sede sindacale e non solo; con nota del 15 dicembre l’A.N.P. ha chiesto informazioni apposite all’A.N.A.C.

Proprio l’A.N.A.C., nella giornata del 20 dicembre, ha posto in consultazione lo schema di Linee guida recante indicazioni su detti adempimenti (altri schemi riguardanti gli adempimenti in tema di trasparenza e accesso vico sono stati posti in consultazione nelle ultime settimane).

È necessario rammentare che tali Linee guida non rivestono carattere normativo (come le Linee Guida previste come vincolanti dal D. Lgs. 50/2016) ma di indirizzo, e che le stesse sono comunque operative dopo la pubblicazione. Lo schema che interviene a proposito dell’articolo 14 del decreto trasparenza è posto in consultazione fino al 12 gennaio 2017; è quindi evidente che il documento non potrà considerarsi operativo perlomeno fino alle metà di gennaio prossimo.

Nel consigliare la lettura del documento, che interviene su un tema di grande interesse per le amministrazioni scolastiche e non solo, si specifica che lo stesso, comunque, conferma la disposizione che esige la pubblicazione dei dati patrimoniali anche dei dirigenti, sulla sezione Amministrazione Trasparente delle singole amministrazioni, e contestualmente prevede che per i “nuovi” obblighi recati dall’art. 14 il termine per provvedere sia il 31 marzo 2017.

Poiché sul punto sono intervenute anche delle note operative degli U.S.R. (vedi ad esempio Friuli Venezia Giulia), che consigliano una posizione attendista, e vista la previsione (anche se ancora non operativa) che consente di procrastinare l’adempimento dell’obbligo, è consigliabile attendere le indicazioni degli U.S.R. che sicuramente sul punto interverranno a breve.

Si consiglia, infine, la nota di lettura dello Schema ANAC pubblicata dall’ANP (Associazione Nazionale Presidi), valevole per i dipendenti degli istituti scolastici.

Pubblicato su Sinergie di Scuola

Il nuovo anno del pubblico impiego

Nel maggio del 2016 la Corte dei Conti ha redatto l’annuale Relazione sul lavoro pubblico, documento che, tradizionalmente, è connotato da due caratteristiche: quello di fotografare con scrupolo e dovizia di dati certi la situazione, non solo contabile, dei più di 3 milioni di lavoratori che costituiscono l’ossatura dello Stato, e quella di essere, sistematicamente, ignorata dai media nazionali, e non solo.

In un Paese che preferisce i fatti di cronaca spicciola all’approfondimento, l’analisi del pubblico impiego condotta dagli studi di confederazioni di artigiani invece che da magistrati dello Stato, le vicende dei cartellini marcatempo di alcuni in luogo di indagini su andamento, problemi e produttività della macchina amministrativa della Nazione, l’analisi della Corte è un faro che dovrebbe guidare l’azione politica di riforma, anzitutto, ma anche offrire spunti di osservazione utilissimi per ogni lavoratore pubblico.

Dall’indagine svolta dalla Corte emergono infatti numerosi elementi interessanti, non solo dal punto di vista contabile. Viene illustrato come, anzitutto, i tanti anni di contenimento della spesa per il lavoro pubblico abbiano prodotto un calo complessivo della spesa stessa ben superiore alle attese (con un risparmio nettamente superiore rispetto a quanto preventivato), sia per il blocco di ogni progressione economica sia per le severe misure di contenimento del turn over; e come le misure restrittive abbiano posto l’Italia tra i paesi più virtuosi per rapporto tra PIL e spese lavoro dipendenti, e perfettamente in linea con altri per rapporto tra dipendenti pubblici e popolazione.

Di converso, il drastico calo del personale (per la scuola quasi del 9% tra 2008 e 2014), è una delle concause per cui l’Italia, in disparte delle chiacchiere da talk show o delle invettive livorose dei commentatori del web, riscontra un forte rischio in termini di efficienza del lavoro pubblico, per le conseguenze ovvie delle stesse misure: dall’invecchiamento della popolazione dipendente (per esempio, i cinquantenni ministeriali sono circa la metà dei dipendenti, mentre negli altri paesi industrializzati la medesima categoria si colloca al di sotto del 30%), alla preparazione dei dipendenti (la laurea risulta ancora poco richiesta per l’accesso all’impiego pubblico rispetto agli altri paesi), che sconta anche il fenomeno dello “skillmismatch”, ovvero del divario tra titolo di studio posseduto da chi ricopre una funzione e quello effettivamente richiesto.

