Trasparenza e Anticorruzione per le scuole

La questione degli obblighi degli istituti scolastici relativamente alle materie dell’Anticorruzione e della Trasparenza desta continuo interesse per le modifiche normative cui è stata sottoposta, e le diversificate interpretazioni svolte in sede istituzionale.

Recentemente, con il D.Lgs. 97/2016, è stato modificato il D. Lgs. 33/2013, art. 14, nel senso di prevedere la pubblicazione dei dati patrimoniali, precedentemente riservata ai soli dati degli organi politici, anche nei confronti dei dirigenti.

La previsione ha destato perplessità, sia per il contenuto che per le modalità di adempimento, in sede sindacale e non solo; con nota del 15 dicembre l’A.N.P. ha chiesto informazioni apposite all’A.N.A.C.

Proprio l’A.N.A.C., nella giornata del 20 dicembre, ha posto in consultazione lo schema di Linee guida recante indicazioni su detti adempimenti (altri schemi riguardanti gli adempimenti in tema di trasparenza e accesso vico sono stati posti in consultazione nelle ultime settimane).

È necessario rammentare che tali Linee guida non rivestono carattere normativo (come le Linee Guida previste come vincolanti dal D. Lgs. 50/2016) ma di indirizzo, e che le stesse sono comunque operative dopo la pubblicazione. Lo schema che interviene a proposito dell’articolo 14 del decreto trasparenza è posto in consultazione fino al 12 gennaio 2017; è quindi evidente che il documento non potrà considerarsi operativo perlomeno fino alle metà di gennaio prossimo.

Nel consigliare la lettura del documento, che interviene su un tema di grande interesse per le amministrazioni scolastiche e non solo, si specifica che lo stesso, comunque, conferma la disposizione che esige la pubblicazione dei dati patrimoniali anche dei dirigenti, sulla sezione Amministrazione Trasparente delle singole amministrazioni, e contestualmente prevede che per i “nuovi” obblighi recati dall’art. 14 il termine per provvedere sia il 31 marzo 2017.

Poiché sul punto sono intervenute anche delle note operative degli U.S.R. (vedi ad esempio Friuli Venezia Giulia), che consigliano una posizione attendista, e vista la previsione (anche se ancora non operativa) che consente di procrastinare l’adempimento dell’obbligo, è consigliabile attendere le indicazioni degli U.S.R. che sicuramente sul punto interverranno a breve.

Si consiglia, infine, la nota di lettura dello Schema ANAC pubblicata dall’ANP (Associazione Nazionale Presidi), valevole per i dipendenti degli istituti scolastici.

Pubblicato su Sinergie di Scuola

Obblighi di pubblicazione dati: importanti chiarimenti dall’ANAC

Sono state pubblicate dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione, ex CIVIT) oltre 150 risposte a interrogativi sulla modalità di pubblicazione dei dati disposta con il decreto 33/2013.

Moltissimi i chiarimenti forniti dall’Autorità, che abbracciano le varie ipotesi trattate dal decreto 33/2013, oggetto, è opportuno ricordare, di numerosi approfondimenti, primo fra tutti la delivìberazione CIVIT 50/2013.

Le FAQ pubblicate da pochi giorni hanno il pregio di sintetizzare le varie indicazioni in casi di dubbi applicativi, come, ad esempio, con i numerosi chiarimenti in tema di obblighi operanti per le società partecipate.

