I furbetti dei giornaletti

Poco più di un anno fa, con questo articolo, (seguito da questo) si tentava di smontare con dati precisi le ricostruzioni fantasiose e le martellanti notizie tese ad attaccare il pubblico impiego per finalità varie ed intuibili. A distanza di più di un anno, ha raggiunto i sette anni il blocco contrattuale del settore pubblico (otto per alcuni comparti), e i quasi due anni la dichiarazione di illegittimità da parte della Corte Costituzionale di detto blocco (rarissimo caso di illegittimità costituzionale senza esito alcuno, bisognerebbe studiarselo questo precedente); ciò nonostante, anzi forse a causa di, la campagna mediatica si è resa più virulenta, incessante, condotta da centurie armate di share più che di competenze giuridiche, da telecamere portate a spalla da qualche stagista di tivù private prima ancora che dagli organi inquirenti, e da una informazione che si conferma, considerato il livello di totale sconnessione dalla realtà, forse il problema principale di questo Paese. Per punti, di seguito, una breve ricognizione delle fandonie degli ultimi giorni, con indicazione dei dati di fatto. I furbetti del week end La scorsa settimana, noti organi di stampa, probabilmente a corto di furbetti freschi di giornata nonostante le telecamere piazzate ormai in ogni dove, e esaurite le canoniche metodiche da servetti della notizia per cui la stessa vicenda viene rilanciata più volte come fosse nuova (apertura indagini-rinvio a giudizio-condanna-provvedimento espulsivo sullo stesso caso=quattro news furbetti al posto di uno), hanno cominciato a martellare con la stessa notizia, perlopiù scopiazzata dalla medesima fonte, data la sincronia degli argomenti e delle parole usate. Il roboante annuncio preparava ad una “stretta” ( i termini quelli sono, è inutile cercarne altri, stretta, giro di vite, furbetti, storico gap…) sui furbetti del week-end, ovvero tutti quei dipendenti pubblici che, COME NOTO, si ammalano di lunedì e venerdì per profittare del week end lungo, creando allarme sociale, fenomeni deflattivi, rischi per l’ordine pubblico, e aizzando talmente l’opinione pubblica tanto da dover preannunciare l’intervento della Ministra in persona, che “avrebbe” stilato (attenzione perché le fonti sono fumose e non istituzionali) una sorta di decalogo per punire i comportamenti malsani, tra cui, ad esempio, proprio le malattie nei giorni descritti. Ora, se un fenomeno allarma, quanto meno lo stesso, a rigor di correttezza, dovrebbe essere spiegato, dovrebbe dimostrarsi cioè se esso riguarda solo il pubblico, di quanto riguarda solo i dipendenti pubblici rispetto ai privati, e se i numeri delle assenze sono così evidentemente superiori rispetto ai giorni restanti della settimana. Lapalissiano. Bene. Anzitutto, il bravo dubbioso, il laureato all’università non della vita cerca le fonti istituzionali, dapprima il sito web del Ministero semplificazione, per verificare se sia stata la Ministra a dar miccia alle polveri del redde rationem, a preannunciare (come sarebbe normale) le misure draconiane, i decaloghi, le normative future. Ebbene, l’home page del sito istituzionale, invece, ci accoglie in prima pagina con una notizia risalente al primo dicembre, che preannuncia l’accordo sul rinnovo dei contratti a 7/8 anni (dipende dal comparti) dal blocco. Come noto, ricordiamo per inciso, il referendum costituzionale si è svolto dopo tre giorni, e quell’accordo rimane colà, come il fazzoletto di rubabandiera, quale mero annuncio non seguito da fatto alcuno. A parte la direttiva (6 righe) che ricorda alle amministrazioni pubbliche di far allattare le mamme, scaturita dal fatto che una SPA come Poste Italiane non l’ha fatto fare (mentre le amministrazioni pubbliche si adeguano con le salette dell’allattamento), poco altro. Appurato che non risultano intervenuti comunicati ufficiali, bisogna scandagliare le fonti che hanno lanciato l’allarme. La fonte primigenia del clamore pare risiedere in questa notizia dell’Ansa datata 27 gennaio ore 14.46; la stessa informa, dapprima, su un prossimo decreto di riforma che abbraccerà vari temi, fra tutti “un focus sarà dedicato