Equiparazione lavoro pubblico privato; la Cassazione riapre il dibattito

Sta facendo discutere la sentenza della Cassazione, sez. Lavoro, n. 24157/2015, assunta a “pretesto” per parlare, una volta ancora, della piena equiparabilità tra lavoratori pubblici e privati.

La sentenza, che in realtà dà ragione al lavoratore confermando la nullità del licenziamento per vizi procedurali (inadeguatezza del collegio disciplinare), afferma la piena equiparazione tra lavoratori pubblici e privati in ordine all’applicazione dello Statuto dei lavoratori, in virtù del D.Lgs. 165/2001, art. 51; lo Statuto quindi si applicherebbe al settore pubblico anche per quanto riguarda le modifiche recate dalla legge 92/2012 (c.d. “Fornero”) “a prescindere dalle iniziative normative di armonizzazione”.

Il tema trattato dalla sentenza, per inciso, riguardava le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, ovvero il passaggio dal diritto alla reintegrazione al risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato.

Preliminarmente, ricordiamo che il valore delle sentenze, nel nostro ordinamento, equivale ad interpretazione autorevole, ma non costituisce “precedente”. L’autorevolezza è maggiore se proviene dalla Corte di Cassazione; sussiste, in particolare, una certa vincolatività delle sentenze della Cassazione sancita dalle nuove modifiche al codice di procedura civile (il valore è ancora maggiore nel caso di pronunce delle Sezioni unite, quale non è il caso in esame), ma comunque la pronuncia non è vincolante come lo è la legge.

Tuttavia, si ritiene l’interpretazione stessa non solo plausibile, ma suffragata anche da ampia dottrina conforme.
E conforme è l’interpretazione di quanti, e come sappiamo sono la schiacciante maggioranza dei media, vorrebbero ancora vedere un supposto privilegio dei dipendenti pubblici nei confornti di quelli privati, da scardinare a colpi non solo di sentenze (come è sacrosanto), ma di inchieste giornalistiche (talora assai forzate) e interpretazioni apertamente schierate contro i lavoratori dello Stato, “fannulloni” a prescindere.

Ebbene, se l’intepretazione della Corte come detto è pienamente condivisibile, parimenti dovrebbe essere inserita in un discorso scevro da pregiudizi.

Se di concreta parificazione si tratta, di conseguenza, dovrebbero essere applicate a tutti i dipendenti le stesse regole, come, ad esempio, in tema di:

  • fasce orarie in caso di malattia (che sono più estese e gravose per i lavoratori pubblici);
  • diritti del lavoratore padre (il congedo obbligatorio e retribuito è riconosciuto ai dipendenti privati proprio dalle legge “Fornero”, e non a quelli pubblici in virtù, addirittura, di interpretazioni ministeriali);
  • secondo lavoro (inibito ai dipendenti pubblici anche i caso di assenza di conflitto di interessi, diversamente dai privati);
  • retribuzione del “patto di non concorrenza” per il periodo successivo alla cessazione del rapporto di lavoro (quello che, chiamato “pantouflage”, inibisce dall’avviare taluni rapporti di lavoro all’ex dipendente pubblico addirittura dopo la cessazione del suo impiego. Il patto, che deve essere retribuito per il lavoratore privato, è automatico e senza alcuna retribuzione per il lavoratore pubblico).

Soprattutto, non dovrebbe essere più consentito bloccare per tempi interminabili le retribuzioni, come sta avvenendo ormai da quasi sette anni per alcuni settori pubblici, visto che la stessa Corte Costituzionale ha ritenuto legittimo un blocco “a tempo” degli stipendi proprio per le particolarità e le differenze che ancora connotano i lavoratori pubblici rispetto a quelli privati.

Ce ne sarebbero altre di differenze, e in questa sede è impossibile analizzarle tutte. Ma bastano quelle elencate per rendere legittima una domanda: se è auspicabile la completa equiparazione dei due settori, quello a cui si ambisce è reale equiparazione o la stessa vale solo per gli aspetti negativi?

pubblicato su Sinergie di Scuola

Assenteismo e assenze nel pubblico impiego. Parte seconda

La massiccia operazione dei giorni scorsi contro il pubblico impiego sembrava momentaneamente sopita anche a causa dei recenti ben più gravi fatti di cronaca, e, forse, anche grazie alla rete, in cui si sono trovati numerosi articoli e testimonianze che cominciano a dare un quadro diverso, realistico, con maggiorni informazioni ed elementi di fatto di fronte alla pura propaganda dei numeri un po’ tirati a caso, un po’ utilizzati artificiosamente a fini propagandistici.

Non era finita, evidentemente. Proviamo ad intervenire nuovamente.

Il caso delle assenze di malattia di un solo giorno

Con gigantesco spiegamento di forze la montagna delle informazioni sul pubblico impiego, anche oggi, produce il suo miserevole sorcetto, con una notizia che giganteggia sui maggiori organi di informazione nazionali. Solo a titolo di esempio si riporta Repubblica, con l’avvertenza che la “notizia bomba” (Repubblica la definisce “denuncia”) si trova su tutte le principali testate.

Il colpaccio mediatico sarebbe questo: i base a quanto rilevato dalla CGIA di Mestre (una confederazione di artigiani da sempre considerata come punto di riferimento per le analisi sul pubblico impiego e la pubblica amministrazione per attinenza di funzioni e competenza) nel pubblico impiego le assenze di un solo giorno sarebbero superiori a quelle di un solo giorno nel privato.

Ohibò che notizia! Certo è necessario conoscere dettagli più piccanti, quali l’incidenza degli eventi morbosi degli statali coi capelli rossi, delle cervicobrachiaglie rispetto ai tumori, delle influenze intestinali dei privati in relazione alle ernie discali L5-S1 dei dipendenti del comparto Regioni ed enti locali, ma per ora accontentiamoci di questo dato.

Nel pubblico le assenze di un giorno solo sono di numero maggiore che nel privato. In probabile relazione al fatto che ci si è accorti che molte fonti di informazioni (quelle meno istituzionali) hanno in questi giorni sollevato timidamente l’obiezione che nel pubblico ci si ammala meno che ne privato, che si perdono complessivamente meno giorni di malattia, quindi qualche altro elemento si doveva pur tirare fuori. E si è trovata la malattia di un giorno.

Questa notiziona sarebbe probante, a sfavore dei dipendenti pubblici e a favore del loro fancazzismo, se la malattia di un giorno non comportasse l’obbligo di certificato medico, o esonerasse dalla visita del medico fiscale.

Ovviamente, non è così, poichè anche per le assenze di un giorno è obbligatoria la decurtazione stipendiale, l’invio del certificato e la possibilità (obbligo ser l’assenza è il ridosso di fine settimana o festività) della visita fiscale. Quindi la notizia comporta esclusivamente vari corollari, dal chi se ne fotte all’invito palese ai dipendenti pubblici di non farsi passare in un giorno l’influenza e di tornare sul posto di lavoro pur se acciaccati il giorno dopo, ma di prendersi 3 o 4 giorni al posto di uno, sì da far contenti CGIA di Mestre  e commentatori in cerca del sangue del più povero.

Lo dice pure il TGCOM: sono troppe le assenze di un solo giorno! Ammalatevi di più, no?

La vera notizia sta sempre nella stessa indagine pubblicata oggi dalla CGIA: ANCHE NEL 2013, NEL PUBBLICO SI PERDONO MENO GIORNI DI MALATTIA CHE NEL PRIVATO (17,1 CONTRO 18,3).

L’aumento dei certificati pubblici nel 2013

La medesima indagine della CGIA di Mestre pubblicata oggi riporta i dati di una rilevazione INPS del novembre 2013, in base alla quale i certificati medici inoltrati all’INPS stessa sarebbero aumentti di circa il 9% nel 2013; anche questa notizia, chiaramente, ha avuto vasta eco tra gli organi di informazione, è rimbalzata sui soliti forum assetati del sangue del poveraccio, senza adeguato approfondimento.

Approfondimento che credo abbia una banalissima spiegazione normativa. Bisogna studiare insomma, e non all’università della vita.

Dalla pagina Informazioni INPS relativa ai certificati telematici infatti si apprende che il passaggio dal certificato cartaceo a quello telematico, per tutti i dipendenti pubblici e privati, ha seguito degli step precisi, che hanno riguardato anche periodi molto recenti. Per i pubblici dipendenti, infatti, tale riforma è operativa da qualche anno, ma non per tutti; una particolare categoria di dipendenti sono ancora definiti dalla legge “”personale in regime di diritto pubblico”, ed è costituita da, in base alla definizione dell’art. 3 D. Lgs. 165/2001, “i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, gli avvocati e procuratori dello Stato, il personale militare e delle Forze di polizia di Stato, il personale della carriera diplomatica e della carriera prefettizia nonche’ i dipendenti degli enti che svolgono la loro attivita’ nelle materie contemplate dall’articolo 1 del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 17 luglio 1947, n.691, e dalle leggi 4 giugno 1985, n.281, e successive modificazioni ed integrazioni, e 10 ottobre 1990, n.287“.