Molto interessante una delucidazione a proposito dell’accesso civico. Proprio su queste pagine, al’indomani dell’entrata in vigore del nuovo decreto, avevamo evidenziato come il procedimento per esercitare questo diritto fosse abbastanza macchinoso, e causasse dei problemi nell’individuazione del soggetto a cui rivolgere la domanda e del titolare del potere sostitutivo. Nell’articolo,  espressamente si notava appunto che “la disposizione relativa all’accesso civico dispone che in caso di ritardo o mancata risposta si possa far riferimento al titolare del potere sostitutivo introdotto di recente nell’art. 2 della legge 241/90, che recita 9-bis. “L’organo di  governo  individua,  nell’ambito  delle  figure apicali dell’amministrazione, il soggetto cui  attribuire  il  potere sostitutivo in caso di inerzia. Nell’ipotesi di omessa individuazione il potere sostitutivo si considera attribuito al  dirigente  generale o, in mancanza, al dirigente preposto all’ufficio o  in  mancanza  al funzionario di piu’ elevato  livello  presente  nell’amministrazione”. Il fatto che il sostituto “provvedimentale” debba essere nominato dall’organo di indirizzo politico, e che lo stesso debba essere una figura apicale dell’ente, di fatto, soprattutto negli enti di dimensioni minori, può far coincidere la figura nella stessa persona che ricopre i ruoli di responsabile trasparenza e responsabile anticorruzione, negli enti locali coincidenti come sopra visto nel Segretario generale. Del resto, sarebbe davvero difficile ipotizzare come il Segretario generale degli enti locali, figura per legge e per indicazioni normative individuato come Responsabile anticorruzione e Responsabile Trasparenza, possa soggiacere alla sostituzione con un dirigente gerarchicamente subordinato”.

La risposta è intervenuta con il punto 2.5 delle FAQ, relativo al’accesso civico, di seguito riportata.

2.5 Il Responsabile della trasparenza competente per l’accesso civico può essere anche titolare del potere sostitutivo?

No, in quanto il soggetto titolare del potere sostitutivo non dovrebbe rivestire una qualifica inferiore o equivalente rispetto al soggetto sostituito. Pertanto, ai fini della migliore tutela dell’esercizio dell’accesso civico soprattutto nei casi in cui vi sia un unico dirigente a cui attribuire le funzioni di Responsabile della trasparenza e di prevenzione della corruzione, le funzioni relative all’accesso civico di cui all’art. 5, c. 2, del d.lgs. n. 33/2013 possono essere delegate dal Responsabile della trasparenza ad altro dipendente, in modo che il potere sostitutivo possa rimanere in capo al Responsabile stesso. Questa soluzione è rimessa, in ogni caso, all’autonomia organizzativa degli enti.
E’ prevista la delegabilità quindi, da parte del Responsabile Trasparenza ad altro dipendente, relativamente alle funzioni relative all’accesso civico.

Decreto trasparenza: agevolazioni operative

Il Ministero per la pubblica amministrazione e la semplificazione ha provveduto a pubblicare due schemi riassuntivi (uno riferito agli adempimenti, un altro alle sanzioni) per agevolare la prima applicazione del decreto 33/2013.

La documentazione contiene anche la “bussola della trasparenza”, sistema che consente di verificare l’adeguamento del sito web istituzionale al livello di trasparenza richiesto.

Il materiale è disponibile qui

Sul sito Gazzetta Amministrativa, inoltre, è stato pubblicata una nota che invita le Amministrazioni ad inviare una mail per avviare, gratuitamente (tramitte contatti diretti e una apposita sezione del sito), il processo di adeguamento dei propri siti web istituzionali alle nuove prescrizioni contenute nel decreto trasparenza.

Garante Privacy: le osservazioni critiche non recepite dal decreto “trasparenza”

“Tutte le decisioni assunte dalle amministrazioni in relazione alla pubblicazione sui propri siti istituzionali di atti e documenti contenenti dati personali possono essere oggetto di sindacato da parte del garante, al fine di verificare che siano rispettati i principi di necessità, proporzionalità e pertinenza dei dati (artt. 3 e 11, comma 1, del Codice)”.

Questa prescrizione, valevole per tutte le pubbliche amministrazione, è prescritta dal Garante per la riservatezza dei dati personali nelle “Linee guida in materia di trattamento dei dati personali contenuti anche in atti e documenti amministrativi, effettuato da soggetti pubblici per finalità di pubblicazione e diffusione sul web”, del 2 marzo 2011, disponibile qui.

