Divieto monetizzazione ferie: la Corte Costituzionale conferma la prassi amministrativa

La Corte Costituzionale interviene sul tema dibattutto della monetizzazione delle ferie con una recentissima pronuncia, e lo fa stabilendo l’infondatezza della questione, confermando la normativa vigente ma, a parere di chi scrive, lasciando aperta la porta dei dubbi e delle incertezze.

Il tema del divieto di monetizzazione delle ferie è stato più volte oggetto di interpretazioni e interventi tesi a tentare di evitare le conseguenze rischiose di un divieto normativo assolutamente netto e preciso

E’ opportuno ripercorrere la vicenda, che muove dall’intervento del decreto c.d. “spending review”, (D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012), che all’art. 5 comma 8 espressamente dispone:

8. Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nonche’ delle autorita’ indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le societa’ e la borsa (Consob), sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilita’, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di eta’. Eventuali disposizioni normative e contrattuali piu’ favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile. Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attivita’ didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui e’ consentito al personale in questione di fruire delle ferie.

Un divieto che non ammette repliche, diremmo, ed intepretazioni difformi.

La vicenda, tuttavia, poteva fin da subito assumere dei rilievi di rilevante impatto, essendo le ferie un diritto garantito dalla Costituzione (dall’art. 36 comma 3), dall’ordinamento comunitario (direttiva CE 2003/88, Corte di Giustizia Europea 2009 e 2012 sul diritto all’indennità sostitutiva in caso di mancata fruizione).

Il legislatore italiano, negli anni ormai trascorsi dal decreto citato, è stato per lo più silente ed impermeabile a qualsiasi istanza, specie proveniente dal mondo scolastico (laddove il divieto di monetizzazione ha fin da subito creato notevoli problemi in relazione al pagamento delle ferie del personale precario che, per motivazioni palesi, maturava ferie non fruibili nella maggior parte dei casi; la fattispecie è stata solo parzialmente risolta dalla modifica successiva dell’articolo).

Diversamente, l’interpretazione, amministrativa e giurisprudenziale, ha effettuato delle ricostruzioni contrastanti con il tenore cristallino della legge, sulla base delle quali moltissime amministrazioni, non timorose dell’esplicito richiamo alla responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti responsabili delle violazioni al divieto, avranno continuato ad erogare indennità per ferie non godute.

Negli anni, è a questo punto opportuno ricordarlo, la vicenda:

 – è stata  ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere, n. 20 dell’11 novembre 2013, propende  per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti. Il parere si conforma all’interpretazione della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), ed è orientato ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, come visto, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende, in maniera simile ai pareri amministrativi riportati, per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

 – è stata affrontata, anche se solo in via incidentale, dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato). E’ molto strano, si nota per inciso, che la Corte Costituzionale, posta a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente, in qualche modo di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.

Tali interpretazioni, tuttavia, paiono discutibili non solo a fronte dell’inequivoco dettato normativo, ma anche nel merito. In alcuni casi, infatti, per accettare la tesi estensiva proposta, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano (art. 2109 codice civile).

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Pareri e sentenze, è opportuno ricordarlo nuovamente, nel sistema delle fonti del diritto italiano non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.

Ebbene, nel 2015, diremmo finalmente, ad opera del giudice Conte del Tribunale di Roma, la situazione si riapre in un ottica finalmente maggiormente conforme al sistema delle fonti del nostro ordinamento giuridico.

Con l’ordinanza 193 del 2015, il giudice del lavoro rimanda la questione, per sospetta incostituzionalità, alla Corte Costituzionale, ritenendo le interpretazioni ministeriali sopra citate (non vengono riportate le letture della Corte dei Conti) per quello che sono, delle semplici interpretazioni affatto vincolanti per gli operatori del diritto, e peraltro, sbagliate nel merito, poiché palesemente contrastanti con il dettato normativo.

E’ da ritenersi, si nota per inciso, del tutto fondato il sospetto di incostituzionalità della norma in questione, ma è  legittimo domandarsi a questo punto quali saranno le interpretazioni degli operatori del diritto, di quei dirigenti che, basandosi su un’interpretazione ministeriale, hanno liquidato ferie non fruite, pur nel palese richiamo a precise responsabilità in caso di inottempreanza al divieto. A questo punto infatti non ci sono solo un dettato normativo, pur inequivoco, ed interpretazioni e pareri (sia pur istituzionali) difformi, ma interpretazioni giurisprudenziali che confutano apertamente le interpretazioni estensive.

La confusione del nostro ordinamento, come evidenzia questo singolare caso ma anche altri (clamorosa le negazione del congedo del lavoratori padre dipendente pubblico, consentita dalla legge ma di fatto negata da due interpretazioni di due funzionari ministeriali, della Funzione Pubblica e dell’INPS), è sempre più palese, ed il rischio per le attività decisionali delle figure di vertice delle amministrazioni altissimo.