Per queste categorie il certificato di malattia, fino a fine 2012, non veniva inoltrato all’INPS telematicamente (che quindi non lo censiva) ma alle singole amministrazioni e in forma cartacea. Con il D.L. 179/2012, art. 7, dalla fine del 2012 anche le categorie di dipendenti pubblici prima esclusi (tranne Polizia, Forze Armate e Vigili del Fuoco), trasmettono i certificati telematicamente all’INPS.

Quindi: è certamente vero che i certificati dei lavoratori pubblici sono aumentati nell’anno 2013. Proprio dal 2013, una vasta platea di dipendenti prima non censiti dall’INPS trasmettono i propri certificati allo stesso ente previdenziale, che prima non li censiva. Non vi viene un come vago sospetto, una come presumibile spiegazione?

Nonostante l’aumento dei certificati (dovuti non all’aumento delle malattie ma all’aumento della platea censita) NEL 2013 I DIPENDENTI PUBBLICI SI AMMALANO PER MENO GIORNI DEI DIPENDENTI PRIVATI.

Confindustria e le giornate di lavoro perse per assenteismo

Un’altra notizia strombazzata oggi qua e là, riportata principalmente dall’Agenzia ADNkronos, certifica che, secondo uno studio (che non riesco a trovare) di Confindustria (notoriamente propensa a parlare bene degli impiegati pubblici) si rileva come “gli statali abbiano totalizzato in media 19 giorni di assenze retribuiti, 6 in più di quanto rilevato nel mondo di Confindustria per un gruppo di dipendenti comparabile“.

Quali siano i dati, cosa diavolo sia il “mondo Confindustria” o quali forme assuma il “gruppo di dipendenti comparabile” non è dato sapere, come detto.

Tuttavia (e reggetevi forte che non ve lo aspettate) è probabilmente vero che i dipendenti pubblici si assentano in maniera retribuita (non per malattia) di più dei dipendenti privati.

La motivazione principale potrebbe chiamarsi, anche, oltre a quelle indicate nel precedente articolo, “festività soppressa”. Le ex festività soppresse (legge 937/1997), infatti, hanno dato luogo a giornate assimilabili alle ferie nel pubblico impiego, e a giornate di permesso retribuito nei CCNL privati, con la possibilità tuttavia, per i dipendenti privati in caso di mancata fruizione, come si desume da vari CCNL di categoria, di corresponsione della relativa indennità economica. Nella pratica: nel pubblico le ex festività sono sostituite con giornate di riposo che non possono mai essere retribuite (se non per motivate esigenze di servizio, ma oggi anche questa possibilità sembra decaduta con il divieto assoluto di monetizzare le ferie disposto dalla spending review), se non fruite.

Nel privato invece la mancata fruizione dà luogo a retribuzione; ho sempre timore a parlare si cose che non conosco bene ma mi sembra proprio così dai contratti dei maggiori settori, come quello dei metalmeccanici.

Nel privato, quindi, è possibile godere di un trattamento economico maggiore a fronte di una minore assenza dal lavoro (e mancata fruizione di permessi), nel pubblico l’alternativa è tra la fruizione della giornata di astensione o la decadenza, a fine anno, dal diritto.

Una parificazione in tal senso sarebbe auspicabile, e di certo comporterebbe, considerata la situazione di crisi economica ed il blocco dei salari nel pubblico impiego, un aumento delle giornate lavorative dei dipendenti pubblici. Tale possibilità è stata considerata tuttavia impraticabile dalla Corte Costituzionale, che molto spesso ha evidenziato le numerose peculiarità del pubblico impiego, come ha del resto affermato in altre sentenze per legittimare il blocco contrattuale. Si legga, solo a titolo di esempio la n. 146 del 2008; la Corte offre una lettura contraria alla completa privatizzazione del lavoro pubblico. Si dovrebbe, tale orientamento, ricordare a proposito della probabile estensione (normativamente sarebbe già così) al settore pubblico del Jobs Act; forse,con l’estensione, ci scapperebbe lo sblocco dei contratti.

 

Le colossali bugie sull’assenteismo nel pubblico impiego

Propaganda: Azione che tende a influire sull’opinione pubblica e i mezzi con cui viene svolta. È un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto. La p. utilizza tecniche comunicative che richiedono competenze professionali, nonché l’accesso a mezzi di comunicazione di vario tipo, in particolare ai mass media, e implicano un certo grado di occultamento, manipolazione, selettività rispetto alla verità. I messaggi possono arrivare a implicare diversi gradi di coercizione o di minaccia, possono far leva sulla paura o appellarsi ad aspirazioni positive.

Enciclopedia Treccani

La definizione qui riportata è pienamente applicabile alla massiccia operazione di denigrazione, vilipendio, oltraggio del lavoro pubblico, del lavoro reso per lo Stato, effettuata negli ultimi giorni ed in particolare in queste ultime ore, in occasione dell’assenza massiccia di personale della polizia municipale di Roma Capitale in occasione della notte dell’ultimo dell’anno. Un caso che le persone attente dovrebbero trattare con le molle; così come riportano gli organi di informazione, e i numeri sono da analizzare con riserva vista la campagna stampa partita con precisione millimetrica dall’evento e considerato che i numeri degli assenti sospetti sono passati in poche ore da più di ottocento a circa 40.

Della definizione, sopra riportata, resa da fonte illustre, in questo particolare frangente c’è da dissentire su un punto, sulle “competenze professionali” richieste da chi la propaganda mette in atto per raggiungere un determinato scopo.

Da lavoratrice stanca e con qualche margine di possibilità di offesa, cerco di disegnare qualche punto fermo, e di sbugiardare qualche tentativo di una mistificazione tale da lasciare interdetti anche i più scaltri.

Parliamo dell’assenteismo nel pubblico impiego.

Gli ultimi dati sulle assenze nel pubblico impiego

L’assenteismo nel pubblico impiego è tema ricorrente e ridondante, dai confini incerti: si intende per assenteismo l’assenza per malattia o il suo abuso? L’utilizzo legittimo delle ferie o dei congedi per maternità o per assistenza ai disabili (in questo caso l’abuso è tencicamente impossibile, essendosi forse mai verificato, che so, che una madre si assenti per partorire un figlio che non esiste).

Ancora: assentarsi per donazione di sangue (facoltà garantita dalla legge nel giorno della donazione) è assenza legittima o è abuso per cui sarebbe meglio non donarlo più il sangue con buona pace degli accorati appelli degli ospedali e della salute pubblica? O donare il sangue si può e si deve ma solo in determinati giorni, concertando la donazione con i coleghi, i dirigenti, i giornalisti, gli ospiti di Omnibus e il Ministro per la semplificazione?

Per quanto riguarda le assenze per malattia, se trasformiamo l’esercizio del diritto con il suo abuso, dovrebbero parlare dati inequivocabili.

In questi giorni si sono spese parole in libertà; il fine propagandistico (assunto che si cerca di dimostrare di seguito) si alimenta con la confusione; per fare un esempio, in questo articolo si dice, contemporaneamente, che “lo scorso agosto, c’è stato un calo delle assenze per malattia nella Pubblica Amministrazione del 9% rispetto all’anno precedente. 16,6% in meno nei comuni” e che “l ministro della Pa Marianna Madia ha già preso in considerazione il numero dei certificati di malattia nel pubblico impiego: tra il 2011 e il 2013 sono aumentati del 27%”; è mai possibile? Questi assunti, sia in termini positivi che negativi, sono ancorati a dati precisi?

In realtà, un dato su tutti è chiaro e preciso, e lo è per la fonte da cui proviene: è il report dell’INPS, che da qualche anno gestisce telematicamente le certificazioni mediche (assenze per malattia) dei dipendenti pubblici e privati.

Ebbene, quei dati ultimi sono stati pubblicati qualche tempo fa e ripresi da Repubblica del 3 gennaio: attestano che nell’anno 2012 nel privato ci si è ammalati per circa 18 giorni, nel pubblico per circa 16.

NEL PUBBLICO IMPIEGO QUINDI SI PERDONO PER MALATTIA MENO GIORNI DI LAVORO CHE NEL PRIVATO.

Di tale dato dovrebbero tener conto non solo i media e i politici che oggi inneggiano ad un maggiore rigore nei controlli, ma il legislatore (o chi scrive le circolari, visto che in totale spregio del sistema delle fonti le stesse hanno ormai sostitutio le leggi), che ancor oggi prevede decurtazioni economiche per i dipendenti pubblici che si ammalano (chi scrive perde circa 10 euro in busta paga per singolo giorno di malattia).