Le prescrizioni contenute nell’articolato documento sono state il faro del parere reso dallo stesso Garante sullo schema di decreto legislativo poi confluito nel decreto 33/2013; il parere, disponibile qui, è molto articolato, e contiene numerose osservazioni tese a sottilineare l’inosservanza di alcune norme rispetto ai precetti in tema di riservatezza dei dati.

Alcune di queste prescrizioni non sono state tenute in considerazione dal decreto legislativo nel suo testo ufficiale, che di fatto quindi, in alcuni importanti disposizioni, disattende le prescrizioni del Garante.

Analizziamo nello specifico i rilievi disattesi, per singola disposizione così come pubblicata nella Gazzetta Ufficiale.

Art. 4 comma 1  – Limiti alla trasparenza.
1. Gli obblighi di pubblicazione dei  dati  personali  diversi  dai dati sensibili e dai dati giudiziari, di cui all’articolo 4, comma 1, lettera d) ed e), del decreto legislativo 30  giugno  2003, n. 196, comportano la  possibilita’  di  una  diffusione  dei  dati  medesimi attraverso siti istituzionali, nonche’ il  loro  trattamento  secondo modalita’ che  e consentono la indicizzazione e la  rintracciabilita’ tramite i motori di ricerca  web  ed  il  loro  riutilizzo  ai  sensi dell’articolo 7 nel rispetto dei principi sul  trattamento  dei  dati personali.

A proposito di tale disposizione, il Garante aveva richiamato l’opportunità di rendere rintracciabili i dati personali solo con motori di ricerca interni ai siti, non essendo consentita la rintracciabilità “totale” tramite motori di ricerca ordinari, poiché tale previsione contrasta col principio di proporzionalità nel trattamento dei dati personali e “incide negativamente sull’esigenza di avere dati esatti, aggiornati e contestualizzati”, mentre le funzionalità di ricerca interne ai siti assicurano maggiore rispetto.

Questa prescrizione non è stata recepita dal testo ufficiale, che ha mantenuto l’originaria formulazione.

Art. 7  – Dati aperti e riutilizzo 
1. I documenti, le informazioni e i dati oggetto  di  pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente, resi disponibili anche a seguito dell’accesso civico di cui all’articolo 5, sono  pubblicati in formato di tipo  aperto  ai  sensi  dell’articolo  68  del  Codice dell’amministrazione digitale, di cui al decreto legislativo 7  marzo 2005, n. 82, e sono riutilizzabili ai sensi del  decreto  legislativo 24 gennaio 2006, n. 36, del decreto legislativo 7 marzo 2005, n.  82, e del decreto legislativo 30 giugno 2003,  n.  196,  senza  ulteriori restrizioni diverse dall’obbligo di citare la fonte e di  rispettarne l’integrita’.  

L’utilizzo e il riutilizzo dei dati è stato oggetto di osservazioni puntuali del Garante, che aveva chiesto di riformulare l’art. 7 nel senso di specificare che altre operazioni di trattamento, a proposito dei dati pubblicati e “riutilizzati”, sono consentite solo per gli scopi per cui i dati sono stati raccolti e registrati, nel rispetto dell’art. 11 comma 1 lett. b del decreto 196/2003.

Le motivazioni sottese a tale prescrizione sono evidenziate con attenzione nel parere reso dal Garante, nella preoccupazione che non sia tenuto in considerazione il principio finalistico nel riutilizzo dei dati; a tale proposito vengono richiamati la direttiva 2003/98/CE, il d. lgs. 236/2006 e il parere del Garante europeo per la protezione dei dati, che dispone: particolare attenzione da parte di ogni amministrazione prima di consentire il riutilizzo di dati personali, divieto di reidentificare le persone e clausole di protezione nel settore pubblico ogni volta che si trattino i dati personali. Cautele precise e puntuali, non tenute in considerazione nella formulazione definitiva dell’art. 7.