Finalmente, oggi con la sentenza della Corte Costituzionale 95/2016 si può introdurre un punto fermo nella vicenda.

La sentenza in esame ritiene infondata la questione, poiché la legge, correttamente interpretata, è conforme alla Costituzione; la stessa muove dal punto che proprio il legislatore correla “il divieto di corrispondere trattamenti sostitutivi a fattispecie in cui la cessazione del rapporto di lavoro è riconducibile a una scelta o un comportamento del lavoratore (dimissioni, risoluzione) o ad eventi (mobilità, pensionamento, raggiungimento dei limiti di età) che comunque consentano di pianificare per tempo la fruizione delle ferie e adi attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al periodo di godimento delle ferie“.

La Consulta quindi, rammentando che proprio la prassi amministrativa e la magistratura contabile convergono “nell’escludere dall’ambito applicativo del divieto le vicende estintitve del raporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore e la capacità organizzativa del datore di lavoro” giunge a considerare non fondata la questione proprio reinterpretando la norma e ritenendola, con siffatta lettura, conforme a questione.

Il caso sembrerebbe a questo punto chiuso, essendo l’interpretazione ormai conforme suffragata dal sigillo più auterevole, quello della Corte Costituzionale.

Ci si consenta, tuttavia, qualche considerazione critica, sopra accennata.

La Corte esamina con la pronuncia in questione diremmo solo una parte del testo normativo, dimenticando che lo stesso, con inequivocabile chiarezza, dispone che i trattamenti sostitutivi sono “VIETATI IN OGNI CASO” e lo sono “ANCHE” nei casi che si connettono ad una interruzione del rapporto di lavoro connessa alla volontà del lavoratore; quindi in tutti i casi (con previsione di specifica responsabilità in caso di violazione) non si possono, dice la legge, pagare le ferie residue, anche in quelli che l’interpretazione ormai indiscutibile considera come unici. Inoltre, la Corte   espressamente ritiene fondato il divieto laddove il lavoratore e il datore di lavoro avrebbero potuto, con idonea programmazione, evitare il “cumulo” di ferie residue; ebbene, il caso già accenato del preavviso non consente in alcun modo di programmare la fruizione, poiché è la legge stessa che VIETA la fruizione delle ferie durante il periodo di preavviuso (che può arrivare anche a corrispoindere a periodi di svariati mesi).

Infine, che il giudice supremo della legittimità costituzionale argomenti le proprie conclusioni citando la conforme prassi amministrativa lascia quantomeno sconcertati.

Il rischio concreto che si corre con queste interpretazioni discutibili è che la difficoltà di applicazione di leggi fatte male possa essere aggirata con applicazioni spegiudicate, e non con interventi, assolutamente necessari, che dettino la retta via della normazione equilibrata ed equa.

Per chi ha studiato e studia diritto con passione, il rischio , in un momento estremamente complesso per il diritto, l’individuazione della gerarchia delle fonti e il districarsi in un’attività diremmo “creativa” del legislatore”, è considerare la Consulta, quella che era un faro per gli operatori del diritto, un lumicino.

 

 

 

 

Divieto monetizzazione ferie e stravolgimento della gerarchia delle fonti: finalmente alla Corte Costituzionale la parola

Il tema ricorrente del divieto di monetizzazione delle ferie è stato più volte oggetto di interpretazioni e interventi tesi a tentare di evitare le conseguenze rischiose di un divieto normativo assolutamente netto e preciso.

La vicenda muove dall’intervento del decreto c.d. “spending review”, (D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012), che all’art. 5 comma 8 espressamente dispone:

8. Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al  personale,  anche
di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni  pubbliche  inserite
nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione,  come
individuate dall'Istituto nazionale di statistica  (ISTAT)  ai  sensi
dell'articolo 1, comma 2, della  legge  31  dicembre  2009,  n.  196,
nonche' delle  autorita'  indipendenti  ivi  inclusa  la  Commissione
nazionale per le societa' e la borsa (Consob), sono obbligatoriamente
fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno
luogo in nessun caso alla  corresponsione  di  trattamenti  economici
sostitutivi. La presente disposizione si applica  anche  in  caso  di
cessazione  del  rapporto  di  lavoro  per   mobilita',   dimissioni,
risoluzione, pensionamento  e  raggiungimento  del  limite  di  eta'.
Eventuali  disposizioni  normative  e  contrattuali  piu'  favorevoli
cessano di avere applicazione a decorrere dall'entrata in vigore  del
presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre  a
comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, e' fonte di
responsabilita'  disciplinare  ed  amministrativa  per  il  dirigente
responsabile. Il presente comma non si applica al personale docente e
amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve  e  saltuario  o
docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attivita'
didattiche, limitatamente alla  differenza  tra  i  giorni  di  ferie
spettanti e quelli in cui e' consentito al personale in questione  di
fruire delle ferie. (6)