proprio a contrastare i ‘furbetti’ del weekend, che saltano ripetutamente il lunedì e il venerdì“, per poi andare a riportare i numeri dell’ultimo conto annuale della Ragioneria dello Stato sulle assenze in generale (da cui risulta, peraltro, UN DECREMENTO DELLE ASSENZE dei dipendenti pubblici). Né dalla notizia né dal conto annuale si traggono lumi sui dati relativi alle assenze “ripetute” del lunedì e del venerdì, né tantomeno si sa del paragone con le assenze dei dipendenti privati, di cui del resto la Ragioneria dello Stato nel conto annuale non si occupa; ciò non esime, tuttavia, la Redazione Ansa a lanciare la frecciata, tre giorni dopo, per cui, relativamente alle assenze per malattia, “per recuperare lo storico gap con il privato c’è probabilmente ancora strada da fare“. Da queste affermazioni, in parte apodittiche e non suffragate da adeguata documentazione, discendono le notizie riportate sull’home page dei principali giornali italiani, che, nel non approfondire una virgola sui dati da cui discendono le affermazioni, rivelano un imbarazzante quanto evidente conformità di giudizio, espresso financo con gli stessi termini: di “musica che cambia” (visto il periodo sanremese), proprio a proposito dei furbetti del week end, parla la Rai, pagata anche coi soldi dei furbetti per scrivere che il pubblico impiego marca visita nel week end (che poi nel week end non si lavora, ma và a guardare il capello, forse intendevano dire di venerdì, chissà), come fa qui sulla scia dei maggiori organi di informazione. Di seguito, sempre preannunciando misure draconiane contro quell’evidente dato di fatto di assenze principalmente abusate a ridosso del week end, una piccola rassegna del divario nell’utilizzo dei dipendenti pubblici, rispetto ai privati, dell’istituto della malattia: ecco a voi lo storico gap di Repubblica, lo storico gap de il Fatto quotidiano, lo storico gap di Sky TG24, lo storico gap di TGcom. Parimenti, i link riportati stigmatizzano quel fenomeno, COME NOTO E ARCINOTO, delle assenze reiterate in prossimità del week end, come fa con virulenza (è solo un esempio) il Corriere nel suo decalogo sui licenziamenti, parlando apertamente del lunedì e venerdì dei furbetti del week end qui. Ritenendo inutile continuare a linkare storici gap e sontuosi copia-incolla, che lanciano la notizia del furbetto del week end e dello storico gap ma riportano, in realtà, solo i dati della Ragioneria generale, che non analizzano i singoli giorni di assenza nel il paragone col settore privato, proviamo a trovare qualche fonte che suffraghi le vergogne italiche sì unanimemente denunciate. Bisogna attrezzarsi, allora, per cercare le notizie che, istituzionalmente, possano aiutarci per scovare il furbetto dalla sua tana truffaldina, e far emergere il problema per quello che è: la dimostrazione che l’impiegato pubblico, il lunedì e il venerdì, si dà secco, con numeri vergognosi, tanto da meritarsi gogna, decaloghi, minacce di licenziamento, comparsate fisse da Del Debbio con tribunale del popolo degli artigiani, stock di 3 puntate dell’Arena, di un centinaio di commenti al giorno del popolo del web. Non è difficile; l’INPS, carrozzone pubblico come gli altri non si sa perché recentemente (come un anno fa, due anni fa, tre anni fa…) rispolverato come simbolo dell’efficienza in quanto dovrebbe subentrare alla ASL per andare a visitare il furbetto appestato, tutti gli anni pubblica la “Certificazione di malattia dipendenti privati e pubblici“, poiché gestisce la certificazione telematica di tutti i lavoratori dipendenti,  e a questo link riporta, in versione sintetica, i dati relativi all’anno 2015 tratti dalle certificazioni mediche di tutti i dipendenti, pubblici e privati. In sintesi Per quanto riguarda i furbetti del week end nel premettere che le assenze (meglio, le certificazioni prodotte) del lunedì possono essere superiori al resto dei giorni perché sommano gli eventi patologici del sabato e  della domenica (quando non si lavora e quindi non si manda il certificato, non è difficile, con uno sforzo ci si arriva), è utile riportare quanto limpidamente riportato a pagina 5/6, per cui (maiuscolo):