Art. 8 comma 3 I dati, le informazioni e i documenti oggetto  di  pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente sono pubblicati per  un periodo di 5 anni, decorrenti dal 1° gennaio dell’anno  successivo  a quello da cui decorre l’obbligo di pubblicazione, e comunque  fino  a che gli atti pubblicati producono  i  loro  effetti,  fatti  salvi  i diversi termini previsti dalla normativa in  materia  di  trattamento dei dati personali e quanto previsto dagli articoli 14,  comma  2,  e 15, comma 4.

Il termine di cinque anni viene considerato dal Garante non rispettoso del principio di proporzionalità rispetto alle finalità perseguite, e implicante una revisione, che tenga conto di termini differenziati in relazione ai diversi dati trattati e alle norme di settore non considerate affatto nella disciplina (es. normative specifche per gli enti locali).

Ancora, il Garante stigmatizza il disposto dell’art. 9 comma due, in base al quale  2.  Alla scadenza del termine di durata  dell’obbligo di pubblicazione di cui all’articolo 8, comma 3, i documenti, le informazioni e i dati sono comunque conservati  e  resi  disponibili, con le modalita’ di  cui  all’articolo  6, all’interno di distinte sezioni del sito di archivio, collocate e debitamente  segnalate nell’ambito della sezione «Amministrazione trasparente». I  documenti possono essere trasferiti all’interno delle sezioni di archivio ancora prima della scadenza del termine di cui all’articolo 8, comma 3.

La critica si basa sul lapalissiano assunto che rendere disponibile su un’altra sezione del sito i dati dopo il decorso del termine (pur criticato) di cinque anni, significa non sottoporre la disponibilità a termine alcuno, e rendere la conoscibilità dei dati prolungata sine die, oltretutto assoggettandoli alla reperibilità tramite motori di ricerca generali, in completa violazione del “diritto all’oblio” più volte ricordato dalla Corte di GIustizia (es. 9 novembre 2012, cause C-92/09 e C-93/09).

La richiesta di intervento e di modifica in tale senso non è stata considerata dal Governo nella redazione del testo finale.

  Art. 14  – Obblighi di pubblicazione concernenti i componenti  degli  organi  di indirizzo politico 
  1. Con riferimento ai titolari di incarichi politici, di  carattere elettivo o comunque di esercizio di poteri di indirizzo politico,  di livello statale regionale  e  locale,  le  pubbliche  amministrazioni pubblicano con riferimento a tutti i propri  componenti,  i  seguenti documenti ed informazioni:
  a) l’atto di nomina o di  proclamazione,  con  l’indicazione  della durata dell’incarico o del mandato elettivo;
  b) il curriculum;
  c) i compensi di qualsiasi  natura  connessi  all’assunzione  della carica; gli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubblici;
  d) i dati relativi all’assunzione di  altre  cariche,  presso  enti pubblici o  privati,  ed  i  relativi  compensi  a  qualsiasi  titolo corrisposti;
  e) gli altri eventuali incarichi con oneri a carico  della  finanza pubblica e l’indicazione dei compensi spettanti;
  f) le dichiarazioni di cui all’articolo 2,  della  legge  5  luglio 1982, n. 441, nonche’ le attestazioni e  dichiarazioni  di  cui  agli articoli 3 e 4 della medesima legge,  come  modificata  dal  presente decreto, limitatamente al soggetto, al  coniuge  non  separato  e  ai parenti entro il secondo grado, ove gli stessi vi  consentano.  Viene in ogni caso data evidenza al mancato consenso. Alle informazioni  di cui alla presente lettera concernenti soggetti diversi  dal  titolare dell’organo di indirizzo politico non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 7. 
2. Le pubbliche amministrazioni pubblicano i dati cui  al  comma  1 entro tre mesi dalla elezione  o  dalla  nomina  e  per  i  tre  anni successivi dalla cessazione del mandato o dell’incarico dei soggetti, salve le informazioni concernenti la situazione patrimoniale  e,  ove consentita, la dichiarazione del coniuge non separato e  dei  parenti entro il secondo grado, che vengono pubblicate fino  alla  cessazione dell’incarico o del mandato. Decorso il termine di  pubblicazione  ai sensi del presente comma le informazioni  e  i  dati  concernenti  la situazione patrimoniale  non  vengono  trasferiti  nelle  sezioni  di archivio.