Un divieto che non ammette repliche, diremmo, ed intepretazioni difformi. Come noto, del resto, nel nostro ordinamento giuridico le leggi sono sovraordinate a qualsivoglia intepretazione giurisprudenziale o amministrativa, essendo soggetta, insieme agli atti aventi forza di legge, esclusivamente alla Costituzione (e all’ordinamento comunitario in alcuni casi).

La vicenda, tuttavia, poteva fin da subito assumere dei rilievi di rilevante impatto, essendo le ferie un diritto garantito dalla Costituzione (dall’art. 36 comma 3), dall’ordinamento comunitario (direttiva CE 2003/88, Corte di Giustizia Europea 2009 e 2012 sul diritto all’indennità sostitutiva in caso di mancata fruizione).

Il legislatore italiano, negli anni ormai trascorsi dal decreto citato, è stato silente ed impermeabile a qualsiasi istanza, specie proveniente dal mondo scolastico (laddove il divieto di monetizzazione ha fin da subito creato notevoli problemi in relazione al pagamento delle ferie del personale precario che, per motivazioni palesi, maturava ferie non fruibili nella maggior parte dei casi; la fattispecie è stata solo parzialmente risolta dalla modifica successiva dell’articolo).

Diversamente, l’intepretazione, amministrativa e giurisprudenziale, ha effettuato delle ricostruzioni contrastanti con il tenore cristallino della legge, sulla base delle quali moltissime amministrazioni, evidentemente (e forse erroneamente) non timorose dell’esplicito richiamo alla responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti responsabili delle violazioni al divieto, hanno continuato ad erogare indennità per ferie non godute.

Negli anni, è a questo punto opportuno ricordarlo, la vicenda:

 – è stata  ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere, n. 20 dell’11 novembre 2013, propende  per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti. Il parere si conforma all’interpretazione della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), ed è orientato ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, come visto, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende, in maniera simile ai pareri amministrativi riportati, per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

 – è stata affrontata, anche se solo in via incidentale, dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato). E’ molto strano, si nota per inciso, che la Corte Costituzionale, posta a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente, in qualche modo di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.

Tali interpretazioni, tuttavia, paiono discutibili non solo a fronte dell’inequivoco dettato normativo, ma anche nel merito. In alcuni casi, infatti, per accettare la tesi estensiva proposta, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano.

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Pareri e sentenze, è oipportuno ricordarlo nuovamente, nel sistema delle fonti del diritto italiano non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.

Ebbene, nel 2015, diremmo finalmente, ad opera del giudice Conte del Tribunale di Roma, la situazione si riapre in un ottica finalmente maggiormente conforme al sistema delle fonti del nostro ordinamento giuridico.

Con l’ordinanza 193 del 2015, il giudice del lavoro rimanda la questione, per sospetta incostituzionalità, alla Corte Costituzionale, ritenendo le interpretazioni ministeriali sopra citate (non vengono riportate le letture della Corte dei Conti) per quello che sono, delle semplici interpretazioni affatto vincolanti per gli operatori del diritto, e peraltro, sbagliate nel merito, poiché palesemente contrastanti con il dettato normativo.

E’ da ritenersi, si nota per inciso, del tutto fondato il sospetto di incostituzionalità della norma in questione, ma è  legittimo domandarsi a questo punto quali saranno le interpretazioni degli operatori del diritto, di quei dirigenti che, basandosi su un’interpretazione ministeriale, hanno liquidato ferie non fruite, pur nel palese richiamo a precise responsabilità in caso di inottempreanza al divieto. A questo punto infatti non ci sono solo un dettato normativo, pur inequivoco, ed interpretazioni e pareri (sia pur istituzionali) difformi, ma interpretazioni giurisprudenziali che confutano apertamente le interpretazioni estensive.

La confusione del nostro ordinamento, come evidenzia questo singolare caso ma anche altri (clamorosa le negazione del congedo del lavoratori padre dipendente pubblico, consentita dalla legge ma di fatto negata da due interpretazioni di due funzionari ministeriali, della Funzione Pubblica e dell’INPS), è sempre più palese, ed il rischio per le attività decisionali delle figure di vertice delle amministrazioni altissimo.

Alla Corte Costituzionale il compito di definire la questione, almeno in questo caso.

Qui i precedenti articoli sul tema.