  • PER QUANTO RIGUARDA IL LUNEDI’, NEL 2015 NEL SETTORE PRIVATO IL 30,5% DEI CERTIFICATI E’ STATO PRESENTATO DI LUNEDI’, CONTRO IL 27,6% DEL SETTORE PUBBLICO;
  • PER QUANTO RIGUARDA IL VENERDI’, IL SETTORE PUBBLICO SI “AMMALA” SEMPRE MENO DEL PRIVATO, MA ANCHE MENO IN ASSOLUTO, NEL SENSO CHE IL VENERDI’ E’ IL GIORNO IN CUI CI SI AMMALA MENO RISPETTO AGLI ALTRI GIORNI DELLA SETTIMANA.

Corollario: non solo non esiste alcun fenomeno dei furbetti del week end, ma è il contrario. A ridosso del fine settimana, ci si ammala molto di più nel privato che nel pubblico. Il venerdì, per entrambi i settori, è il giorno in cui ci si ammala meno in assoluto. L’ipotetica abitudine ad ammalarsi di più a ridosso del week end è una solenne bufala per quanto riguarda il venerdì; per quanto riguarda il lunedì, giornata in cui i certificati di una giornata ordinaria vanno considerati moltiplicati per tre come sopra visto, ci si ammala molto di più nel privato che nel pubblico. Per quanto riguarda lo storico gap

  • LA DURATA MEDIA DEL COMPLESSO DEGLI EVENTI DI MALATTIA (PAG. 7) E’ MAGGIORE NEL PRIVATO CHE NEL PUBBLICO, OVVERO 18,4 CONTRO 17,6.

Corollario: i giorni di assenza per malattia come durata media sono superiori nel privato che nel pubblico. Lo storico gap è una notizia falsa. Una ultima cosa, senza sconfessare nessuno, che tanto nessuno ne parla. Nel silenzio di Del Debbio e di Giletti, continuano, settimanalmente, a partire dipendenti comunali di molti comuni italiani, per supporto alle attività tecniche e amministrative nei comuni in difficoltà per gli eventi sismici di questi mesi. Senza indennità, col contrato bloccato da 8 anni, senza essere invitati sul palco di Sanremo, nel silenzio più totale, lasciano famiglie e bambini e vanno. Chissà, lì sotto le tende e in mezzo alle neve, dove lo timbrano il cartellino.                  

Abolizione del fax e obbligo di convenzioni. Comunicare diventa più difficile.

In sede di conversione in legge, il Decreto “del fare” è stato oggetto di numerosi cambiamenti. Uno di questi ha trovato la consueta risonanza negli organi di stampa, lesti a magnificare innovazioni che hanno il solo pregio di disegnare la Pubblica Amministrazione ferma ai tempi di Sagliena, ove si comunicava a mezzo del dorso del somaro.

Si tratta dell’eliminazione del fax nella comunicazione tra le pubbliche amministrazioni, disposta dall’art. 14 legge 98/2013, che prevede:

((1-bis.  All’articolo  47,  comma  2,  lettera  c),   del   codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7  marzo 2005, n. 82, dopo le parole: -di cui all’articolo 71-  sono  inserite le seguenti: -. E’ in ogni caso esclusa la trasmissione di  documenti a mezzo fax-.))
((1-ter.  All’articolo  43  del  testo  unico  delle   disposizioni legislative   e   regolamentari   in   materia   di    documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica  28 dicembre 2000, n. 445, il comma 3 e’  sostituito  dal  seguente:  -3. L’amministrazione procedente opera l’acquisizione d’ufficio, ai sensi
del precedente comma, esclusivamente per via telematica (L)-.))