Ricordiamo che da anni sono in vigore alcune riforme risalenti all’epoca di Renato Brunetta ministro, mirate a contenere la spesa pubblica con misure “punitive” nei confronti delle assenze per malattia; come è stato chiarito espressamente più volte dalle circolari interpretative, sono assunte per contrastare l’assenteismo (nella pratica, si assimila la malattia all’approfittarsi, sic et simpliciter, degli istituti deputati alla sua tutela) e comportano decurtazioni economiche concrete e rilevanti in caso di malattia, anche sulla parte di stipendio non collegata alla presenza in servizio (come l’indennità di comparto per gli enti locali, che fa parte, nonostante il nome, della parte fissa dello stipendio).

Questi provvedimenti, lo ripetiamo, valgono solo per il settore pubblico.

Ad oggi, quando le misure riguardanti solo i lavoratori dello Stato (il blocco della contrattazione su tutti) sono prorogate sine die e altre misure, come il divieto di riconoscere il giorno di congedo obbligatorio al lavoratore padre dipendente dello Stato, non sembrano essere passibili di modifica né di interesse, sarebbe interessante ragionare ad ampio spettro sul lavoro pubblico, riconsiderando anche quelle norme che prevedono discriminazioni che non hanno più ragion d’essere nemmeno nei numeri.

L’avvio del 2015 conosce una feroce ondata di discredito nei confronti del pubblico impiego; tali rilievi non interessano, sono occultati, figurarsi se verranno riconsiderati ora in termini più equi per i lavoratori.

Comunque sia, i dati sulle assenze sono questi e questi solo.

Uno studio dell‘Espresso del 2011 riporta dati quasi uguali numericamente, con prevalenza di assenze per malattia dei lavoratori privati. Anche il Ministero semplificazione e PA effettua delle indagini, che tuttavia non effettuano paragoni con il lavoro dipendente privato e si basano su stime, poichè riportano dati delle amministrazioni che conferiscono i dati e possono non essere esaurienti.

Le indicazioni INPS, allo stato, sembrano proprio le più attendibili, perchè ci si può assentare per malattia solo presentando il certificato medico, e solo inoltrandolo, obbligatoriamente, all’INPS.

Se i dati sono questi, come è possibile leggere oggi notizie allarmistiche sull'”assenteismo” nel pubblico impiego?

I dati di fatto e come opera la propaganda

Illuminante, per dare un senso a quanto sopra premesso è questo articolo pubblicato su “La Stampa”, a firma di Paolo Baroni, del 3 gennaio, basato su dati del comune di Roma;  è il posto dove lavoro, le indicazioni riportate indicano anche il mio settore di appartenenza, è naturale che mi ci soffermi.

Bene. Nell’articolo (citato a titolo di esempio, si è scritto in queste ore dappertutto e di tutto sul tema) si riportano i dati relativi alle assenze del comune di Roma, riportati nella sezione “Amministrazione trasparente”, relativamente ai tassi di assenza del personale divisi per trimestre. I dati riportano le assenze, in generale, per singolo trimestre e per singola struttura, distinguendo tra assenza per malattia, ferie, legge 104 (assistenza ai disabili) e “altri motivi” non specificati.

Ebbene cosa fa la Stampa, particolarmente in prima fila nella battaglia contro i lavoratori pubblici? Somma TUTTE LE ASSENZE (malattia, ferie, e altri motivi tra cui presumibilmente i congedi obbligatori per maternità, quelli per malattia figlio eccetera). Poi  prende come riferimento un solo trimestre, ovvero quello estivo (luglio – agosto – settembre).

Ci siete?

Dunque si sommano le mele con le pere, le malattie con le assenze per maternità e le ferie, si prendono a riferimento i mesi estivi e ci si INDIGNA perchè una cifra oscillante (a seconda delle strutture) tra il 25% e il 42% è assente? Cioè ad agosto per congedi parentali, ferie, malattie, assistenza ai disabili e altri permessi (es. donazione sangue, oggi diventata un modo per fare sega al lavoro e non per aiutare gli altri) è assente meno del 35% dei colleghi?

CIOE’ MENTRE LE AZIENDE CHIUDONO PER FERIE, NON RIESCI A COMPRARE IL PANE NEL QUARTIERE PER DUE SETTIMANE, SONO AL LAVORO PIU’ DEL 60% DEI DIPENDENTI COMUNALI DI ROMA? MA SIAMO BRAVISSIMI!

Viene da ridere vero?

No, ci si deve incazzare, altrochè. BISOGNA DIRLO, SCRIVERLO, LINKARLO, RINFACCIARLO A TUTTI.

Perchè con questi metodi, considerando in maniera sessista e pericolosissima i congedi parentali e i diritti delle partorienti come assenteisimo, disegnando senza mezzi termini come abuso il diritto costituzionale delle ferie ad agosto, impacchettando tutto ad uso del popolo bue queste notizie per far passare una riforma che mortificherà ancor di più i diritti dei lavoratori è operazione terribile, che, guarda caso, è stata rilanciata anche dal sito Dagospia.

A questo siamo.

Il regime delle visite fiscali

Grande risalto oggi sui giornali alla notizia che sarà l’INPS a gestire le visite fiscali per i dipendenti pubblici.

Lo poteva fare anche prima, sia chiaro, solo che le amministrazioni avevano la facoltà di rivolgersi alla ASL. Era l’INPS CHE SI ERA RIFIUTATO (INPS maschile perchè Istituto) di garantire il servizio di visita fiscale per i dipendenti pubblici, e sapete perché? Perchè i dipendenti pubblici, evidentemente perchè SI AMMALANO MENO DEGLI ALTRI (?), sono soggetti ad un regime punitivo relativamente alle visite fiscali, devono cioè essere reperibili al domicilio per un numero di ore superiore (tre ore al giorno in più dei privati); con questo intervento (n. 4344 del 2012), l’INPS aveva ricordato che sì, le amministrazioni pubbliche potevano rivolgersi all’Istituto o alle ASL, ma L’INPS non avrebbe potuto inviare medici per un periodo giornaliero così ampio come quello previsto per i dipendenhti pubblici.

Quindi, fino ad oggi sonostate le ASL che hanno garantito un servizio più ampio (quindi hanno lavorato di più e meglio, per quali motivi non interessa in questa sede) dell’INPS, giusto?

E NO!

Nonostante questo, travalicando questo, ignorando questo non si sa,oggi il commissario Treu assicura che il servizio potrebbe essere reso; nonostante questo, i giornali di ieri e di oggi titolano e strillano sulla competenza dell’INPS, sul PIANO Renzi per far passare le visite fiscali all’INPS, persino SKY TG24 CHIEDE AL SUO PUBBLICO SE E’ D’ACCORDO CHE I DIPENDENTI PUBBLICI LI CONTROLI L’INPS, come se fosse la soluzione, la panacesa dei mali del mondo, lo strumento per reprimere i corrotti, i furbi, i lavativi.

Su quali basi l’INPS, che fino a ieri si è rifiutatop di espletare il servizio, è meglio della ASL? Ci sono dei dati che dimostrano che le ASL hanno effettuato male, bene, poco le visite fiscali? Ci sono dimostrazioni che i medici ASL sono un pochetto frou frou e i medici INPS lavoratori indefessi e castigatori delle facili patologie?

C’E’ UNO STRACCIO, UNO INDIZIO, UN FUMUS CHE INDICHI ANCHE SOLO INTUITIVAMENTE CHE NEL PUBBLICO NON SI FANNO LE VISITE FISCALI, CHE SI FANNO PIU’ VISITE NEL PRIVATO, CHE L’INPS LE FA MEGLIO?

No, è chiaro.

Il problema, sia per il popolino bue, per il dipendente ipubblico e per il giornalista in mala fede, non è, chiaramente,  chi farà le visite fiscali, ma cosa cambi tra una visita effettuata dalla ASL (fino ad oggi sempre effettuata in orari non garantiti dall’INPS) e una visita effettuata dall’INPS (che fino ad oggi si era espressamente rifiutata di effettuare per gli orari, ben più ampi, della reperibilità degli impiegati pubblici).

Da domani, come sanno per primi gli spettatori di SKY tg24 che hanno risposto SI con percentuali bulgare al Piano Renzi (passaggio delle visite fiscali dalle ASL all’INPS), in virtù dell’epocale cambiamento i treni arriveranno in orario, apriranno 10 asili per circoscrizione, aboliranno la TASI e l’aria profumerà di violetta pure se non si vede Padre Pio.

Cosa cambi è un mistero, chiaramente.

Tuttavia, sempre Repubblica oggi informa  che è lo stesso premier Renzi a sostenere che affidando il servizio all’INPS “otterremmo un dato migliore e risparmieremmo”. Su quali dati si fondi l’assunto che l’INPS sia meglio della ASL, e che la stessa offra a prezzi convenienti e con maggiore efficienza un servizio che fino a ieri si è espressamente rifiutata di espletare, non si sa, e non si sa se lo sappiano Madia, Renzi, Treu e Repubblica.