La Corte Costituzionale sul divieto di monetizzazione delle ferie

Il tema ricorrente del divieto di monetizzazione delle ferie si arricchisce di un nuovo capitolo, forse dal valore maggiormente dirimente rispetto ai precedenti interventi.

La vicenda, lo ricordiamo, è stata recentemente ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere è intervenuta a proposito della questione. La pronuncia, n. 20 dell’11 novembre 2013, effettua un’utile disamina della normativa attuale in tema di possibile monetizzazione delle ferie; nel richiamare l’art. 5 del DL 95/2012 (Spending review), che al comma 8 aveva introdotto il rigido divieto di monetizzare le ferie “in ogni caso” queste residuassero, il parere propende  per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti.

Conformemente al parere della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), la Corte è orientata ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, si ricorda, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

Una interpretazione conforme ai pareri ministeriali citati, che tuttavia stride con un dettato normativo, lo ripetiamo anche in questa sede, estremamente rigido e chiaro, che non ammette deroghe, che elenca alcuni casi a titolo di esempio tendenti ad escludere qualsiasi possibilità di deroga.

Una interpretazione, inoltre, discutibile anche nel merito. In alcuni casi, infatti, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano.

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Pareri e sentenze, nel sistema delle fonti, non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.

Di recente, tuttavia, è intervenuta la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato).

E’ molto strano che la Corte Costituzionale, a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.

Ciò vuol dire che,  motivando adeguatamente l’atto di liquidazione, nei casi prescritti ed in presenza di un’interpretazione conforme a due pareri ministeriali, alla Corte dei Conti, financo alla Corte Costituzonale, in linea con il diritto comunitario e costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, la corresponsione delle ferie residue nei casi indicati dai pareri ministeriali è ipotesi praticabile, che dovrebbe porre al riparo da possibili conseguenze negative per l’inottemperanza ad obblighi di legge.

La Corte dei conti interviene sul divieto di monetizzazione delle ferie

Pubblicato su Sinergie di scuola

Un recentissimo parere della Corte dei Conti, sez. controllo per la regione Valle d’Aosta, interviene a proposito dell’annoso problema del divieto di monetizzazione delle ferie per i dipendenti pubblici, e in particolare per il personale docente a tempo determinato.

Il parere n. 20 dell’11 novembre 2013 effettua un’utile disamina della normativa attuale in tema di possibile monetizzazione delle ferie.

Nel richiamare l’art. 5 del DL 95/2012 (Spending review), che al comma 8 aveva introdotto il rigido divieto di monetizzare le ferie “in ogni caso” queste residuassero, il parere propende in prima battuta per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore di tutti i pubblici dipendenti.

Conformemente al parere della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), la Corte è orientata una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, si ricorda, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

Una interpretazione condivisibile nel merito, che tuttavia stride con il dettato normativo, lo ripetiamo anche in questa sede, estremamente rigido e chiaro, che non ammette deroghe, che elenca alcuni casi a titolo di esempio tendenti ad escludere qualsiasi possibilità di deroga.

Una interpretazione che non tiene conto che anche in alcuni casi la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale ad esercitare previamente il diritto alle ferie: nel caso delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano.

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Passando all’esame della legge di stabilità n. 228/2012, che dispone (art. 1 commi 54-55-56) una parziale deroga al divieto per il personale a tempo determinato delle scuole “limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui è consentito al personale in questione di fruire delle ferie”, la Corte evidenzia che, rispetto al dettato contrattuale previgente (comma 9 art. 13 CCNL scuola), è fatto obbligo al personale scolastico tutto di fruire delle ferie durante la sospensione delle lezioni (e non più di sospensione delle attività didattiche). Inoltre, la Corte rammenta che dal 1° gennaio 2013 (entrata in vigore della legge di stabilità), è consentito pagare le ferie residue al personale supplente “nel limite della differenza tra i giorni di ferie spettanti e  quelli in cui è permessa la fruizione” (ovvero i giorni di sospensione delle lezioni).

Rispetto al quesito nello specifico proposto alla Corte, la stessa propende per la spettanza al personale supplente del compenso sostitutivo delle ferie non godute per incapienza rispetto ai giorni di sospensione. La Corte sostiene che se l’obbligo di fruizione delle ferie non sussiste, non sussiste neanche il divieto, per cui se non ci sono giorni sufficienti per godere delle ferie maturate, il mancato godimento non viola alcun obbligo, e quindi è ammissibile la corresponsione, anche riguardo al periodo compreso tra il 7 luglio e il 31 dicembre 2012, al personale docente supplente di compensi sostitutivi limitatamente alla differenza tra i giorni maturati e quelli in cui esso avrebbe dovuto fruire delle stesse.