Le disposizioni recate dall’art. 14 relativo alla pubblicazione dei dati degli organi politici, sono state oggetto di critiche piuttosto severe ed articolate. Il Garante richiama la vigente legge 441/1982, che già assoggettava ad un regime di pubblicità alcuni dati riferiti agli organi politici, ed evidenzia le profonde modifiche recate dal decreto trasparenza, in senso estensivo, rispetto alla precedente disciplina. L’art. 14 infatti dispone che siano pubblicati i dati riferiti anche al coniuge non separato, ai figli anche se non conviventi, ai fratelli e ai genitori, e che gli stessi dati non siano pubblicati solo in un bollettino dell’organo (es. il BURL per le regioni), come disposto dalla legge fino ad oggi, ma sul sito web istituzionale. Tale disciplina, per il Garante, appare sproporzionata ed invasiva, addirittura pericolosa con rischi, in ambiti territoriali ristretti, di discriminazioni sociali (riferibili a parenti peraltro non coinvolti negli incarichi politici). Inoltre, la disposizione che prevede che si possa non consentire, da parte dei soggetti terzi, alla pubblicazione dei propri dati, ma che del mancato consenso si debba dare menzione, pare coercitiva del consenso stesso. Infine, il Garante richiede di porre attenzione sulla richiesta di pubblicare i dati relativi ai redditi, prevedendo di pubblicare i soli dati riepilogativi e non l’intera documentazione relativa ai redditi, per non includere anche dati sensibili (es. le detrazioni fiscali). Il Garante, a proposito della formulazione dell’art. 14, richiede con decisione una revisione generale dell’impianto dello stesso, che però, come vediamo dal testo ufficiale, non è intervenuta.

Dati relativi al personale delle pubbliche amministrazioni

Gli articoli 15, 16, 18 e 22 prevedono disposizioni tese a pubblicizzare dati riferiti ai dirigenti ed altri dipendenti pubblici che per il Garante investono profili “lavoristici” e attinenti a numerosi dati personali, che impattano anche su diritti fondamentali. Il Garante ricorda che per quanto concerne i salari e gli emolumenti percepiti è intervenuta più volte la Corte di Giustizia europea, ricordando che le istituzioni, prima di divulgare dati personali devono soppesare l’interesse dell’Unione a garantire la trasparenza, ma armonizzandola con i diritti personali, e che non esiste automaatica prevalenza della trasparenza sul diritto alla protezione dei dati personali. Addirittura la situazione italiana così disegnata dal decreto di riforma risulterebbe “quasi unica” a livello europeo ed internazionale. Il Garante conclude nel ritenere tale disciplina assolutamente sproporzionata rispetto ai fini, addirittura confliggente con il Freedom of Information Act statunitense (richiamato più volte, con enfasi e burinaggine dagli organi di stampa nazionali per evidenziare la portata del decreto trasparenza, perchè l’inglese fa sempre fico), e nell’auspicare una revisione generale della disciplina relativa alla pubblicazione dei dati personali dei dipendenti.

Auspici caduti nel vuoto; a parte piccole modifiche negli articoli 16 e 22, gli obblighi relativi alla pubblicazione di emolumenti e salari sono rimasti invariati. 

Art. 50  – Tutela giurisdizionale 
1. Le controversie relative agli obblighi di  trasparenza  previsti dalla normativa vigente sono disciplinate dal decreto  legislativo  2 luglio 2010, n. 104.