*Chi scrive per sua fortuna ha dovuto fruire fino ad oggi di pochissimi giorni di malattia l’anno, esattamente 6 nel 2013. In quasi 16 anni di anzianità ha ricevuto la visita fiscale, disposta dalla ASL, pressochè nell’80% dei casi.

La platea dei dipendenti pubblici

Nella congerie di dati che circolano in queste ore (ancora non si sa se sono stati presentati certificati dai vigili assenti o se essi hanno rifiutato,come loro diritto, di fare lo straordinario, ancora non si conosce il numero dei certificati sospetti, variano  da più di 800 a più di 40…) numerosi articoli hanno riportato, come visto, numeri in libertà sulle assenze nel pubblico impiego.

Oltre a dover tener conto, come sopra visto, di che tipo di assenza si tratta, c’è un elemento che, non sia mai, nessuno si è posto nemmeno come eventuale, ed invece è esistente, nei fatti, e rilevante, ovvero la composizione dei dipendenti pubblici oggi.

Anni di blocco del turn over hanno prima di tutto prodotto un deciso invecchiamento dei dipendenti pubblici (con l’effetto della riforma Fornero destinato a peggiorare). Questo Rapporto ARAN del 2013 indica espressamente come l’Italia detenga il singolare primato dei dipendenti pubblici più vecchi d’Europa, e che la maggioranza (la netta maggioranza) di essi veleggia al di sopra dei 50.

Gli effetti sull’efficienza, sull’entusiasmo, sulla prontezza e sulle capacità di assumere informazioni e produrre risultati sono quasi del tutto negativi, e lo certifica anche l’ARAN. Altro aspetto (quello completamente non considerato) è che i dipendenti più vecchi si ammalano di più.

Ed è un miracolo che i dipendenti pubblici si ammalino meno dei privati, nonostante siano nettamente più vecchi. Al bar obietterebbero che la salute di ferro è dovuta al fancazzismo, ma se siete arrivati fin qui non siete così beceri, quindi so che la riflessione sorge spontanea.

In secondo luogo, con il D.L. 101/2013, convertito dalla legge 125, e come confermato da vasta giurisprduenza della Corte dei Conti, le regole numerose in tema di vincoli alle assunzioni pubbliche non valgono per le categorie protette (leggasi disabili) che vanno necessariamente assunti anche in deroga alle disposizioni limitatrici delle assunzioni.

Uno stuolo di dipendenti attempati (molto più vecchi degli altri lavoratori), che vedono bloccato il ricambio con le nuove generazioni ma garantito quello con i disabili, si ammala sì? Si ammala di meno o di più?

Ho scritto troppo.

Un ultima annotazione, sulla continua parificazione tra dipendenti delle società partecipate e dipendenti pubblici. Premesso che in questo posto è assolutamente vietato parlare male dei lavoratori, si ribadisce quanto segue: i dipendenti delle società partecipate NON ENTRANO PER CONCORSO, NON SONO SOGGETTI ALLE REGOLE DI LAVORO DETTATE PER IL PUBBLICO IMPIEGO, NON HANNO LO STESSO STIPENDIO DEI DIPENDENTI PUBBLICI (LO HANNO MEDIAMENTE BEN PIU’ ALTO), NON SONO DIPENDENTI PUBBLICI.

Paragonare i dipendenti di società partecipate o controlate ai dipendenti pubblici è malafede, ignoranza, errata informazione.

Alcune considerazioni sulle assenze per malattia nel pubblico impiego

Notizie di stampa di questi giorni riportano alcuni dati sulle assenze per malattia dei lavoratori dipendenti da leggere con attenzione.

La CGIA di Mestre, riportando rilevazioni INPS (che, ricordiamolo, è l’ente destinatario dell’invio delle certificazioni sanitarie dei medici di base) riferite all’anno 2012, mostra alcuni aspetti interessanti.

In particolare, colpisce (soprattutto in un’epoca in cui il pubblico impiego è nell’occhio del ciclone) che proprio i lavoratori pubblici si ammalino meno rispetto ai colleghi del settore privato, quasi due giorni di differenza l’anno.

La notizia, in realtà, riporta dati simili a quelli rilevati nell’anno precedente: in questo caso, un approfondimento dell’Espresso rilevava come anche nel 2011 nel settore pubblico ci si è ammalati meno che nel privato.

Ebbene, come noto, da anni sono in vigore alcune riforme risalenti all’epoca di Renato Brunetta ministro, mirate a contenere la spesa pubblica con misure “punitive” nei confronti delle assenze per malattia (decurtazioni economiche in caso di patologie anche gravi e con differenze rilevanti in relazione al CCNL di applicazione, regime di reperibilità in fasce orarie ben più ampie che nel settore privato, divieto di far ricorso alla malattia c.d. oraria).

Queste misure, come è stato chiarito espressamente più volte dalle circolari interpretative, sono assunte per contrastare l’assenteismo (nella pratica, si assimila la malattia all’approfittarsi, sic et simpliciter, degli istituti deputati alla sua tutela) e comportano decurtazioni economiche concrete e rilevanti in caso di malattia, anche sulla parte di stipendio non collegata alla presenza in servizio (come l’indennità di comparto per gli enti locali, che fa parte, nonostante il nome, della parte fissa dello stipendio).

Queste misure, lo ripetiamo, valgono solo per il settore pubblico.

Ad oggi, quando le misure riguardanti solo i lavoratori dello Stato (il blocco della contrattazione su tutti) sono prorogate sine die e altre misure, come il divieto di riconoscere il giorno di congedo obbligatorio al lavoratore padre dipendente dello Stato, non sembrano essere passibili di modifica né di interesse, sarebbe interessante ragionare ad ampio spettro sul lavoro pubblico, riconsiderando anche quelle norme che prevedono discriminazioni che non hanno più ragion d’essere nemmeno nei numeri.

Sarebbe, in epoca di crisi economica e lavorativa aggravata dal blocco contrattuale, una manifestazione di interesse che potrebbe comportare qualche entrata in meno per le casse dello Stato, a fronte di una razionalizzazione dei procedimenti connessi alle visite fiscali e, probabilmente, di qualche briciola di soddisfazione per chi fa il suo dovere quotidianamente.

Pubblicato su Sinergie di Scuola

Ricominciamo

Pochi giorni fa ho visto un film che avevo perso nei mesi scorsi.

Si chiama “gli equibristi”, (regia di Ivano De Matteo) e racconta con un incalzare angosciante le vicende di un uomo costretto da una separazione a scendere una china disperata, non solo emotiva e sentimentale ma anche economica e sociale, fino ad arrivare sull’orlo del baratro economico, esemplificato da alcune scelte drammatiche come dormire in macchina e rivolgersi alle mense sociali per poter mangiare.

Quest’uomo, nel film, aveva un lavoro fisso, dipendente; era un dipendente del comune di Roma, come me.

Quel lavoro, quello stipendio “garantito” (Dio mi perdoni questo termine osceno che scambia colpevolmente il diritto alla dignità con il privilegio) non gli consente più di mantenere un tenore di vita dignitoso per sé e la sua famiglia, ed è stato (opportunamente) scelto dal regista per offrire una panoramica desolante del momento attuale, della crisi economica, della colpevole distruzione del ceto medio che scelte politiche hanno condotto alla sfiducia, alla rassegnazione, alla paura.

Quello che nei decenni passati era rappresentato come l’emblema della sicurezza, forse noiosa e prevedibile, ma rassicurante dimostrazione dell’essere arrivati al posto sicuro, pochi anni dopo diventa lo specchio della solitudine, della povertà, della terra che ti manca sotto i piedi.

L’immagine cinematografica stride  ed accompagna le decisioni repressive verso il lavoro dipendente per lo Stato, non solo dal punto di vista economico.

La scelta, annunciata già nei documenti come il DEF ma più volte con leggerezza smentita anche in tempi recentissimi dagli organi di governo, di prorogare il blocco dei contratti ha dato il la ad un autunno caldo, annunciato da una protesta mai conosciuta dalla storia repubblicana, ovvero il preannunciato sciopero delle forze dell’ordine, anche esse colpite dalla misura di proroga.

Fra pochi giorni, come da più parti politiche annunciato, assisteremo a dei temperamenti delle misure del blocco: non sarà tale infatti per le forze dell’ordine, che già mescolano la loro sacrosanta dignità lavorativa con la sicurezza di tutti i cittadini (confondendo ad arte la battaglia per il proprio salario con una battaglia collettiva); non sarà, ed è già previsto per legge, tale per la classe docente, che continua a percepire scatti di anzianità per decreto (l’ultimo di fine dicembre) mescolando ogni volta, anche qui, la lotta per il giusto compenso con il benessere della scuola pubblica.