Sul tema, quindi, si susseguono interpretazioni ministeriali e della giurisprudenza, per far fronte ad un divieto che continua a provocare dubbi e difficoltà applicative.

Il legislatore, nel frattempo, sul punto non è più intervenuto.

Ferie e precari della scuola

Pubblicato su Sinergie di Scuola

Le disposizioni inserite nella legge di stabilità (legge 228/2012) a proposito dei precari della scuola avevano mitigato in qualche maniera la rigidità delle disposizioni in tema di monetizzazione delle ferie residue nel pubblico impiego che, ricordiamo, disponevano il divieto assoluto per i dipendenti pubblici di godere di indennità sostitutiva, per qualsiasi motivo (nonostante i tentativi mitigatori di qualche parere ministeriale che, come sappiamo, non può mai porsi in deroga o in contrasto con la legge).

Le disposizioni “di maggior favore” prevedevano:

  1. che il personale scolastico a tempo determinato non soffre del divieto generalizzato della monetizzazione delle ferie disposto per gli altri pubblici dipendenti, ma ciò solo se residuino giorni di ferie tra quelli maturati e quelli in cui era consentito fruirne (ovvero i giorni di sospensione delle lezioni);
  2. che le clausole contrattuali in contrasto sono disapplicate dal 1° settembre 2013.

Veementi e reiterate sono state le polemiche, sia a proposito dell’ingiusto divieto, foriero di sicuro contenzioso, disposto per la generalità dei dipendenti, sia per l’operatività dello stesso nei confronti dei precari della scuola.

I supplenti, infatti, per il loro ruolo, ben difficilmente possono fruire delle ferie in costanza del (precario) lavoro. Alcuni dirigenti scolastici hanno in corso d’anno suscitato vibranti proteste in sede sindacale, per aver disposto con atti imperativi la collocazione in ferie “‘d’ufficio” nei giorni di sospensione delle lezioni del personale supplente con incarichi lunghi, spesso annuali, proprio in applicazione del disposto legislativo.

Durante l’anno scolastico non ci sono stati interventi istituzionali, anche ministeriali, che chiarissero le cose, nonostante le sollecitazioni.

In questi giorni si è parlato di una nota ministeriale di “salvezza” delle ferie dei precari, ovvero l’informativa sindacale del Miur del 12 giugno 2013, che dà atto dell’assegnazione alle istituzioni scolastiche dei fondi necessari per il pagamento delle ferie non fruite ai precari della scuola. Si badi bene, la nota parla delle ferie non fruite, senza distinguere se queste siano quelle residuali ai giorni di sospensione delle lezioni oppure a prescindere dalla fruizione in quei medesimi giorni. La nota quindi non interviene affatto sul problema annoso dell’obbligo, o meno, della fruizione delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni già durante l’anno scolastico 2012/2013. Ciò nonostante, è stata accolta in sede sindacale come sicura sconfessione nei confronti dei provvedimenti restrittivi operati in corso d’anno da alcuni dirigenti scolastici.

Recentemente il 4 luglio è intervenuta una nota della Provincia autonoma di Trento (ringraziamo per la segnalazione l’a.a. Giorgio Greco) diretta ai dirigenti scolastici, che, nell’invitare i Dirigenti a fornire appositi modelli recanti di dati relativi alle ferie del personale a tempo determinato, ricorda che occorre indicare i giorni di sospensione delle lezioni non coperti da altre giustificazioni dell’assenza, rammentando espressamente che il pagamento delle ferie non godute viene riconosciuto “limitatamente alla differenza tra il numero dei giorni maturati e il numero di giorni nei quali è consentito fruire delle ferie”, non facendo alcun riferimento alla applicabilità della prescrizione a partire dal 1° settembre 2013 (data a partire dalla quale, per legge, sono caducate le clausole contrattuali in contrasto).

La confusione continua quindi, e verrà “sanata” dall’ormai prossimo inizio dell’anno scolastico 2013/2014, con  l’inefficacia delle clausole contrattuali in contrasto con la legge.

Gli enormi problemi che deriveranno dall’applicazione del divieto anche nei confronti del personale precario sono facilmente immaginabili.

Intanto, riscontriamo che l’aver combattuto in sede sindacale per l’inoperatività del divieto nei confronti del solo personale scolastico precario ha fatto “dimenticare” l’operatività del divieto nei confronti della generalità dei dipendenti pubblici che, se cessano dal rapporto di lavoro per qualsiasi motivo, si vedono cancellare il diritto alle ferie, costituzionalmente garantito e ribadito dalla giurisprudenza della Cassazione più recente.