2. Dall’applicazione della disposizione  di  cui  al  comma  1  non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le Linee guida per convenzioni  per la fruibilità dei dati delle pubbliche amministrazioni.

Trattasi di norma dal tenore secco ed imperativo, teso ad eliminare ogni comunicazione tra amministrazioni che non sia telematica, sia nei confronti delle acquisizioni di ufficio relative ai controlli sulle dichiarazioni sostitutive rese tra i cittadini, sia, in generale, con riferimento a qualsiasi tipo di comunicazione.

L’art. 47 del CAD richiamato nell’articolo (che tratta di comunicazioni tra PA) infatti dispone che:

2. Ai fini della verifica della provenienza le  comunicazioni  sono valide se:
a) sono sottoscritte con firma digitale o  altro  tipo  di  firma elettronica qualificata;
b)  ovvero  sono  dotate  di  segnatura  di  protocollo  di   cui all’articolo 55  del  decreto  del  Presidente  della  Repubblica  28 dicembre 2000, n. 445;
c)  ovvero  e’  comunque  possibile  accertarne   altrimenti   la provenienza, secondo quanto previsto dalla normativa vigente o  dalle regole tecniche di cui all’articolo 71. E’ in ogni caso esclusa  la trasmissione di documenti a mezzo fax.

Ciò che interessa ai nostri fini non è tanto l’abolizione del mezzo-fax, quanto l’aver scritto tra le righe che la comunicazione tra amministrazioni è valida, ed è acclarata la corretta provenienza, qualora la stessa sia comunque accertabile, diremmo con ogni tipo di mezzo. Se una comunicazione proviene da un dominio ascrivibile all’amministrazione stessa, e lo stesso indirizzo telematico sia riportato (come d’obbligo anche ai sensi del decreto trasparenza) sul sito web istituzionale, la stessa deve considerarsi come proveniente da quella amministrazione.

Fin qui, tutto apparentemente (soprendentemente?) facile, fin troppo; un’amministrazione chiede conferma via mail, utilizzando la propria casella, di una autocertificazione all’amministrazione certificante, e questa nè dà riscontro per via telematica.

Non basta, e non è così.

Il 24 luglio, infatti, sono state approvate  le Linee guida per la stipulazione delle convenzioni previste da diverse norme, prima fra tutte l’art. 58 del CAD.

Sono pubblicate dall’Agenzia per l’Italia digitale, e consistono in una traccia da seguire per il fine, comune a tutte le amministrazioni, di rendere i dati fruibili per i fini istituzionali delle stesse.

Esempio classico, i controlli sulle dichiarazioni sostitutive di certificazione, come ricordano le stesse Linee Guida.

Tale adempimento viene previsto anche al fine di agevolare l’acquisizione e il controllo dei dati per le fattispecie contemplate dagli articoli 46 e 47 (dichiarazioni sostitutive di certificazioni e dell’atto di notorietà) del D.P.R. 28 dicembre 2000, n. 445 – Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa. D’altra parte, è opportuno richiamare che ai sensi dell’art. 43 dello stesso D.P.R. 445/2000, le amministrazioni pubbliche e i gestori di pubblici servizi non possono richiedere atti o certificati concernenti stati, qualità personali e fatti che siano attestati in documenti già in loro possesso, o che comunque esse stesse siano tenute a certificare, e sono pertanto tenuti ad acquisire d’ufficio le relative informazioni, avendo gli elementi indispensabili per il reperimento delle informazioni o dei dati richiesti”.

Le amministrazioni che dispongano di banche dati debbono quindi predisporre delle “convenzioni quadro” (seguendo i dettami delle Linee guida), che siano aperte alle amministrazioni interessate.