Senza vergogna alcuna, da parte politica e non solo si fa notare in queste ore come le forze di polizia non siano dipendenti pubblici come gli altri, insultando in un solo momento la parità di trattamento di fronte alla legge e l’infermiere che salva le vite al pronto soccorso.

La prima responsabilità per questa incessante lesione della dignità di un’intera classe di lavoratori sta qui, nella mistificazione dei problemi reali, nella disgregazione colpevole delle sigle sindacali che procedono per comparto e per categoria (mescolando senza distinzione i diritti di chi guadagfna cifre assimilamili ad un sussidio con gli insostenibili privilegi di settori quali gli organi costituzionali o le Authority) nella incomprensibile operazione di distinguo della stampa e dell’opinione pubblica, che tende a distinguere la polizia dal bidello, la maestra dall’impiegato del catasto, il medico ospedaliero dal funzionario ministeriale come se, non si sa per quale motivo, qualcuno se la meriti sempre più degli altri.

Il provvedimento è accolto dagli organi di informazione senza approfondimenti che prescindano dalla scarna cronaca, soprattutto a livello di commento: al netto delle interviste tristi e pietistiche del ministeriale sull’orlo della pensione, non sembrano reperibili analisi serie del pubblico impiego che non siano gli attacchi sistematici verso una classe lavoratrice intera, condotti con spietatezza giornalistica inquietante (emblematici e sistematici le crociate condotte dal alcuni organi di stampa, come il “Corriere”, che addirittura hanno ospitato commenti inneggianti all’omicidio di due impiegate della Regione Umbria, colpite a morte nello svolgimento delle proprie funzioni, senza ritenere di dover moderare i commenti, che ad oggi risultano ancora presenti (qui).

Le uniche osservazioni, facili facili, che mi è capitato di ascoltare in questi giorni sia dagli analisti di qualche salotto televisivo sia da parte del Governo fanno riferimento all’obbligatorietà della misura di proroga di blocco dei contratti.

La medesima obbligatorietà, viene spontaneo rilevare, evidentemente riguarda le arcinote spese per missioni  militari, rifinanziate con un decreto del 1 agosto per soli 6 mesi per la bellezza di 452.731.694, oppure l’aumento della possibilità per la pubblica amministrazione di ricorrere a personale esterno con contratti che prevedono emolumenti maggiori rispetto al personale di ruolo (art. 90 TUEL), o, ancora, la marcia indietro sugli onorari agli avvocati dello stato (pagati come dirigenti e i più beneficiati da compensi ulteriori per cause vinte, cumulando il privilegio, questo sì, del posto fisso insieme al beneficio della libera professione), sforbiciati con il testo originario del decreto 90/2014 e subito riammessi in sede di conversione (ma non pare se ne sia accorto nessuno, quindi ne parleremo in altro momento).

E allora pare necessaria una ricognizione delle misure che negli ultimi anni hanno interessato il settore, con una premessa: qui si citano leggi ed interpretazioni della Corte dei Conti, che sul pubblico impiego esercita la giurisdizione anche e soprattutto a livello sanzionatorio, quindi non valutazioni di parte nè riscostruzioni fantasiose.

Effetti delle misure di contenimento della spesa pubblica e le retribuzioni nel pubblico impiego

La Relazione sul costo del lavoro pubblico della Corte dei Conti, anno 2013, evidenzia quanto le politiche di contenimento sulla spesa pubblica abbiano inciso sulla spesa nazionale, ma anche sulle dinamiche retributive di milioni (a proposito, non 4 come ogni tanto qualche buontempone in malafede azzarda, ma poco più di tre) di lavoratori. Con tagli che, evidenzia la Corte, stanno diventando di difficile sostenibilità e “rischiano di compromettere il normale funzionamento dell’attività amministrativa“.

Un primo spunto di riflessione lo offre la magistratura contabile: i servizi peggiorano se il personale è sempre più ridotto, sempre più vecchio, è pagato sempre peggio. In inglese si dice “if you pay peanuts you get monkeys”, che rende bene l’idea; il discorso sulla qualità dei servizi tuttavia pare non riguardare affatto le discussioni e le decisioni sul pubblico impiego qualora si tratti di correlarlo agli effetti di tali misure di contenimento.

I tagli non consistono solo nel blocco dei contratti, ma anche nel tetto ai salari (in parole povere, per legge non si può guadagnare di più del 2010, anche oggi) e nel blocco del turn over.

Solo alcuni passaggi: la Corte chiarisce che “il numero di occupati nel pubblico impiego è risultato sostanzialmente stabile (-1%) fino al 2009, mentre, nei tre anni successivi, si rileva una riduzione dei dipendenti pari a quasi il 6%. Per quanto riguarda invece l’alternanza del personale, si osserva che “I rigidi limiti posti al turnover hanno generato un significativo invecchiamento del personale delle pubbliche amministrazioni e contribuito ad elevare l’età dell’ingresso in servizio. Nel complesso, la maggior parte del personale si colloca nella fascia tra i 50 e i 60 anni, mentre il personale con meno di 40 anni è il 18,6%. Una percentuale minima (0,3%) risulta avere meno di 24 anni”.

Una valutazione ovvia, una situazione che l’innalzamento improvviso e consistente dell’età pensionabile introdotta dalla riforma Fornero e i contestuali limiti alle assunzioni non hanno fatto che aggravare, nonostante gli annunciati provvedimenti anche recentissimi recati dal decreto 90 che però poco potranno di fronte all’evidenza dei fatti: personale sempre più anziano, più stanco, e meno pagato.

Meno professionalizzato, anche: come riportato dall’ARAN nel rapporto semestrale del dicembre 2013, è tipico della pubblica amministrazione il fenomeno per cui posti di lavoro, che andrebbero ricoperti da laureati, sono in realtà condotti da personale senza l’adeguato titolo di studio, fenomeno ascrivibile alle numerose possibilità nei decenni trascorsi di progredire nelle categorie tramite progressioni verticali aperte anche al personale con titolo di studio inferiore. Un fenomeno deprecabile, la cui responsabilità è ascrivibile in massima pare tale forze sindacali, per cui l’accesso dall’esterno necessita di laurea (a meno che le assunzioni siano operate dagli organi politici…) e dall’interno no, con la conseguenza diffusissima negli uffici della amministrazione pubblica di laureati che ricoprono posti inferiori e peggio pagati rispetto ai diplomati (al netto del fatto che la laurea garantisca maggiori capacità lavorative, ma questo è un altro discorso).

La Corte, comunque, riconosce l’enorme valore delle misure di contenimento della spesa sulle casse dello Stato derivanti dal congelamento delle retribuzioni “La variazione cumulata per i due ultimi anni è, dunque, di quasi 4 punti percentuali (6,6 miliardi in valore assoluto) riguardo alla spesa per redditi 2011-2012″, individuando una diminuzione delle retribuzioni lorde del personale dell’1,2 per cento rispetto al 2012.

Ciò non basta certamente alla pancia dei lettori del Corriere per i quali i “parassiti” dipendenti statali andrebbero licenziati tutti senza se e senza ma, tuttavia, se si sommano gli “ottimi” risultati raggiunti al fatto che i dipendenti pubblici pagano più tasse di tutti (più dei dipendenti privati, vedremo perchè), in un paese dalla gigantesca, ed evidentemente per precisa volontà, irrisolvibile, evasione fiscale, si può affermare con ragionevole certezza che se gli ospedali non chiudono, le pensioni si pagano e dentro le scuole ci si trovano gli insegnanti è anche, in ottima parte, grazie ai dipendenti pubblici, alle tasse che pagano, allo stipendio che non prendono.

La stessa Corte, le cui valutazioni, ripetiamo, sono da considerare perlomeno non influenzate da rivendicazioni di categoria, riconosce tuttavia che “Il blocco delle procedure negoziali per un periodo di ben 5 anni per i soli pubblici dipendenti crea, in effetti, una situazione di forte penalizzazione per una specifica categoria di lavoratori a fronte di una dinamica retributiva in crescita, seppur moderata, per i dipendenti privati. Quanto sopra in un contesto caratterizzato da una sostenuta dinamica dell’inflazione e da un incremento della pressione fiscale….La sospensione della fisiologica dinamica retributiva, per un periodo inusitatamente lungo rischia, inoltre, di pregiudicare l’avvio di una riforma strutturale degli assetti retributivi quale prefigurato dal d.lgs. n. 150 del 2009 e dall’Accordo di maggio 2009 sull’assetto delle relazioni sindacali nel pubblico impiego”.