La più grave conseguenza, quella più evidente approfondita dalla relazione, è che la somma degli elencati e altri fattori denota scarsa attenzione al personale e ad incentivi economici, a detrimento, come ovvio, dell’efficienza, della produttività, della professionalità. Dei servizi resi alla collettività, in poche parole.

L’amara realtà che emerge dalla relazione, di cui consigliamo la lettura, offre uno sguardo amaro sul lavoro pubblico, le cui soluzioni non possono prescindere, come raccomandato dalla stessa Corte Costituzionale ormai ben più di un anno fa, da una rinnovata stagione contrattuale sia normativa che economica, che riscopra la dignità e valorizzi la professionalità di chi lavora con impegno, quotidianamente, nonostante le difficoltà.

Che questo sia l’anno del cambiamento dovrebbe essere l’augurio di tutti.

pubblicato su Sinergie di scuola

Il privato è pubblico. Cronaca di un fatto personale e rischio macchia d’olio.

Scrivo oggi di un caso personale, che racconto approfittando della minima visibilità del sito sia per lasciar traccia di un problema potenzialmente di grandi dimensioni e di notevole rischio sociale, sia per invogliare tutti ad informarsi, in tutti i modi possibili, della propria posizione.

Parlo di quella contributiva, gestita oggi, in virtù di accorpamenti successivi, quasi esclusivamente dall’INPS.

Questo racconto ha inizio qualche anno fa, quando decisi di richiedere il PIN INPS, ovvero quel codice che permette di accedere ai servizi del sito per via telematica; all’inizio, essendo allora il mio ente di riferimento l’INPDAP, quel codice mi serviva per regolare i rapporti con la colf, poi, causa estenuanti sedute burocratiche per regolare detti rapporti (rammento un giorno di ferie perso presso una sede INPS concluso in un buco nell’acqua, dopo ore tre di fila, causa mancanza di personale addetto) e causa blocco contrattuale incidente gravosamente sul reddito personale, quel rapporto è venuto meno, e così la mia relazione con detto sito web e relativo Istituto.

Negli anni, moltiplicatesi le notizie minacciose sul proprio futuro pensionistico, decido di riprendere le fila del mio rapporto telematico, e di richiedere il mirabolante PIN dispositivo, che consente di accedere ad ulteriori funzioni rispetto alle ordinarie, quali anche quella che interessava a me, ovvero la ricongiunzione di contributi precedentemente versati in vari enti di previdenza.

Superato lo scoramento nell’apprendere di dover pagare chissà quanto detta ricongiunzione (quando si tratta di contributi che necessariamente lo Stato ti obbligava a versare presso vari Enti, e io ne annovero tre perché sempre le cose più difficili senza colpa mi capitano), cerco di procedere nell’accedere ai servizi, incontrando nei giorni difficoltà continue e sconfortanti, dal tenore talora umoristico quale quella (opportunamente salvata) che ti blocca i servizi perché “la tua mail risulta compatibile con quella inserita nel sistema”. Temendo che, qualora fosse stata detta mail viceversa incompatibile, mi sarebbe arrivata la notifica della cancellazione netta di 17 anni di anzianità, vado avanti; meglio, tento di andare avanti perché il mio sistema ha un browser troppo vecchio (rispetto al loro che riconosce come strano il fatto che gli indirizzi mail siano correttamente inseriti) per consentire di inoltrare la domanda.

Così, nell’attesa di scaricare le ultimissime versioni, mi viene la balzana idea di controllare il mio estratto conto contributivo, ovvero quel documento che attesta tutti i contributi versati dal datore di lavoro nella tua esistenza lavorativa. Detto documento per la scrivente consta appunto di vari estratti, relativi a diverse (oggi confluite nell’INPS) gestioni contributive, per lavori svolti nel settore privato (durante il periodo infra e post universitario, che noi “fannulloni” modestamente ci siamo sempre fatti il mazzo pure quando non possedevamo la summa maxima della professionalità acquisita, ovvero il cartellino) e nel settore pubblico.