A propisito della tutela giurisdizionale, il Garante auspicava nel parere di febbraio che si integrasse la previsione con la possibile giurisdizione del giudice ordinario, competente nelle controversie attinenti alla riservatezza dei dati. Il rilievo non è stato recepito, pur se repitato dal Garante “necessario”.

Il problema, alla luce di quanto esposto e come sovente avviene, si riverbera sui funzionari e dirigenti coinvolti nei procedimenti di pubblicazione; l’ottemperanza al dettato legislativo ultimo sarà causa sovente di inosservanza delle prescrizioni dettate dal Garante privacy e dal Codice di cui al decreto 196/2003, il quale si atteggia come lex specialis, refrattaria ad abrogazioni implicite operate da altre disposizioni di legge.

L’inosservanza delle prescrizioni in tema di riservatezza dei dati potrà essere foriera quindi di problemi ulteriori, ed è soprattutto la conseguenza di un rapporto tra istituzioni assolutamente improduttivo, se l’organo deputato a garantire i diritti alla riservatezza dei cittadini obbliga al rispetto delle proprie prescrizioni i cittadini stessi, ma non può farlo nei confronti del Governo.

 

L’accesso civico

Una delle principali novità recate dal decreto sulla trasparenza appena pubblicato (decreto legislativo 33/2013), attiene alla introduzione della fattispecie dell’accesso civico.

Tale diritto, del tutto nuovo anche perché estraneo alla legge delega del Parlamento come ribadito dal parere reso dal Garante privacy in data 7 febbraio 2013, è definito dalla disciplina normativa dall’art. 5:

L’obbligo previsto dalla normativa vigente in capo alle pubbliche amministrazioni di pubblicare documenti, informazioni o dati comporta il diritto di chiunque di richiedere i medesimi, nei casi in cui sia stata omessa la loro pubblicazione. 2. La richiesta di accesso civico non e’ sottoposta ad alcuna limitazione quanto alla legittimazione soggettiva del richiedente non deve essere motivata, e’ gratuita e va presentata al responsabile della trasparenza dell’amministrazione obbligata alla pubblicazione di cui al comma 1, che si pronuncia sulla stessa. 3. L’amministrazione, entro trenta giorni, procede alla pubblicazione nel sito del documento, dell’informazione o del dato richiesto e lo trasmette contestualmente al richiedente, ovvero comunica al medesimo l’avvenuta pubblicazione, indicando il collegamento ipertestuale a quanto richiesto. Se il documento, l’informazione o il dato richiesti risultano gia’ pubblicati nel rispetto della normativa vigente, l’amministrazione indica al richiedente il relativo collegamento ipertestuale. 4. Nei casi di ritardo o mancata risposta il richiedente puo’ ricorrere al titolare del potere sostitutivo di cui all’articolo 2, comma 9-bis della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni, che, verificata la sussistenza dell’obbligo di pubblicazione, nei termini di cui al comma 9-ter del medesimo articolo, provvede ai sensi del comma 3. 5. La tutela del diritto di accesso civico e’ disciplinata dalle disposizioni di cui al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104, cosi’ come modificato dal presente decreto. 6. La richiesta di accesso civico comporta, da parte del Responsabile della trasparenza, l’obbligo di segnalazione di cui all’articolo 43, comma 5.

L’accesso civico si differenzia notevolmente dal diritto di accesso finora configurato dalla  legge 241 del 1990.

Se ne differenzia per l’oggetto: l’accesso civico si può estrinsecare solo nei confronti degli atti la cui pubblicazilone sia obbligatoria, obbligatorietà viene richiamata, per ampi settori, dallo stesso decreto nell seconda parte. Se ne differenzia per la modalità: mentre il diritto di accesso “ordinario” è sottoposto alla necessità di presentare una domanda motivata che si basi su un interesse qualificato, e al pagamento dei diritti di ricerca e riproduzione (eventuale), il diritto di accesso civico non è sottoposto a limitazione alcuna, ed è completamente gratuito. Se ne differenzia, infine, per il destinatario della domanda: la domanda di accesso agli atti viene presentata generalmente agli Uffici Relazioni con il Pubblico (anche se il responsabile dei relativi procedimenti è il vertice dell’ufficio che ha formato l’atto o che detiene lo stesso stabilmente), la domanda di accesso civico deve essere presentata invece al Responsabile per la trasparenza.