La Corte affronta quindi il problema delle difficoltà di una intera classe lavoratrice (e ne parla quando ancora si supponeva un termine certo del blocco contrattuale); la categoria è sempre più esigua numericamente, sempre peggio pagata, sempre più scollegata da un sistema di valutazione meritocratica oggi fallimentare data la scarsità di risorse, sempre più anziana, per precisa responsabilità sindacale costituita da categorie che ricoprono ruoli al di sopra della propria professionalizzazione e da personale stabilizzato (ovvero entrato senza concorso), da categorie protette (leggasi disabili) che sono le sole a derogare al blocco contrattuale debbono necessariamente essere assunte.

Una valutazione, quest’ultima, forse politicamente scorretta, ma concreta.

In questa situazione, si può anche parlare di servizi scadenti e inneggiare al licenziamento di massa, ma la realtà di fatto caratterizza ogni tipo di programmazione e di gestione professionale delle risorse umane della pubblica amministrazione, più delle parole in libertà.

Ancora, più di recente, la Corte dei conti, nella relazione al DEF dell’ aprile 2014, ribadisce “In particolare, il protratto blocco della contrattazione, perdurante da ormai cinque anni, ha di fatto impedito la piena esplicazione degli effetti positivi in termini di flessibilità organizzativa e di riforma degli assetti retributivi, attesi dalla privatizzazione del pubblico impiego e prefigurati nel decreto legislativo n. 150 del 2009. L’auspicata riforma strutturale del salario accessorio, da correlare ad un percorso di valutazione di recuperi di efficienza e di valorizzazione del merito individuale, necessita, infatti, della ripresa di una fisiologica attività negoziale, non essendo sufficiente a tal fine la possibilità, prevista dalla legge di stabilità, di una contrattazione limitata agli aspetti ordinamentali. L’esigenza sempre più improcrastinabile resta, dunque, quella di individuare un percorso negoziale che garantisca, da un lato, un incremento delle retribuzioni compatibile con l’andamento della grandezze macroeconomiche di rifermento e con il rispetto dei vincoli generali di contenimento della spesa corrente e che, dall’altro, prefiguri uno scenario in cui la leva retributiva possa divenire fattore di miglioramento dell’efficienza dell’azione amministrativa e di stimolo ad un maggior impegno individuale. Ulteriori tagli alla consistenza del personale rischiano rischiano di accentuare il progressivo invecchiamento dei dipendenti pubblici, situazione che, come rilevato in una recente indagine dell’Aran, già vede l’Italia collocata nella fascio più alta in un confronto con i principali Paesi dell’area della moneta unica”.

Per la Corte dei Conti è “improcrastinabile” procedere ai rinnovi contrattuali, all’adeguamento delle retribuzioni, ad una nuova stagione negoziale nazionale che riavvii anche la contrattazione decentrata, ferma da troppi anni e impossibilitata a spiegare effetti senza un rinnovo dal punto di vista nazionale (una interpretazione che si pone, a ben vedere, in contrasto con le risultanze delle ispezioni del MEF che tanto scompiglio hanno creato nelle amministrazioni locali rimaste indietro nella contrattazione decentrata, situazione giustificabile per la Corte dei Conti).

Gli interventi, si badi bene, sono improcrastinabili non tanto per il riacquisto del potere d’acquisto dei dipendenti, ma per migliorare i servizi pubblici oggi da queste misure gravemente compromessi.

Gli interventi, suggerisce l’analisi economica del buon padre di famiglia, sono improcrastinabili anche per la ripresa economica in stagnazione preoccupante, che non capisce come sia possibile riattivare tagliando di fatto i salari.

Ciò che, invece, viene completamente ignorato e che lede, gravemente, la dignità stessa dei lavoratori, oltre ad incidere chiaramente sul loro potere di acquisto, è l’insieme di misure stratificate nel tempo che discriminano i lavoratori pubblici rispetto a quelli privati, con motivazioni ignote, con misure che se alleggerite potrebbero consentire una maggiore tollerabilità del blocco contrattuale, anche solo in termini di rispetto e fiducia.

Vediamole.

Misure punitive nel caso di malattia

Sono operanti ormai da anni alcune riforme risalenti all’epoca di Renato Brunetta ministro (sembrava l’emblema della perfidia, eppure le misure inaugurate sotto il suo dicastero sono state tutte mantenute dai ministri successivi, ad onor del vero), mirate a contenere la spesa pubblica con misure “punitive” nei confronti delle assenze per malattia (decurtazioni economiche in caso di patologie anche gravi – regime di reperibilità in fasce orarie ben più ampie che nel settore privato – da pochi mesi divieto di far ricorso alla malattia c.d. oraria). Queste misure, è stato chiarito espressamente più volte dalle circolari interpretative, sono assunte per contrastare l’assenteismo (si assimila la malattia all’approfittarsi, sic et simpliciter, degli istituti deputati alla sua tutela) e comportano decurtazioni economiche concrete e rilevanti in caso di malattia, anche sulla parte di stipendio non collegata alla presenza in servizio (come l’indennità di comparto per gli enti locali, che fa parte, nonostante il nome, della parte fissa dello stipendio).

Chi scrive, per fare un esempio, per i primi dieci giorni di malattia in un anno (vivaddio, e operando i debiti scongiuri, non ho finora superato mai questo limite) subisce una decurtazione di quasi 10 euro al giorno. Eppure, i dati pubblicati dal Ministero Funzione Pubblica che si pregia di monitorare l’andamento delle assenze per malattia nel pubblico impiego ci parlano di conseguenze costanti, negli anni, di diminuzione delle assenze, con risultati lievemente difformi nell’ultimo periodo. Manca del tutto una valutazione complessiva del fenomeno, della sua utilità, della equità di una misura discriminatoria a sfavore dei pubblici dipendenti.

Perché?

Misure discriminatorie sulla detassazione 

Perdura da anni l’esclusione del settore pubblico dalle misure di detassazione del salario di produttività previste invece, da anni appunto, e prorogate con un decreto di febbraio 2014,  per i lavoratori privati.

In questi mesi si è parlato lungamente del cosiddetto “decreto 80 euro”, e i media nazionali si sono prodigati a elaborare tabelle esplicative e ipotesi di impatto sui salari dei dipendenti.Trattandosi di misura importante e innovativa, molti sono stati anche i dubbi sul provvedimento, riguardanti la copertura finanziaria.

Molte meno voci si sono sollevate a proposito dell’equità della misura, che rapportando il beneficio allo stipendio lordo esclude dagli aumenti in busta paga ad esempio chi ha lavorato di più per straordinario, chi lavora a tempo pieno invece che ad orario ridotto, e tanti altri casi di maggiore percezione del salario accessorio. La misura inoltre privilegia due redditi in una famiglia al di sotto dei 26mila euro lordi e danneggia un unico reddito di 26mila, ma le storture sono numerose, non è possibile parlarne qui.

A proposito della detassazione, comunque, non ha trovato riscontro alcuno, negli organi di informazione, l’approvazione di un’ulteriore misura che penalizza gravemente – ancora una volta – una parte dei lavoratori dipendenti, ovvero quelli pubblici.

Il sopra citato decreto, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 29 aprile, reca “Modalità di attuazione delle misure sperimentali per l’incremento della produttività del lavoro nel periodo 1º gennaio – 31 dicembre 2014”, e proroga una agevolazione già in vigore da qualche anno. Si tratta, appunto, della detassazione del salario accessorio (straordinari, lavoro notturno, premi di produttività…) a favore dei lavoratori con reddito lordo inferiore a 40.000 euro., una misura non da poco: come spiega questa scheda CGIL di qualche tempo fa, si può arrivare a guadagnare in busta paga più di mile euro l’anno (quindi più degli 80 euro al mese e per una platea di lavoratori più vasta); infatti, la detassazione si riferisce ai lavoratori compresi entro i 40.000 euro di reddito.

Ebbene, nonostante qualche polemica sindacale (assai timida) degli ultimi anni, ancora una volta il decreto pubblicato a fine aprile esclude espressamente i dipendenti pubblici dal beneficio, impedendo di percepire in busta paga quanto gli altri lavoratori dipendenti introitano grazie a questa agevolazione.

Corollario: i lavoratori pubblici continuano ad avere non solo stipendi bloccati da anni, ma a pagare più tasse di tutti gli altri cittadini, anche degli altri lavoratori dipendenti. Solo che il motivo di questa ennesima discriminazione non è nemmeno spiegato con l’esigenza di contenimento della spesa: non è proprio spiegato, a dire il vero, né se ne parla, e sfugge, per questa ragione, ancora di più.

Perché?

Misure punitive sulla monetizzazione delle ferie

Con il decreto 95/2012 (art. 5 comma 8) la prima “spending review”, scoppia il caso del divieto di monetizzare le ferie, ovvero la preclusione di monetizzare, sempre ed in ogni caso, le ferie residue ai dipendenti pubblici. La misura si poneva (e si pone) in contrasto con la giurisprudenza anche europea, con le interpretazioni della Cassazione e della Corte Costituzionale, e anche con il banale buon senso (come si fa a non monetizzare le ferie ai supplenti?), e per questo ha dato luogo ad una serie numerosa dispericolate interpretazioni, ministeriali e giurisprudenziali, che hanno tentato di mitigarne il contenuto, ricorrendo a letture estremamente forzate e non corrispondenti al rigidissimo dettato della norma.