Constatato che il settore privato, più o meno e scavando nei meandri dei ricordi di gioventù, corrisponde alla realtà (menzione d’onore alla Fininvest oggi Mediaset precisa come un orologio), la constatazione amara arriva dalla verifica della certificazione dei contributi pubblici, settore nel quale lavoro ininterrottamente da (aiuto) dalla bellezza di 16 anni e 8 mesi, i quali corrispondono ad un montepremi finale di mesi 200 ad oggi.

Ebbene, la lettura del freddo documento, accessibile dopo una serie di passaggi, blocchi, ripartenze dal via senza 20 euro e messaggi che neanche il Principe di Persia, fa emergere l’amara realtà versione INPS: dal mio estratto conto mancano la bellezza di mesi 24, ovvero due anni di lavoro ininterrotto, svolto per la pubblica amministrazione, spariti, puff, tamquam non esset.

Cercando di mantenere la calma e ripartendo dal via, aggirando blocchi, messaggi e bla bla bla, tempo due giorni riesco ad inoltrare per ogni anno incongruente (i buchi riguardano un periodo intercorrente tra il 1999 e il 2016) le singole segnalazioni al sito dell’INPS, il quale le raccoglie (certe volte fa finta, dice spiacente c’è stato un errore poi verifichi e ti ha segnato tre diversi protocolli), le protocolla e le definisce in lavorazione, rimandando ad un indefinibile buco spazio-temporale la definizione della faccenda.

Dimentico, per un momento, l’esistenza di un responsabile di procedimento e un tempo procedimentale obbligatorio, faccio finta che la legge valga solo per me.

Nel frattempo, verifico che un vecchio estratto conto cartaceo del 2010, richiesto in un trip momentaneo da sindrome contributiva, riportava anche i periodi omessi per la quasi generalità dei buchi contributivi attuali (non esprimendosi sui più recenti in quanto, appunto, risalente al 2010).

Quindi: il datore di lavoro li ha comunicati i contributi, poi il sito INPS, che ingloba l’INPDAP dal 2012, com’è come non è, non li riporta più.

Il giorno dopo chiamo il call center INPS, quello che da anni, come per la gran parte delle strutture pubbliche e private, sostituisce ogni forma di rapporto con i lavoratori pubblici con lo schermo di poveretti costretti a sorbirsi contumelie in cambio di deresponsabilizzazione e precarietà.

La gentile e simpatica signora che mi risponde, alle mie rimostranze e richieste di informazioni, risponde:

* Che i fenomeni di omissione contributiva sull’estratto conto possono capitare (con quale frequenza statistica non lo può sapere lei chiaramente);

* Che l’estratto conto INPS reperibile dal sito web è solo informativo, mentre quello che fa fede è quello ufficiale;

* Alla ovvia richiesta dell’utente sul “come faccio a richiedere quello ufficiale”, informa che lo stesso può essere richiesto solo quando si va in pensione;

* Alla conseguente richiesta dell’utente “allora può esistere un certificato informativo falso che ti accompagna per tutta la vita lavorativa e uno vero che ti mantengono tipo sorpresa quando vai in pensione? “ E come fai a controllare allora?”, entrando in empatia con la richiedente, risponde che di solito quelli finali sono giusti;

* Alla sospettosa richiesta dell’utente sul “perché quello di anni fa è corretto e poi vengono tolti i dati?” risponde che gli stessi vengono aggiornati in continuazione. La motivazione per cui vengono tolti dati giusti, nel corso degli anni, ed eliminati ovviamente al ribasso è ignota.

* Alla richiesta delle richieste, ovvero “e se domani facendo tutti gli scongiuri possibili mi piglia un colpo la pensione di reversibilità come me la calcolano? Chi controlla i calcoli essendo l’unica beneficiaria al momento mia figlia di anni nove?” definitivamente capisce che sono simpatica, e indica come unica strada possibile e corretta quella già percorsa, ovvero le singole segnalazioni.