Divieto monetizzazione ferie: legislatore e Cassazione su due binari paralleli

A un anno di distanza del famigerato decreto sulla revisione della spesa, il divieto della monetizzazione delle ferie previsto dall’art. 5 comma 8 ha prodotto i suoi effetti “complicati” (si apprezzi l’eufemismo), comprensivi di feroci polemiche, contenziosi minacciati e attivati (specie nel caso, delicatissimo, dei precari della scuola, obbligati da molti dirigenti scolastici a fruire delle ferie neli giorni di sospensione delle lezioni), pareri di funzionari ministeriali spesso citati come fossero, in spregio ai principi base della gerarchia delle fonti, parificati alla legge.

Avevamo avuto modo di analizzare alcune sentenze, in questa categoria, generalmente favorevoli, in termini anche inequivocabili, alla fruizione delle ferie residue qualora non fruite per motivi indipendenti dal lavoratore.

Ancora, è intervenuta di recente, nuovamente, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 4 luglio n. 16735: a proposito di un dipendente ENEA (ente pubblico, stante la classificazione Istat che sul punto è parametro inequivocabile della “pubblicità” delle strutture e della conseguente applicabilità della normativa generale sul pubblico impiego) cui era stata contestata dal datore di lavoro la corresponsione dell’indennità sostitutiva delle ferie in quanto dallo stesso non espressamente richieste, la Corte di Cassazione si spinge oltre l’ordinaria interpretazione, fino a giustificare la corresponsione anche se la mancata fruizione non sia imputabile al datore di lavoro.

La sentenza testualmente riporta “…E’ principio consolidato di questa Corte che, in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito dall’art. 36 Cost. e dall’art. 7 della direttiva 2003/88/CE (v. sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti C-350/06 e C-520/06 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore la relativa indennità sostitutiva, la cui funzione è quella di compensare il danno costituito dalla perdita del bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l’opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l’istituto delle ferie è destinato (Cass. 9 luglio 2012 n. 11462; Cass. 25 settembre 2004 n. 19303; Cass. 19 maggio 2003 n. 7863)”.

La sentenza si riferisce ad un periodo previgente l’entrata in vigore del divieto di monetizzazione, ed ha valore di interpretazione giurisprudenziale (non parificabile alla legge, sia pur se proveniente dalla Corte di Cassazione che ha sul punto valore “nomofilattico”).

Tuttavia, esemplifica ancora una volta la distanza tra il legislatore e la massima giurisprudenza, che sul punto, richiamando la Costituzione e i principi comunitari, sbugiarda e contraddice una normativa ancora non modificata (nè più di tanto contestata in sede sindacale) di sicuro e incostituzionale effetto negativo nei confronti dei lavoratori.

Ferie personale scolastico: la risposta della Funzione Pubblica e i tanti dubbi rimasti

Pubblicato su Sinergie di scuola

Il Dipartimento Funzione Pubblica ha pochi giorni fa, con questa nota, risposto all’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), sulla questione dell’applicabilità delle disposizioni della legge di stabilità (la 228 del dicembre 2012) e delle norme prescritte per la fruizione delle ferie del personale precario anche al personale scolastico alle dipendenze degli enti locali.

Le disposizioni, lo ricordiamo, prevedono:

– che il personale docente fruisce delle ferie nei giorni di sospensione delle lezioni;

– che il personale scolastico a tempo determinato non soffre del divieto generalizzato della monetizzazione delle ferie disposto per gli altri pubblici dipendenti, ma ciò solo se residuino giorni di ferie tra quelli maturati e quelli in cui era concentito fruirne;

– che le clausole contrattuali in contrasto sono disapplicate dal 1 settembre 2013.

La risposta non poteva che essere positiva: ovviamente, le disposizioni in questione si applicano anche al personale assunto dagli enti locali, ovvero insegnati di scuola materna ed educatori di asili nido; la norma infatti fa riferimento alla funzione, non al contratto applicabile nè al datore di lavoro (Stato o Ente locale).

Nonostante l’evidenza, tuttavia, il parere, come spesso avviene, viene reso in termini che lasciano margini di incertezza: l’uso del termine “pare”, del tempo condizionale (“parrebbe”), l’esigenza di dover acquisire sul punto il parere sia del MEF che del MIUR fanno intendere proprio quella che è la reale portata di questo come di altri parere: un’interpretazione della legge resa da un alto funzionario ministeriale.

 Nel contempo, a proposito dell’annoso problema del divieto di monetizzazione delle ferie, soprattutto per il personale precario, le scuole e le amministrazioni pubbliche continuano a dibattersi negli annosi e mai risolti problemi.

 Il personale a tempo determinato può essere obbligato con provvedimento del dirigente ad andare in ferie nei giorni di sospensione dele lezioni?

Cosa rischia se non ottempera a queste disposizioni di servizio?