Rimane il rischio di seguire le interpretazioni (in breve convergenti sul fatto che si monetizzano le ferie qualora la mancata fruizione non dipenda dalla volontà del lavoratore) e di porsi in contrasto con la legge, rimangono aperti enormi problemi per i casi in cui la mancata fruizione dipenda invece dalla volontà del lavoratore (il preavviso in caso di dimissioni, ad esempio, inibisce la contestuale fruizione delle ferie per disposizione del codice civile). Ma il legislatore si è guardato bene dall’intervenire per definire la situazione, gravemente discriminatoria e lesiva del diritto costituzionale alle ferie del lavoratore.

Perchè?

Il caso della discriminazione in caso di congedo parentale

Anche la riforma Fornero ha avuto effetti sul pubblico impiego, in senso negativo per i settore pubblico: il congedo obbligatorio del lavoratore padre infatti, o i voucher per il rientro al lavoro della lavoratrici madri previsti dalla riforma per la totalità dei lavoratori dipendenti, sono stati inibiti ai lavoratori pubblici sulla base di un parere restrittivo (ad avviso di chi scrive assai discutibile nel merito) reso da un dirigente della Funzione Pubblica, immediatamente recepito dall’INPS.

Un altro caso in cui l’interpretazione di funzionari ministeriali di fatto determina la disapplicazione di benefici di legge, in assoluto contrasto con la gerarchia delle fonti del diritto, e con i diritti genitoriali di padri e madri dipendenti pubblici. Oggi, quindi, solo i lavoratori dipendenti privati padri beneficiano di un giorno di congedo obbligatorio, parimenti le lavoratrici madri godono di minori diritti rispetto alle dipendenti private, come deciso dal Capo Dipartimento Funzione Pubblica insieme al Direttore generale dell’INPS, in attesa di una normativa specifica per madri e padri dipendenti pubblici che non risulta mai intervenuta.

Perchè?

Il divieto di svolgere il “secondo lavoro”

Infine, ricordiamo che per disposzioni costituzionali e normative susseguenti (ancora in vigore dal 1957, come nel caso di specie) ai lavoratori dello Stato (diversamente dagli altri lavoratori) è fatto divieto di esercitare in moltissime ipotesi una seconda attività. Chiunque volesse arrotondare le magri entrate residuali dopo anni di blocco contrattuale e potesse, che so, aiutare il cugino edicolante di domenica (chiaramente al di fuori dell’orario di lavoro), non lo potrebbe fare, pena il licenziamento, perché in moltissimi casi il lavoro alle dipendenze dello Stato è ancora considerato “esclusivo”.

Nonostante anni di blocco contrattuale, nonostante la misura protratta senza soluzione di continuità abbia provocato e provochi un oggettivo taglio dello stipendio e una perdita enorme del potere di acquisto di tre milioni di lavoratori, gli stessi, per arrotondare le entrate e magari riuscire a pagare l’apparecchio per i denti del figliolo, non possono aiutare il sabato pomeriggio un parente al negozio o servire ai tavoli di una pizzeria qualche sera,. pena il rischio di ritrovarsi l’Ispettorato della Guardia di Finanza e aspre sanzioni, disciplinari ed economiche, conseguenti allo “sgarbo” istituzionale. Non una voce che si sia chiesta l’equità e l’attualità di una misura che no consente nemmeno di cercare di sbarcare il lunaruio lavorando di più.

Perché?

Ho scritto e riscritto questo articolo più volte e non riesco a venirne a capo, per rabbia, stanchezza e mancanza di tempo. Solo ieri, in polemica con la CGIL il Presidente Renzi paragonava il mancato diritto alla maternità retribuita della lavoratrice Marta paragonandola alle privilegiate dipendenti pubbliche. I diritti genitoriali in realtà sono riconosciuti a tutte le lavoratrici contrattualizzate, anzi alle dipendenti pubbliche sono in parte inibiti, come appena visto. Però il disprezzo è ormai tale, e la finalità diversa, che si usa a sproposito il lavoratore pubblico per colpire la pancia della guerra tra poveracci.

Basta, pubblico.

 

 

Decreto “80 euro”: le prime domande a prova di stupido

E’ stato pubblicato il decreto legge 66/2014 sulla GU del 24 aprile, che contiene non solo le misure relative all’erogazione del bonus degli 80 euro ma anche altri interventi di vario tipo.

Chi scrive, premetto, ha solo poche e confuse idee su detrazioni, deduzioni, tassazione e cunei fiscali, ma non ha trovato finora, nella vasta produzione di commenti alle misure, le risposte ad alcune domande, si premette forse sbagliate, “a prova di stupido”, che tuttavia in questi giorni emergono tra chi con la realtà lavorativa quotidiana ha a che fare in maniera, diciamo, pratica.

La seconda premessa alle domande che emergono in relazione alla equità e praticabilità della misura è la seguente: pur non beneficiando personalmente in alcun modo delle agevolazioni fiscali, e pur ritenendo sempre una fortuna che qualcuno guadagni di più, soprattutto se guadagna poco in partenza, penso che da un decreto che reca proprio nell’intitolazione la parola “giustizia sociale”, ci si dovrebbe attendere attenzione massima a non creare sperequazioni e ingiustizie, soprattutto quando i mezzi per far respirare le famiglie fiaccate dalla crisi sarebbero più semplici ed immediati.

Fatte le doverose premesse, le domande.

La questione della reddito lordo

Le misure che comportano erogazioni maggiori in busta paga (aumento dello stipendio, comunque tangibile a prescindere dalla durata e dagli effetti sull’economia del Paese e la rispresa dei consumi) sono collegate allo stipendio lordo annuale; sono più consistenti, come emerge dall’art. 1 del decreto, per i redditi fino a 24.000 euro, scendono drasticamente tra i 24.000 e i 26.000 euro, si annullano dopo tale cifra.

Ai fini della “tasca” dei beneficiari, e della conseguente ripresa dell’economia, è ovvio che non rilevi il lordo annuale, ma quanto mensilmente si percepisce come stipendio, come sappiamo, per i lavoratori dipendenti, soggetto a tassazioni in Italia elevatissime.

La tassazione tuttavia non è affatto uguale in ogni parte d’Italia; sulla differenza tra reddito lordo e netto pesano variabili assai rilevanti con notevoli differenze tra città e città. Roma è tra le città, ad esempio, più tassate, localmente, d’Italia, dove un reddito di 25.000 euro lordi non corrisponde affatto a 1.500 euro netti in busta paga (come da più parti riportato), ma a circa 1.200 euro (per i dipendenti pubblici, come vedremo soggetti a tassazione più elevata rispetto agli altri lavoratori dipendenti).

In questo articolo (Finanza.com) sono evidentissime le maggiorazioni che nel Lazio, ad esempio, a causa dell’addizionale regionale Irpef e comunale ai massimi livelli, i cittadini romani subiscono. Come riporta questo altro articolo di Stefano Pecoraro, possono ammontare ad un migliaio di euro l’anno le differenze tra città più tassate e città meno tassate.

La domanda a prova di stupido: se la tassazione locale incide sul reddito lordo in maniera così rilevante, tanto che il medesimo lordo di Lanusei o di Verona (per fare l’esempio riportato nell’articolo linkato precedentemente) corrisponde ad un netto in busta paga con differenze di cento euro circa al mese, è possibile che, per un reddito intorno ai 25.000 euro, benefici del contributo chi in busta paga prende di più, e sia penalizzato chi prende di meno perché paga più tasse?

Ancora.

Con il DPCM del 22 gennaio 2013 è stata estesa al 2013 la misura della detassazione del salario accessorio al’anno 2013, per i soli dipendenti privati e fino a 40.000 euro di reddito l’anno. Nonostante qualche pallidina reazione sindacale, la misura è rimasta uguale (e discriminatoria) nel corso degli anni, escludendo i dipendenti pubblici da una agevolazione che avrebbe alleggerito il carico fiscale e reso maggiormente dignitose le retribuzioni. Non si è pensato a rivedere per tutti i lavoratori questo beneficio, che non è affatto di poco conto; in questo interessante articolo firmato da Antonio Barbato si riporta come incida nettamente sulle buste paga la detassazione del salario accessorio (misure di produttività e premialità e straordinario, ad esempio), in misura, forse, anche superiore agli 80 euro mensili.