Questi i fatti, a titolo di sfogo, riassumibili in un’amara consapevolezza: gli estratti conto INPS potrebbero saltare interi anni di contribuzione, anche in casi di lavoro per lo Stato a tempo indeterminato (così a lume di naso ipotesi più semplici da verificare e difficilmente “occultabili”).

Le modalità per la correzione dei dati sono indefinite nel tempo e non consentono di individuare referenti diretti.

Non c’è bisogno che vi si indichi quale danno gigantesco (di questi tempi) potrebbe provocare sulla vita vostra e dei vostri familiari ricevere una pensione anni dopo oppure consistentemente più bassa del dovuto.

Ora i consigli, a titolo informativo, che  invito a divulgare il più possibile:

* Armatevi di santissima pazienza, chiedete il PIN all’INPS, rimboccatevi le maniche, resiste ad ogni tentativo di blocco, manutenzione, messaggio di errore (esempio, nel momento in cui scrivo il messaggio è questo Error 500: javax.servlet.ServletException: it.inpdap.common.exceptions.InpdapException), domande su chi sei, un fiorino, inserimento di mail che non vale perché corrisponde, e cercate di ottenere il vostro estratto contributivo.

* Controllate che siano inseriti i dati esatti, e fate domanda di rettifica per ogni anno che dovesse risultare incompleto. Salvatevi e stampatevi ogni ricevuta, protocollata, di richiesta.

* Controllate ogni mese l’estratto conto contributivo.

* Tenete una cartellina con tutti i dati stampati e le singole richieste, e indicate ai vostri familiari dove la lasciate (dopo una sonora grattata agli zebedei et similia ad ogni eventuale ripetizione dell’operazione).

In bocca al lupo, e attenzione.

Divieto monetizzazione ferie: la Corte Costituzionale conferma la prassi amministrativa

La Corte Costituzionale interviene sul tema dibattutto della monetizzazione delle ferie con una recentissima pronuncia, e lo fa stabilendo l’infondatezza della questione, confermando la normativa vigente ma, a parere di chi scrive, lasciando aperta la porta dei dubbi e delle incertezze.

Il tema del divieto di monetizzazione delle ferie è stato più volte oggetto di interpretazioni e interventi tesi a tentare di evitare le conseguenze rischiose di un divieto normativo assolutamente netto e preciso

E’ opportuno ripercorrere la vicenda, che muove dall’intervento del decreto c.d. “spending review”, (D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012), che all’art. 5 comma 8 espressamente dispone:

8. Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nonche’ delle autorita’ indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le societa’ e la borsa (Consob), sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilita’, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di eta’. Eventuali disposizioni normative e contrattuali piu’ favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile. Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attivita’ didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui e’ consentito al personale in questione di fruire delle ferie.

Un divieto che non ammette repliche, diremmo, ed intepretazioni difformi.

La vicenda, tuttavia, poteva fin da subito assumere dei rilievi di rilevante impatto, essendo le ferie un diritto garantito dalla Costituzione (dall’art. 36 comma 3), dall’ordinamento comunitario (direttiva CE 2003/88, Corte di Giustizia Europea 2009 e 2012 sul diritto all’indennità sostitutiva in caso di mancata fruizione).

Il legislatore italiano, negli anni ormai trascorsi dal decreto citato, è stato per lo più silente ed impermeabile a qualsiasi istanza, specie proveniente dal mondo scolastico (laddove il divieto di monetizzazione ha fin da subito creato notevoli problemi in relazione al pagamento delle ferie del personale precario che, per motivazioni palesi, maturava ferie non fruibili nella maggior parte dei casi; la fattispecie è stata solo parzialmente risolta dalla modifica successiva dell’articolo).

Diversamente, l’interpretazione, amministrativa e giurisprudenziale, ha effettuato delle ricostruzioni contrastanti con il tenore cristallino della legge, sulla base delle quali moltissime amministrazioni, non timorose dell’esplicito richiamo alla responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti responsabili delle violazioni al divieto, avranno continuato ad erogare indennità per ferie non godute.