E cosa rischiano i dirigenti scolastici che in gran numero, in quest’anno scolastico, sono ricorsi a tali misure?

Dopo i tanti appelli delle istituzioni scolastiche e delle rappresentanze sindacali lanciati e caduti nel vuoto, e registrato il clima teso in moltissime scuole, con i dirigenti che assumono provvedimenti imperativi e  il personale precario che annuncia contenziosi e presenta diffide, è notizia recentissima (ma è solo l’ultima in ordine di tempo) quella dell’allarme inoltrato al Ministero Istruzione da parte della Federazione della Conoscenza della CGIL, che lamenta la disapplicazione delle clausole contrattuali già dall’anno in corso e non da settembre 2013, ricorda le diffide presentate e prefigura scenari di certi contenziosi e possibili danni erariali.

Un caso emblematico di come la politica, le misure del Governo e del Legislatore siano lontane dalle realtà lavorative del Paese, che si dibattono in difficoltà operative faticose, dispendiose, pericolose, superficialmente ascritte alla “cattiva burocrazia”, in realtà frutto di leggi di ardua applicazione.

Qualche aggiornamento (anche sulla monetizzazione delle ferie)

Nella Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2013 è stato pubblicato il D.P.R. 252/2012, “Regolamento recante i criteri e le modalità per la pubblicazione degli atti e degli allegati elenchi degli oneri introdotti ed eliminati, ai sensi dell’art. 7, comma 2, della legge 11 novembre 2011, n. 180 “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese”:

Qui il testo.

Il MInistero dell’economia e delle Finanze ha poi pubblicato un’importante testo riassuntivo, sotto forma di circolare, con cui ripercorre tutti i più recenti interventi di contenimento della spesa pubblica, distinti per argomento e riassunti in un leggibile schema esplicativo finale.

La circolare è la numero 2 del 5 febbraio 2013.

Su questo ultimo testo, due piccole annotazioni.

Singolarmente, la circolare si rivolge solo alle amministrazioni dello Stato, e non a tutti gli enti pubblici, compresi i locali e i territoriali. Nella realtà, le più importanti misure di contenimento della spesa nel testo richiamate, a cominciare dal decreto sulla revisione della spesa, si applicano proprio a tutte le amministrazioni pubbliche, quindi le ragioni dell’esclusione sono ignote.

Poi, la circolare ricorda l’introduzione, a norma del D.L. 95/2012, del divieto di monetizzare le ferie, e riporta sul punto i pareri ministeriali (Funzione Pubblica e Ministero Finanze) con cui funzionari di vertice di queste amministrazioni interpretavano il divieto nel senso di escludere (usando termini molto prudenti e la forma verbale condizionale, lo ricordiamo) dal divieto di monetizzazione tutte le cause estintive improvvise, non preventivate e comunque non imputabili alla volontà del dipendente.

Rimando a tutti gli innumerevoli approfondimenti sul tema, ricordando che la circolare non è fonte del diritto, e in questo caso riporta (non prescrive l’operatività nè impone l’applicazione) pareri di funzionari ministeriali, resi peraltro in antitesi al preciso, inequivocabile, e rafforzato da specifiche previsioni sanzionarìtorie, divieto assoluto prescritto dalla legge.

Ulteriori approfondimenti successivamente.

Divieto monetizzazione ferie: il significato delle prime circolari operative

Il Ministero dell’Interno ha diramato il giorno 14 gennaio 2012 la circolare n. prot. 333, tesa a disciplinare (a 6 mesi dall’entrata in vigore) la portata del divieto di monetizzare le ferie residue.
La circolare, nello specifico del Dipartimento Pubblica Sicurezza, quindi diretta agli organi della Polizia di Stato e alle Prefetture, ricalca quanto in queste pagine più volte commentato, e si riassume per brevissimi capi:
– L’art. 5 comma 8 della legge sulla revisione della spesa (D.L. 95/2012, convertito in legge 135/2012), ha stabilito che le ferie monetizzate e non fruite non possono in alcun caso e senza eccezione alcuna (tranne qualche caso riguardante il personale supplente scolastico, come aggiunto dalla legge di stabilità) dar luogo a monetizzazione;
– La disposizione riguarda solo i rapporti cessati dopo il 7 luglio 2012 e non ha portata retroattiva, né riguarda le ferie accumulate prima di tale data. Le singole situazioni dovranno essere valutate dai reparti di appartenenza, analizzando gli atti formali che giustifichino il rinvio della fruizione;
– Il parere del Dipartimento Funzione Pubblica n. 400033 del 8 ottobre 2012, e quello conforme del Ministero Economia e Finanze IGOP 94806 del 9 novembre 2013 , hanno chiarito che non sarebbe operante il divieto nei casi di estinzione del rapporto di lavoro o mancata fruizione non imputabile a volontà del lavoratore (dispensa per inidoneità, decesso, malattia, infortunio sul lavoro, congedo maternità, aspettativa). La Corte dei Conti Regione Sicilia, ricordo, recentemente, a proposito del caso specifico di decesso del dipendente ha avuto modo di convenire sulla monetizzabilità delle ferie La circolare conclude nel senso di attenersi ai pareri disposti dai predetti organi.