Le Linee guida contengono passaggi piuttosto “tecnici”, ma insieme reca un interessante glossario con la definizione dei termini di riferimento, e un allegato che riassume la normativa applicabile.

Riassumendo, il procedimento da seguire per le pubbliche amministrazioni consiste:

– nella previa individuazione delle banche dati che possono essere oggetto  di convenzione;

– nella predisposizione di una convenzione quadro per ogni singola banca dati (seguendo le indicazioni delle Linee guida, specie in materia di sicurezza e privacy);

– nella previsione di un'”autocertificazione” di conformità della convenzione alle Linee guida, oppure ad un provvedimento del Garante nel caso lo stesso si sia pronunciato sulle modalità di accesso a quella specifica banca dati (adempimento che sostituisce la richiesta di parere specifico al Garante, come originariamente richiesto);

– nella pubblicazione della convenzione nel sito web istituzionale (come previsto dal decreto Trasparenza).

Le amministrazioni erogatrici potranno successivamente provvedere alla stipula delle convenzioni, informandone l’Agenzia digitale (che va informata anche della pubblicazione sul sito web della convenzione).

Le Linee guida, che hanno il pregio di semplificare un procedimento ulteriore a carico delle amministrazioni già previsto da troppe norme succedutesi nel tempo (per inciso, il CAD dal 2005, anno di pubblicazione, ha subito 181 modifiche…), pongono un ulteriore problema a carico delle amministrazioni, ovvero l’onere della Convenzione.

Se l’autocertificazione è forse una delle più grandi rivoluzioni anti-burocratiche degli ultimi decenni, se tuttavia è necessario che le stesse autocertificazioni siano controllate tramite un campionamento forse più capillare a seguito delle numerose e reiterate false dichiarazioni che statisticamente riguardano il “settore”, se può essere agevole (oltre che legittimo) comunicare con una semplice e.mail con l’amministrazione che deve riscontrare quanto dichiarato, in che ambito, esattamente, si collocano queste convenzioni?

Quale fine antiburocratico perseguono?

A quale conseguenza va incontro il funzionario che, nel perseguire di dettami del “fare”, si affidi ad una comunicazione telematica per conoscere la correttezza di un voto di laurea da una Università, ad esempio, senza prima aver seguito tutto l’iter che deve portare alla stipula della Convenzione?

Non era più semplice comunicare via fax, che comunicare previa convenzione?

 

 

Il decreto “del fare” è legge

E’ stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 agosto la legge di conversione del decreto del fare.

Il DL 69 del 21 giugno 2013 è stato convertito nella legge 98 del 9 agosto 2013.

Disponibile sulla stessa Gazzetta anche il testo coordinato.

La legge entra in vigore oggi, 21 agosto 2013.

Il decreto del Fare blocca le incompatibilità e la Civit

I decreti attuativi della legge 190/2012 (anticorruzione), in particolare il decreto trasparenza (33/2013) e il decreto sulle inconferibilità/incompatibilità (39/2013), a poche settimane dalla entrata in vigore sono stati già soggetti a modifiche, quando ancora fervevano (e fervono) fondati dubbi interpretativi sulla concreta applicabilità.

Fino ad oggi, in applicazione dei poteri conferiti dalla legge 190, la CIVIT, quale Autorità nazionale Anticorruzione, ha emanato numerosi pareri interpretativi sul tenore delle disposizioni, a favore di svariate richieste di diversi enti.

Le intepretazioni suddette potevano dar luogo a fondati dubbi di legittimità relativamente alla gerarchia delle fonti del diritto, dubbi del resto già da tempo sollevati dalla deprecabile abitudine di interpretare norme di legge (a volte contro l’espresso dettato normativo) da parte di funzionari ministeriali che si sostituiscono, di fatto, all’interpretazione autentica di spettanza del solo legislatore.