La generale disciplina di favore per la trasparenza, intesa come quasi assoluta conoscibilità di ogni “prodotto” della pubblica amministrazione, relega di fatto il ruolo del diritto di accesso ordinario, e della relativa competenza degli uffici Relazioni con i Pubblico, ad un ambito residuale e marginale.

La procedura di esercizio del diritto civico rischia tuttavia di essere più macchinosa della ordinaria richiesta di accesso così come fino ad oggi concepita. Nel caso infatti l’amministrazione non abbia adempiuto all’obbligo di pubblicare dati che era obbligata a pubblicare, la richiesta di accesso civico non deve essere inoltrata all’URP (deputato ad accettare anche richieste informali), ma al Responsabile per la Trasparenza.

Questa figura, in base all’art. 43 1 comma del medesimo decreto 33 (e come già auspicato dalla circolare del Ministero semplificazione n. 1 del 2013), coincide di norma con il Responsabile anticorruzione. Lo stesso Responsabile anticorruzione, negli enti locali, fa capo al Segretario generale per espressa disposizione della legge “anticorruzione” (art. 1 comma 7 legge 190/2012); la figura apicale responsabile quindi, rispetto agli URP, è certamente meno raggiungibile, meno direttamente fruibile da parte della cittadinanza rispetto agli uffici normalmente, per orari, formazione, ruolo, deputati all’ascolto e alla comunicazione con gli utenti.

Ancora, la disposzione relativa all’accesso civico dispone che in caso di ritardo o mancata risposta si possa far riferimento al titolare del potere sostitutivo introdotto di recente nell’art. 2 della legge 241/90, che recita 9-bis. “L’organo di  governo  individua,  nell’ambito  delle  figure apicali dell’amministrazione, il soggetto cui  attribuire  il  potere sostitutivo in caso di inerzia. Nell’ipotesi di omessa individuazione il potere sostitutivo si considera attribuito al  dirigente  generale o, in mancanza, al dirigente preposto all’ufficio o  in  mancanza  al funzionario di piu’ elevato  livello  presente  nell’amministrazione”.

Il fatto che il sostituto “provvedimentale” debba essere nominato dall’organo di indirizzo politico, e che lo stesso debba essere una figura apicale dell’ente, di fatto, soprattutto negli enti di dimensioni minori, può far coincidere la figura nella stessa persona che ricopre i ruoli di responsabile trasparenza e responsabile anticorruzione, negli enti locali coincidenti come sopra visto nel Segretario generale.

Del resto, sarebbe davvero difficile ipotizzare come il Segretario generale degli enti locali, figura per legge e per indicazioni normative individuato come Responsabile anticorruzione e Responsabile Trasparenza, possa soggiacere alla sostituzione con un dirigente gerarchicamente subordinato.

Il rischio più concreto è quello di un addossamento in un’unica figura di più ruoli, che non solo si sovrappongono ma possono confliggere, rischiando  di coniugarsi la figura del responsabile trasparenza con quella del sostituto “provvedimentale” che lo stesso responsabile dovrebbe sostituire e provvedere a segnalare nella sua inerzia.

Infine, l’introduzione della fattispecie dell’accesso civico sembra superare di netto tutte quelle “limitazioni” che comunque caratterizzavano il diritto di accesso, come la notifica ai controinteressati disposta dall’art. 3 DPR 184/2006. l’Intervento del Garante Privacy sul decreto, pure articolato in numerose osservazioni, non si esprime sul punto, e ciò pare confortare l’ipotesi del superamento di questo limite.