Portata formale della circolare

Preliminarmente ricordiamo che nessuna circolare ha valore di legge, né può porsi in contrasto con la legge ordinaria o gli atti aventi forza di legge. La Cassazione, addirittura, è arrivata a sostenere che le circolari non siano nemmeno fonti del diritto.
Tuttavia, non può negarsi come questo atto stessa si atteggi ad ordine impartito ai dipendenti (quella qui commentata si conclude con l’invito ad attenersi a quanto riportato).
Non si tratta quindi di un parere reso da un funzionario di un ufficio estraneo (che, come più volte ribadito, non può avere alcun valore di fronte alla cogenza di una legge peraltro molto chiara) ma di un ordine a provvedere.
E’ il caso quindi di ricordare quanto il vecchio TU del impiegati civili dello Stato (D.P.R. n. 3 del 1957), in molte parti ancora vigente, riporta ancora sul tema degli ordini gerarchicamente impartiti:
– All’art. 16 che :”L’impiegato deve eseguire gli ordini che gli siano impartiti dal superiore gerarchico relativamente alle proprie funzioni o mansioni”;
– All’art. 17 che: ”L’impiegato, al quale, dal proprio superiore, venga impartito un ordine che egli ritenga palesemente illegittimo, deve farne rimostranza allo stesso superiore, dichiarandone le ragioni. Se l’ordine e’ rinnovato per iscritto, l’impiegato ha il dovere di darvi esecuzione. L’impiegato non deve comunque eseguire l’ordine del superiore quando l’atto sia vietato dalla legge penale”;
– All’art. 18 che “L’impiegato delle amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, e’ tenuto a risarcire alle amministrazioni stesse i danni derivanti da violazioni di obblighi di servizio. Se l’impiegato ha agito per un ordine che era obbligato ad eseguire va esente da responsabilita’, salva la responsabilita’ del superiore che ha impartito l’ordine”.
Si può affermare quindi che, per il solo personale destinatario della circolare, sia possibile eseguire quanto riportato dalla nota del Ministero dell’Interno, proprio in osservanza di una specifica disposizione di servizio. Ci sembra invece opportuno sottolineare come, per le altre amministrazioni, valga come già visto il divieto di legge, fino a quando non interverranno eventuali disposizioni specifiche valevoli per i singoli settori e impartite dai superiori gerarchici.

L’analisi nel merito della disposizione e delle eventuali esenzioni sono state già ampiamente trattate, e a queste si rinvia.

Divieto monetizzazione ferie: interviene l’ARAN

L’ARAN, Agenzia Nazionale per la Rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, per usare le parole sel sito web istituzionale come primo compito “svolge ogni attività relativa alla negoziazione e definizione dei contratti collettivi del personale dei vari comparti del pubblico impiego, ivi compresa l’interpretazione autentica delle clausole contrattuali e la disciplina delle relazioni sindacali nelle amministrazioni pubbliche“.

In un periodo, perdurante purtroppo da anni, di blocco legislativo della contrattazione nazionale per tutto il pubblico impiego, e nel conseguente contrarsi di tutte le attività connesse dell’Agenzia, la stessa pubblica un memorandum relativo al divieto di monetizzazione delle ferie, a conferma della gravosità dell’applicazione dello stesso, in questa sede più volte trattato.

Un intervento da accogliersi con favore, evidentemente, considerato che, come su queste pagine riportato in questo articolo, un parere reso il 7 agosto dall’Aran pareva non tener conto del divieto.

Il parere si trova qui.

Non ritengo di utilitàcommentarlo, poiché, a parte qualche piccola nota polemica nel lamentare chiarimenti mancati per il periodo transitorio o nel sottolineare la peculiarità del lavoro pubblico (“privatizzato” solo per gli aspetti meno gravosi per lo Stato), il parere riporta fedelmente le altre “opinioni” espresse in sede ministeriale, come se fossero canoni interpretativi tali da “aggirare” il divieto legislativo.

Abbiamo più volte ritenuto lampante come un funzionario ministeriale non possa sostituirsi al Parlamento (per dirla con parole semplici) con pareri dal contenuto estraneo alla legge, quindi si riporta il parere Aran per completezza di informazione, e si rimanda agli altri approfondimenti rirpotati su queste pagine sullo stesso tema.