Tuttavia, le deliberazioni della CIVIT erano state, soprattutto a riguardo dell’interpretazione della legge 190, abbastanza conformi al dettato normativo, di suo piuttosto rigido e comunque di consistente difficoltà interpretativa (oltre che di difficile lettura). 

La deliberazione n. 46/2013 è intervenuta in tempi assai recenti (26 giugno), a proposito della immediata operatività delle norme sulle incompatibilità, ovvero se le stesse dovessero applicarsi anche agli incarichi già affidati oppure trovasse applicazione agli incarichi conferiti successivamente all’entrata in vigore del decreto.

La Commissione ha ritenuto che, riferendosi le norme ad incarichi di durata, non contrasta con i principi di successione delle leggi nel tempo la disposizione per cui anche agli incarichi in corso si applicherebbe il regime delle incompatibilità, obbligando l’interessato ad una scelta. Nel giungere a tale interpretazione, la Civit richiama proprio la legge 190, che avrebbe dovuto prevedere espressamente (come non ha fatto) un differimento di efficacia delle norme sulle incompatibilità, e che inoltre in molti punti (es. art. 9, art. 12) fa riferimento ad incompatibilità sopravvenute nel corso dell’incarico, ammettendo espressamente l’ipotesi di incompatibilità sopravvenuta.

Come del resto fa nell’art. 15, per cui il Responsabile anticorruzione può contestare ipotesi di incompatibilità sopravvenuta (dunque, in corso di incarico).

Una interpretazione pacifica quindi quella della CIVIT, conforme al testo normativo.

Interpretazione però sbugiardata in sede di conversione del c.d. “Decreto del fare”, dove si introduce ex novo una norma riferita al decreto 39 che non solo smentisce completamente le indicazioni precise della Civit, ma le stesse ipotesi disciplinate chiaramente dalla legge anticorruzione, allargando, di fatto in maniera evidente, le maglie del regime delle incompatibilità.

Ecco infatti cosa dispone l’art. 29 ter del testo ancora ufficioso e pubblicato sul sito Leggioggi:

(Disposizioni transitorie in materia di incompatibilità di cui al decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39)  1. In sede di prima applicazione, con riguardo ai casi previsti dalle disposizioni di cui ai capi V e VI del decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39, gli incarichi conferiti e i contratti stipulati prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo in conformità alla normativa vigente prima della stessa data, non hanno effetto come causa di incompatibilità fino alla scadenza già stabilita per i medesimi incarichi e contratti ».

Tutte le disposizioni sulle incompatibilità quindi, comprese quelle riguardanti gli esponenti politici oggi incaricati di uffici passibili di incompatibilità, si applicano solo per il futuro, ovvero per gli incarichi assunti dopo l’entrata in vigore del decreto (4 maggio 2013).

Questa disposizione, passata sotto un generalizzato silenzio ferragostano, riduce di molto l’impatto della normativa anticorruzione, e, letta, insieme agli artt. 54 bis e ter (che ridimensionano in maniera tranciante il ruolo della Civit, e che hannno dato luogo al risentimento, espresso pubblicamente, dello stesso istituto), ridimensiona (è un eufemismo) il ruolo dell’Autorità Anticorruzione.

Ci si permette di sottolineare (chiaramente a titolo personale) che non è il ridimensionamento della Civit che preoccupa (la sostituzione del legislatore operata negli ultimi anni da parte di pareri, direttive, circolari di organismi a ciò nemmeno deputati dal sistema delle fonti è abitudine più volte ritenuta preoccupante) quanto la limitazione netta della portata della legge anticorruzione.

Una elasticità che non riguarda mai i lavoratori di retroguardia, sottoposti ad un regime di controlli, quindi di certosini e spesso farraginosi adempimenti, in un sistema di aumento di burocrazia, minacce di sanzioni (insieme all’ormai ordinario blocco contrattuale) e sfiducia generalizzata nei confronti di chi lavora per lo Stato.