Negli anni, è a questo punto opportuno ricordarlo, la vicenda:

 – è stata  ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere, n. 20 dell’11 novembre 2013, propende  per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti. Il parere si conforma all’interpretazione della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), ed è orientato ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, come visto, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende, in maniera simile ai pareri amministrativi riportati, per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

 – è stata affrontata, anche se solo in via incidentale, dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato). E’ molto strano, si nota per inciso, che la Corte Costituzionale, posta a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente, in qualche modo di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.

Tali interpretazioni, tuttavia, paiono discutibili non solo a fronte dell’inequivoco dettato normativo, ma anche nel merito. In alcuni casi, infatti, per accettare la tesi estensiva proposta, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano (art. 2109 codice civile).

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Pareri e sentenze, è opportuno ricordarlo nuovamente, nel sistema delle fonti del diritto italiano non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.

Ebbene, nel 2015, diremmo finalmente, ad opera del giudice Conte del Tribunale di Roma, la situazione si riapre in un ottica finalmente maggiormente conforme al sistema delle fonti del nostro ordinamento giuridico.

Con l’ordinanza 193 del 2015, il giudice del lavoro rimanda la questione, per sospetta incostituzionalità, alla Corte Costituzionale, ritenendo le interpretazioni ministeriali sopra citate (non vengono riportate le letture della Corte dei Conti) per quello che sono, delle semplici interpretazioni affatto vincolanti per gli operatori del diritto, e peraltro, sbagliate nel merito, poiché palesemente contrastanti con il dettato normativo.

E’ da ritenersi, si nota per inciso, del tutto fondato il sospetto di incostituzionalità della norma in questione, ma è  legittimo domandarsi a questo punto quali saranno le interpretazioni degli operatori del diritto, di quei dirigenti che, basandosi su un’interpretazione ministeriale, hanno liquidato ferie non fruite, pur nel palese richiamo a precise responsabilità in caso di inottempreanza al divieto. A questo punto infatti non ci sono solo un dettato normativo, pur inequivoco, ed interpretazioni e pareri (sia pur istituzionali) difformi, ma interpretazioni giurisprudenziali che confutano apertamente le interpretazioni estensive.

La confusione del nostro ordinamento, come evidenzia questo singolare caso ma anche altri (clamorosa le negazione del congedo del lavoratori padre dipendente pubblico, consentita dalla legge ma di fatto negata da due interpretazioni di due funzionari ministeriali, della Funzione Pubblica e dell’INPS), è sempre più palese, ed il rischio per le attività decisionali delle figure di vertice delle amministrazioni altissimo.

Finalmente, oggi con la sentenza della Corte Costituzionale 95/2016 si può introdurre un punto fermo nella vicenda.

La sentenza in esame ritiene infondata la questione, poiché la legge, correttamente interpretata, è conforme alla Costituzione; la stessa muove dal punto che proprio il legislatore correla “il divieto di corrispondere trattamenti sostitutivi a fattispecie in cui la cessazione del rapporto di lavoro è riconducibile a una scelta o un comportamento del lavoratore (dimissioni, risoluzione) o ad eventi (mobilità, pensionamento, raggiungimento dei limiti di età) che comunque consentano di pianificare per tempo la fruizione delle ferie e adi attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al periodo di godimento delle ferie“.

La Consulta quindi, rammentando che proprio la prassi amministrativa e la magistratura contabile convergono “nell’escludere dall’ambito applicativo del divieto le vicende estintitve del raporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore e la capacità organizzativa del datore di lavoro” giunge a considerare non fondata la questione proprio reinterpretando la norma e ritenendola, con siffatta lettura, conforme a questione.

Il caso sembrerebbe a questo punto chiuso, essendo l’interpretazione ormai conforme suffragata dal sigillo più auterevole, quello della Corte Costituzionale.

Ci si consenta, tuttavia, qualche considerazione critica, sopra accennata.

