Bugie dell’informazione e incapacità politica, sulla pelle dei bambini. L’assurdo caso dei bambini di serie B.

L’informazione tutta di questi giorni, oltre a soffermarsi con la consuetà ossessività su un tema ricorrente negli ultimi anni, ovvero le vicende giudiziarie di un signore ottantenne, ha innalzato servili lai entusiastici di fronte alla notizia dell’eliminazione di una delle più retrive discriminazioni della nostra legislazione: la differenza tra figli naturali e figli legittimi.

Il Governo lo ha annunciato con una conferenza stampa e comunicati istituzionali, al grido di “Figli e basta”, ad evidenziare una riforma di sicuro impatto sociale ed evidente “umanità”, diremmo. La notizia è stata ripresa con enfasi dai maggiori quotidiani nazionali, da Repubblica al Corriere, con il rilievo che si deve ad una vera innovazione normativa di grande importanza per migliaia di famiglie e di bambini.

Innovazione probabilmente dalle caratteristiche eccezionali del rinnovarsi, sempre uguale a se stessa dal punto di vista politico e informativo, ma mai con risvolti pratici, perché nella realtà quotidiana si è continuato a considerare un bastardello il figlio nato fuori dal matrimonio.

Infatti, già nel 2007, ovvero sei anni fa, come riporta l’archivio del quotidiano Repubblica  si titolava “Da oggi i bambini sono tutti uguali“, e come fossero tutti uguali ce lo spiegavano le inossidabili Bindi Rosy e Finocchiaro Anna, anche su TGcom, tanto per riportare un’altra fonte.

Trattavasi, nel caso di allora, di colossali panzane giornalistiche: il Governo aveva approvato un disegno di legge, che aveva bisogno della approvazione delle Camere che non ci fu, probabilmente perché si era occupati ad impegnarsi delle vicende giudiziarie di un signore allora quasi ottuagenario.

Nonostante i proclami falsi, i bambini nati fuori dal matrimonio continuavano a non essere considerati eredi dei propri parenti o a richiare di essere sbattuti in istituto in caso di morte dei genitori, fino a che, miracolo dell’epoca del Governo Monti che ha visto un Parlamento quasi completamente esautorato dei propri poteri, nel dicembre 2012 il Parlamento si ricordò di esistere, e venne approvata la legge 219.

Tale legge, in vigore dal 1 gennaio 2013, già interviene operativamente sul codice civile, eliminando le discriminazioni più evidenti e delegando il Governo a dettagliare (con decreto legislativo, quindi, ricordiamoci questo termine) con norme specifiche qualsiasi residuale discriminazione normativa superstite.

Giustamente, anche nel 2012 la notizia fu salutata, come nel 2007, con entusiasmo: dal Sole24ore (che parla di abolizione della distinzione) al solito Repubblica (mai più figli e figliastri) a Libero quotidiano (figli naturali uguali ai legittimi), a moltissimi altri.

Siamo al terzo episodio della stessa puntata: cos’è cambiato ieri, visto che per la terza volta in 6 anni si parla della stessa cosa come di assoluta novità? E’ successo, probabilmente, che il Governo ha emanato, con decreto legislativo e sulla base della delega conferita con la legge 219, le norme di dettaglio già indicate dal Parlamento, strombazzate come meritorio stravolgimento del miserrimo dato di fatto medievale ma in realtà mera applicazione del dettato della precedente legislatura.

Il cerchio sembrerebbe a questo punto chiuso, fatta la tara delle bugie, degli enormi ritardi e dell’ennesima conferma dell’attendibilità e precisione dell’informazione italiana. Se non fosse che, come enunciato nella conferenza stampa sopra riportata per bocca di Enrico Letta, e riportato pedissequamente da molti organi di informazione, il testo deve ancora passare per il Parlamento.

Piccola annotazione di diritto costituzionale livello base: il decreto legislativo, a differenza del decreto legge, non deve essere approvato successivamente dal Parlamento, poiché promana dalla volontà del Parlamento stesso espressa con la legge delega. C’è una sola eccezione, riportata dall’art. 14 della legge 400/1988, ovvero il caso della delega che ecceda i i due anni, che necessita di apposito parere delle Camere.

La delega contenuta nella legge 219 non eccede i due anni (parla di 12 mesi), inoltre la disciplina governativa è intervenuta a 7 mesi dall’entrata in vigore della legge stessa, quindi non è questo il caso, unico, che giustificherebbe il rinvio alle Camere.

Perché allora, come dice la legge 400 il decreto non entra immediatamente in vigore e viene inviato alle Camere e non al Presidente della Repubblica, come dovrebbe essere?

In effetti, sarebbe materia di apporfondimento giornalistico, sapere perché una norma impugnata come vessillo da anni dai mestieranti della politica con la complicità dell’informazione pressoché tutta, stenta così tanto, nella realtà, a decollare.

Se non fosse che ci sono emergenze nazionali ben più gravi. Come le ventennali vicende giudiziarie di un ottuagenario.

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