Un beneficio diretto esclusivamente agli incarichi di vertice e agli organi politici, gli stessi che siedono sugli scranni istituzionali di oggi e che, da quegli scranni, decidono di non applicare su se stessi gli obblighi sulle incompatibilità: un sottosegretario amministratore di ente pubblico con incarico precedente al 4 maggio, quindi, potrà continuare ad esercitare ambedue le funzioni.

Attendiamo il testo ufficiale del decreto “del fare”, per darne maggiore contezza, e chiarimenti che definiscano il ruolo della CIVIT, soprattutto in ordine ai nuimerosoi pareri fino ad oggi resi.

Non attendiamo invece gli approfondimenti degli organi di stampa, solerti nell’attacco ai lavoratori, silenti nei confronti dei Governi di larghe intese.

 

In claris non fit interpretatio

Cercando disperatamente di analizzare il decreto del “fare”, come lo hanno denominato, nella ricorrenza di Lorenzo Santo, dopo una serie di rimandi, rinvii, commi aggiunti e modificati, mi sono imbattuta nella mirabolante dimostrazione dell’impossibilità di poter lavorare con criterio a fronte delle attitudini manifeste del legislatore degli anni nostri.

Nonostante il Corriere e gli articoli di Rizzo, Stella e Panebianco, la burocrazia nulla può di fronte a questa dimostrazione di capacità.

L’articolo è il 71 del CAD (Codice Amministrazione Digitale, D.lgs. 82/2005).

Il testo illuminante, che dovrebbe spiegare quali regoli tecniche debbano soccorrere nella comunicazione tra pubbliche amministrazioni (per intenderci, si parla dell’abolizione del fax come riportato dai media con le fanfare dle caso) è questo:

1. Le regole tecniche previste nel presente codice sono dettate, con decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri o del Ministro delegato per la pubblica amministrazione e l’innovazione, di concerto con i Ministri competenti, sentita la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, ed il Garante per la protezione dei dati personali nelle materie di competenza, previa acquisizione obbligatoria del parere tecnico di DigitPA. 1-bis. COMMA ABROGATO DAL D.LGS. 30 DICEMBRE 2010, N. 235. 1-ter. Le regole tecniche di cui al presente codice sono dettate in conformita’ ((ai requisiti tecnici di accessibilita’ di cui all’articolo 11 della legge 9 gennaio 2004, n. 4,)) alle discipline risultanti dal processo di standardizzazione tecnologica a livello internazionale ed alle normative dell’Unione europea. 2. Le regole tecniche vigenti nelle materie del presente codice restano in vigore fino all’adozione delle regole tecniche adottate ai sensi del presente articolo.

Ecco. Quando cade la stella stasera, se proprio non avete un altro desiderio, ve ne suggerisco uno.

 

Lavorare gratis, lavorare tutti. Le prime misure “per” i giovani del Governo Letta

I tirocini formativi nella pubblica amministrazione sono ipotesi già prevista e praticata da anni nelle articolazioni dello Stato, grazie alla legge 196/1997 in primo luogo e alla disciplina di attuazione recata dal D.M. 142/1998.

Negli anni, la poca attenzione alla corretta gestione di questi rapporti di lavoro anomali e la crescente disoccupazione che ha creato come conseguenza l’aumento della domanda per svolgere un’esperienza lavorativa purchessia, ovvero a prescindere da qualsivoglia retribuzione (anche sotto forma di rimborso spese), ha causato le ovvie distorsioni dell’istituto, trasformato in impiego di manovalanza a zero o basso costo invece che occasione concreta per arricchire il curriculum o ambire ad una stabilizzazione del rapporto di lavoro.

Anche per questo motivo è intervenuta la riforma del lavoro denominata riforma Fornero dal Ministro allora (pochi mesi fa) competente, tendente non solo a “liberalizzare” (diciamo così) la disciplina dei licenziamenti, motivo per cui è rimasta nell’immaginario collettivo dei più, ma anche ad inserire qualche cauta tutela nei confronti dei prestatori di lavoro.