La Corte esamina con la pronuncia in questione diremmo solo una parte del testo normativo, dimenticando che lo stesso, con inequivocabile chiarezza, dispone che i trattamenti sostitutivi sono “VIETATI IN OGNI CASO” e lo sono “ANCHE” nei casi che si connettono ad una interruzione del rapporto di lavoro connessa alla volontà del lavoratore; quindi in tutti i casi (con previsione di specifica responsabilità in caso di violazione) non si possono, dice la legge, pagare le ferie residue, anche in quelli che l’interpretazione ormai indiscutibile considera come unici. Inoltre, la Corte   espressamente ritiene fondato il divieto laddove il lavoratore e il datore di lavoro avrebbero potuto, con idonea programmazione, evitare il “cumulo” di ferie residue; ebbene, il caso già accenato del preavviso non consente in alcun modo di programmare la fruizione, poiché è la legge stessa che VIETA la fruizione delle ferie durante il periodo di preavviuso (che può arrivare anche a corrispoindere a periodi di svariati mesi).

Infine, che il giudice supremo della legittimità costituzionale argomenti le proprie conclusioni citando la conforme prassi amministrativa lascia quantomeno sconcertati.

Il rischio concreto che si corre con queste interpretazioni discutibili è che la difficoltà di applicazione di leggi fatte male possa essere aggirata con applicazioni spegiudicate, e non con interventi, assolutamente necessari, che dettino la retta via della normazione equilibrata ed equa.

Per chi ha studiato e studia diritto con passione, il rischio , in un momento estremamente complesso per il diritto, l’individuazione della gerarchia delle fonti e il districarsi in un’attività diremmo “creativa” del legislatore”, è considerare la Consulta, quella che era un faro per gli operatori del diritto, un lumicino.

 

 

 

 

Incarichi dirigenziali esterni negli enti locali: nuovi limiti dalla Sezione Autonomie

La Sezione Autonomie della Corte di Conti ha enunciato recentemente un principio di diritto in un tema dibattuto come le assunzioni di dirigenti esterni (a tempo determinato e senza previo concorso pubblico) da parte degli enti locali,  la cui portata è piuttosto restrittiva.

Rammentiamo preliminarmente che la pronuncia, sia per l’autorità da cui proviene che per la tipizzazione della fattispecie assume un ruolo più che privilegiato rispetto agli “ordinari” pareri delle sezioni di controllo.

Il principio, contenuto nella deliberazione n. 14 del 15 aprile 2016,  così dispone: “Le spese riferite agli incarichi dirigenziali conferiti ex art. 110, primo comma, del decreto legislativo n. 267 del 2000 devono essere computate ai fini del rispetto del limite di cui all’art. 9, comma 28, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito con modificazioni dalla legge n. 122 del 2010”.

Il limite di cui trattasi, riportato dal citato comma 28, consiste nel rispetto del 50% delle spese sostenute nell’anno 2009 per personale a tempo determinato o in collaborazione, a partire dall’anno 2011.

Ciò che rileva come momento di innovazione è che il principio ribalta il precedente, sullo stesso punto emanato dalla medesima Sezione Autonomie con deliberazione 12/2012, che, al contrario, sosteneva che gli incarichi dirigenziali a tempo determinato conferibili dagli enti locali ai sensi dell’art. 110 D. Lgs. 267/2000 fossero sottratti dalla disciplina restrittiva recata dall’art. 9 comma 28 d.l. 78/2010.

La Sezione Autonomie argomenta questo deciso cambio di rotta partendo dal presupposto che la disciplina recata per gli enti locali dal T.U.E.L. (d.lgs. 267/2000) può assumere delle connotazioni di specialità, del resto tenuti in debito conto dalla precedente pronuncia del 2012, che tuttavia non confluiscono necessariamente in una  deroga rispetto alla normativa generale; la Corte evidenzia che “la finalità propria della norma speciale non è…produrre effetti deroganti, bensì quella di interagire con la materia di carattere generale” e che anche nel caso della dirigenza locale a termine la disciplina è sì speciale, talora anche derogatoria, ma tale aspetto non può spingersi a impattare con principi di carattere generale ribaditi anche dalla Corte Costituzionale. Viene evidenziato, a tale proposito, l’intervento della Consulta contenuto nella sentenza n. 173/2012 (successiva alla deliberazione n. 12 della sezione Autonomie) a proposito dei limiti recati dall’art. 9 citato, che ribadisce che lo stesso “pone un obiettivo generale di contenimento della spesa” proprio rispetto a quel personale che collabora con le pubbliche amministrazioni con contratti diversi da quelli a tempo indeterminato.