Nell’art. 1 comma 34 della legge 92/2012 si prevede infatti l’inserimento di una “congrua indennità” a favore di chi svolge tirocini formativi, e la norma è rinforzata dal comma successivo, che introduce una sanzione fino a 6.000 euro per coloro che tale indennità non corrispondano.

Nel gennaio 2013, in attuazione di questa norma, è intervenuto un accordo in sede di Conferenza Stato Regioni, che disciplina le Linee guida in tema di tirocini formativi (valevoli per soggetti pubblici e privati) disegnando un sistema minimo di tutela, integrabile con disposizioni di maggior favore da parte delle Regioni e delle Province autonome, competenti in materia. L’accordo, proprio al fine di prevenire e limitare gli abusi insiti nell’istituto e perpetrati a mani basse negli ultimi anni, prevede alcune misure di tutela, quali ad esempio:

– la durata non superiore a sei mesi (tranne per il caso di lavoratori da reinserire nel mondo del lavoro e disabili, per cui può prevedersi un termine più lungo);

– il rispetto delle garanzie assicurative per gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL e di responsabilità civile verso terzi presso idonee compagnie di assicurazione;

– la definizione di un numero massimo di tiorocinanti in relazione al personale occupato a tempo indeterminato;

– la previsione di una indennità minima di euro 300, passibile quindi di aumento e finalizzata, si ribadisce, ad evitare un uso distorto dell’istituto.

Bene.

In attesa dell’attuazione concreta di tali disposizioni, nella brama di ambire ad uno stage finalmente retribuito, nella speranza che le Regioni legiferino con misure anche più benevole nei confornti dei giovani, magari laureati, senza lavoro, arriva il decreto del fare.

Che “fa”, evidentemente, senza tener in minima considerazione quanto detto, premesso e prescritto.

Nel capo II del decreto, corrispondente per la precisione dal decreto legge 69 del 22 giugno appena pubblicato, emerge di luce propria l’art. 73, in base al quale il laureati in giurisprudenza con una media in determinati esami di almeno 27/30 in alcune materie ed un voto di laurea di almeno 102/100 (una platea limitata per merito, diciamo), possono “ambire” ad esercitare uno stage presso gli uffici giudiziari di varie giurisdizioni.

Lo stage suddetto dura 18 mesi (ma non si era detto 6?) non dà diritto ad alcun compenso come dispone il comma 8 (ma non si era detto che era obbligatoria l’indennità, pena una salata sanzione per chi non scuciva neanche quella?) e comporta il diritto al riconoscimento di un anno per il compimento della “pratica” forense (che invece dà luogo ad un rimborso, pur parziale, come prevede la legge di riforma) e notarile e dà punteggio nei concorsi pubblici, a parità di merito, oltre a valere come l’abilitazione alla professione forense esclusivamente per la nomina a giudice di pace. Ovviamente, il tirocinio in questione non comporta alcun tipo di rapporto di lavoro nè in costanza di nè successivamente allo svolgimento.

Tra il dire e il “Fare”, passa la volontà di far finta di nulla delle competenze regionali neanche citate, dela Riforma Fornero e dell’Accordo in Conferenza Unificata, completamente ignorato.

Operazioni rese possibili dal colossale silenzio dell’informazione, che anche in questo caso si fa riconoscere per la completezza e la coerenza intrinseca. Nei commenti al decreto del fare, infatti., non risulta l’inserimento della rivoluzionaria e finalmente risolutiva per i giovani laureati disoccupati innovazione (leggiamo qui), mentre a proposito di stage formativi, addirittura si prefigura, nel prossimo Consiglio dei Ministri, la previsione di contribuire con 500 euro di indennità a favore di chi voglia (debba, o non abbia altre possibilità) intraprendere un tirocinio.

Questo quando si tratta di parlare.

Nell’attesa che i giovani laureati in giurisprudenza si mettano in fila per caricarsi, gratis, i faldoni nei tribunali svuotati di impiegati bloccati dal turn over, nei fatti, con norme imperative, si FA, altro che storie.