Viene evidenziato un altro punto a favore dell’applicabilità del regime ordinario, corrispondente alla classica regola interpretativa definita nel brocardo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit“; l’art. 9 citato, prosegue la Corte, prevede delle deroghe al limite del 50% (per l’ipotesi di amministrazioni in regola con gli altri obblighi di riduzione di cui alla legge 296/2006 art. 1 commi 557 e 562) , che dimostrano che se deroghe sono possibili e previste, parimenti il silenzio del legislatore in ordine ad altre discipline derogatorie non deve ritenersi possibile.

Il pronunciamento restrittivo siffatto certamente pone delle limitazioni ulteriori alle possibilità di assumere dirigenti esterni negli enti locali; questo ulteriore limite, alla vigilia del rinnovo degli organi di governo locali nelle maggiori città italiane, potra’ comportare notevoli effetti sulla diffusa (e criticata) abitudine di privilegiare, da parte delle nuove amministrazioni, il personale esterno.

Quel piccolo esempio di discriminazione dimenticato

L’art. 4 comma 24, lettera a) della legge c.d. Fornero, che oggi sembra preistoria (n. 92 del 2012), aveva previsto una misura di favore per tutti i lavoratori dipendenti, oltre alle agevolazioni economiche per le madri lavoratrici (lettera b), ovvero quello per cui i lavoratori padri hanno il diritto ad un giorno di permesso retribuito di congedo obbligatorio per la nascita del figlio, e quello di fruire di ulteriori due giorni, sempre retribuiti al 100%, in sostituzione dei giorni concessi alla madre.

Con un parere reso ad un ente del 2013 il Dipartimento Funzione Pubblica (che non vi possiamo linkare perché il nuovo sito del Ministero contiene molte fotografie, ma rende estremamente difficoltoso ritrovare pareri e circolari), ritenne non direttamente applicabile la misura ai dipendenti pubblici, riferendosi sia al congedo del lavoratore padre sia alle misure di sostegno economico per la madre lavoratrice (lett. a e b del citato art. 4).

Eppure la legge si riferiva proprio, indistintamente, “al padre lavoratore dipendente”, prevedendo che quelle norme fossero destinate “al fine di sostenere la genitorialita’, promuovendo una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro…”.

La norma, per inciso, non escludeva affatto i lavoratori padri dipendenti pubblici, prevedendo interventi di armonizzazione del Ministro per la pubblica amministrazione solo laddove la legge non disponesse espressamente (quindi non in questo caso, ci sembra), rimanendo fermi, per le amministrazioni pubbliche, i principi e i criteri della stessa, sempre e comunque.

Detto parere di risposta ad un Comune, in riferimento al congedo del lavoratore padre, venne immediatamente recepito dalla circolare INPS n. 40/2013.

Ad oggi, per quanto riguarda le misure di sostegno per le lavoratrici madri, un decreto congiunto del 2014 ha esteso la misura anche alle lavoratrici madri dipendenti pubbliche.

Il congedo per i lavoratori padri, poi, è stato esteso sperimentalmente anche al 2016 dalla legge di Stabilità n. 208/2015, art. 1 comma 205.

Non risultano, invece, interventi che riguardino i dipendenti pubblici padri; anzi, la pagina del sito web istituzionale INPS continua a sostenere l’esclusione dal beneficio di questi lavoratori.

In sede di commento, continuiamo a sostenere che un’interpretazione ministeriale (non del ministro, ma di singoli funzionari, come in questo caso), per di più resa ad una amministrazione e neanche recepito in una circolare ministeriale non possa mai arrivare a sconfessare una disposizione di legge inequivoca; occorrerebbe, per avere giustizia di questa discriminazione, che qualche lavoratore padre impugnasse il provvedimento negativo di concessione del beneficio dinanzi ad un organo di giustizia amministrativa per ottenere una pronuncia sul punto.

Nel silenzio più totale, anche delle forze sindacali che nel pubblico impiego sembrano latitare, proporzionalmente e direttamente insieme agli anni senza contratto, questa dimenticanza diventa discriminazione a sfavore delle famiglie con dipendenti pubblici, bambini compresi.

E assurge, suo malgrado, ad illuminante esempio di un certo rovesciamento del sistema delle fonti del diritto così come lo abbiamo studiato.

Chissà se qualche testo universitario, trattando proprio della gerarchia delle fonti del diritto, parlerà mai di quel caso in cui su una disposizione di legge, nel 2013, due funzionari pubblici decisero l’interpretazione escludendo una categoria di lavoratori, senza clamore alcuno.

Pubblicato sui Sinergie di Scuola

In attesa dell’ennesima rivoluzione della PA

Forse la prossima settimana saranno finalmente pubblicati i decreti legislativi di riforma della pubblica amministrazione italiana.

I decreti, preannunciati con enfasi dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Pubblica Amministrazione e posti in ovvio risalto dai media nazionali, affronteranno finalmente gli endemici mali della pubblica amministrazione, dalla revisione organica e sistematica della babele legislativa che ha rallentato, negli anni, in maniera inverosimile i procedimenti amministrativi e affaticato oltremodo la vita dei cittadini, allo sblocco delle carriere (paralizzate per anni) dei dipendenti, per riconoscere finalmente il giusto valore (proprio come avviene nel privato) a chi lavora meglio, a chi produce di più, a chi innova e sperimenta ad esclusivo beneficio del servizio pubblico e del cittadino.

Nella pubblica amministrazione entrerà la tanto attesa meritocrazia!

Particolare rilievo verrà riservato ai numerosi studi prodotti dalla Corte dei Conti e dall’ARAN, che da anni certificano come la riduzione del personale pubblico abbia prodotto una contrazione dei servizi pubblici, e come il blocco del turn over abbia creato una platea di personale pubblico nei numeri agli ultimi posti in Europa, ma nei primi come anzianità anagrafica.

Il vento del rinnovamento non potrà che passare anche da una rinnovo della contrattazione pubblica, come del resto imposto ormai da un anno dalla Corte Costituzionale, che adegui gli stipendi bloccati da anni al costo della vita e, dal punto di vista normativo, aggiorni normative pattizie desuete alle leggi e alle sentenze negli anni di blocco contrattuale intervenuti”.

……..

Scusate, abbiamo voluto sognare, e adoperarci in un esercizio di stile. Il suo contrario potrebbe invece essere questo.

“I decreti, preannunciati con enfasi dai vertici governativi e dai media, che riformeranno dalle basi la Pubblica Amministrazione italiana sono attesi per questa settimana.

I testi saranno incentrati sul perno fondante della pubblica amministrazione, ovvero sul cartellino marcapresenze, elemento simbolo della professionalità e dell’efficienza di un’intera classe di lavoratori.

Particolare attesa si riscontra per la scelta del legislatore sul momento dal quale scatteranno le fatidiche 48 ore per l’obbligo di licenziamento, se esse cioè saranno computate dalla messa in onda delle “Iene” o di “Piazza pulita”, o dalla flagranza di reato attestata dal dirigente che, invece di lavorare, magari sarà tenuto a posizionarsi direttamente davanti ai lettori del badge.

Il termine “licenziare” verrà sostituito dal più efficace “cacciare”, forse poco attento alla dignità dei lavoratori ma sicuramente più affine ai gusti degli organi di stampa.

Il monitoraggio sull’andamento dell’ossatura dello Stato, ovvero i suoi lavoratori, a seguito dell’entrata in vigore delle nuove norme, sarà affidato a report mensili diramati dal sindacato degli artigiani, la CGIA di Mestre, mentre i periodici e articolati studi della Corte dei Conti saranno riservati all’approfondimento solipsistico di qualche barboso secchione”.

A voi la scelta sullo scenario più verosimile.

E l’obbligo morale (si afferma senza alcuna ironia), prima ancora che contrattuale, di lavorare con correttezza, rispetto, efficienza, onestà.

Pubblicato su Sinergie di scuola