La domanda a prova di stupido: se un lavoratore pubblico guadagna poco più di 5 centesimi sopra i 26.000 euro, ma di netto percepisce (stante la mancata detassazione) meno del dipendente privato che ne guadagna 25.000, è possibile che non benefici in alcun modo del bonus pur guadagnando in busta paga meno del collega “privato”?

Terza domanda a prova di stupido corollario delle prime due: è possibile che un dipendente pubblico (che non beneficia, ripetiamo, della detassazione del salario accessorio) che lavora a Roma o in altra città tra le più tassate, sia poco al di sopra del limite massimo che dà diritto al bonus rispetto al lavoratore privato che lavora in una città “poco” tassata, e, pur prendendo notevolmente in meno in busta paga, non benefici del bonus in alcun modo mentre l’altro lavoratore sì? E’ plausibile inoltre che, se in generale un lavoratore lavora di più ed effettua più straordinario, non percepisca il bonus ma ne benefici chi ha lavorato meno e percepito per questo meno reddito?

Il periodo effettivamente lavorato

Il comma 2 dell’art. 1 citato opportunamente àncora l’erogazione del bonus al periodo effettivamente lavorato; disposizione che probabilmente si applica ai lavoratori a tempo determinato o ai collaboratori assimilati che hanno lavorato effettivamente non per tutto l’anno.

Cosa si intende tuttavia per periodo effettivamente lavorato? Non sembra riferirsi il periodo alle ore lavorate, quindi non riguarderebbe i lavoratori in part time che, come è ovvio, lavorando meno percepiscono meno di stipendio, e, forse, nemmeno tutti i casi in cui ci si assenta dal lavoro senza conseguenze sull’anzianità di servizio o sul contratto in essere, come nel caso del congedo parentale ai sensi dell’art. 34 D. Lgs. 151/2001.

Domanda a prova di stupido: è possibile che un lavoratore part time che lavora 4 ore al giorno possa beneficiare (guadagnando ovviamente meno) del bonus e il suo collega che lavora il doppio delle ore no perché lavora di più? E’ possibile che la madre o il padre lavoratore fruiscano legittimamente del congedo parentale al 30% dello stipendio per godersi le vacanze con i propri figli e beneficino del bonus avendo, per ipotesi, lavorato tre mesi di meno, e i colleghi che non ne hanno fruito (magari per impossibilità economica) lavorando 12 mesi l’anno no?

Domandone finale: è possibile che in molti casi chi lavora di più, chi effettua più ore di lavoro ordinario e straordinario, chi paga più tasse, chi ha il lordo più alto perchè percepisce gli assegni familiari, chi non ha debiti sullo stipendio (le ipotesi sono varie e frequentissime) sia penalizzato rispetto a chi lavora meno, chi non ha figli, chi ha preferito non contrarre debiti?

Ribadendo che possono essere tutti interrogativi sbagliati, una ultima annotazione a prova di stupido: ma non era più equo e più giusto socialmente sbloccare i contratti fermi dal 2009?

Il danno erariale. Oltre la definizione.

Quando è appena scaduto il termine per pagare il canone Rai, anche con ritardo e la multa come ci ricorda il relativo sito web, a Roma si sta svolgendo (dura fino al 30 marzo) una bellissima, suggestiva, direi romantica mostra al Vittoriano, che vi consiglio.

Concomitante, parla della RAI, di danno erariale, di spesa pubblica e, se vogliamo, di tutta l’amarezza dei nostri giorni, la sentenza della Corte dei Conti n. 55 del 17 gennaio 2014.

Pronuncia interessante, perché ripercorre vicende che fanno riflettere, anche se esita “solo” in due condanne, e rivolge apprezzamenti (nel senso eufemistico del termine) nei confronti di gestione del denaro pubblico dannosa per l’erario talora molto duri, talora sarcastici, talora sprezzanti.

La sentenza ripercorre diverse vicende relative ai vertici direttivi della S.P.A. RAI (come vedremo considerata tuttavia pienamente come struttura pubblica) iniziando dalla corresponsione al dott. Cappon di varie somme “non dovute” pari a 132.722,35 euro (CENTROTRENTADUEMILASETTECENTOVENTIDUE,TRENTACINQUE), 36.024,64 (TRENTASEIMILA24,SESSANTAQUATTRO), infine 960.000,00 (NOVECENTOSESSANTAMILA euro) a titolo di transazione.

Dopo aver accennato all’oltre UN MILIONE DI EURO erogati non a titolo stipendiale ma per altre ragioni (quali transazioni), poiché oggetto di altre vicende ed esiti processuali, la sentenza analizza due ipotesi di danno erariale, e si conclude con una condanna nei confronti di Flavio Cattaneo di 150.000 euro, e nei confronti di Alfredo Meocci per 130.000 euro.

Preliminarmente, la Corte osserva e sottolinea una generale ricorrenza di condotte, da parte di una Società che gestisce denaro pubblico, la RAI appunto, estremamente criticabili; citando le parole del giudice contabile “il Collegio non può non rilevare come le fattispecie di danno erariale sottoposte al proprio giudizio non siano nuove (cfr., sentenze Sez. Lazio nn. 22/12, 326/11 e 2379/10) ma si ripropongono puntualmente in occasione, in particolare, della cessazione del rapporto di lavoro di alti dirigenti della Rai s.p.a., e segnatamente del Direttore Generale, per la determinazione di emolumenti che si assumono collegati agli obblighi contrattuali siglati fra le parti o all’opportunità del loro riconoscimento al fine di risolvere transattivamente vertenze che, oltre a trascinarsi nel tempo, produrrebbero un maggior esborso per l’Azienda: il tutto corroborato da un parere legale che, per la sua riferita delicatezza e specifica difficoltà, viene conferito all’esterno perché, evidentemente, l’Ufficio Legale interno non è in grado di offrire sufficiente affidabilità.Questo modo di procedere degli amministratori della Rai non è soltanto un cattivo esempio di non corretta gestione ma della diffusa abitudine di attribuire benefici economici nel pieno disprezzo delle regole e dell’uso del denaro pubblico. Le giustificazioni di tale favor sono diventate una costante: a) durante il rapporto contrattuale o in prossimità della sua scadenza naturale, come “premio” per il raggiungimento di particolari risultati di bilancio o di prestigio per l’Azienda; b) dopo la cessazione del rapporto, come necessità di preservare la Rai siglando con il “dirigente uscente” un patto di non concorrenza e/o di segretezza. Di fronte a questi episodi di perniciosa leggerezza gestionale gli amministratori che volessero seriamente evitarne la disinvolta ripetizione dovrebbero assumere le opportune iniziative per stabilire regole contrattuali resistenti a qualunque tipo di rivendicazione economica e non lasciare volutamente scoperti alcuni aspetti giuridici proprio per avere la giustificazione di dover risolvere transattivamente l’eventuale vertenza con un ulteriore esborso economico a carico dell’Azienda. Esempio emblematico di questo modus procedendi si rinviene in particolare nella fattispecie di danno che la Procura ricollega all’erogazione della somma di 130.000,00 all’ex Direttore Generale Arch. Flavio Cattaneo, che nel merito specifico sarà affrontata nel prosieguo. Se la apparente finalità è stata, nella specie, quella di assicurare alla Rai l’obbligo di segretezza di una figura di primario livello uscita dalla compagine aziendale non si comprende perché, anche per mezzo dell’ineffabile Ufficio legale e con l’approvazione del Consiglio di Amministrazione (e dell’azionista), non si sia ancora arrivati a confezionare un contratto-tipo per tutti i dirigenti, ed in particolare per il Direttore Generale, che fra le clausole preveda (insieme a quello del divieto di concorrenza) l’obbligo di segretezza”.

Per la prima fattispecie, la condanna deriva dall’aver corrisposto l’ex direttore generale Cattaneo ad altro ex direttore generale Saccà, al momento della cessazione del mandato, una gratifica straordinaria di 150.000 euro (CENTOCINQUANTAMILAEURO), resa, riporta la sentenza le parole dell’erogante “al fine di indorargli la pillola” per il cambiamento di mansione. Un comportamento “indecoroso”, per usare le parole della Corte,  e poiché “il dott. Agostino Saccà, alla scadenza del proprio mandato di Direttore Generale, chiede più soldi per rimanere in Azienda (peraltro mantenendo lo stesso stipendio), gli viene riconosciuta una ”gratifica straordinaria” per “indoralgli la pillola”. E per evitare che fosse il Consiglio di Amministrazione a valutarne l’attribuibilità in relazione alle funzioni di Direttore Generale (i cui risultati gestionali aveva già valutato con esito non pienamente positivo: cfr., nota a firma del Direttore Risorse Umane, Avv. Comanducci, del 03.07.2003, all. n. 34), viene “formalmente” adottata dal Direttore Generale in carica (appunto il Cattaneo) come premio per la stagione televisiva settembre-dicembre 2003: cioè attraverso una violazione palese di competenze decisionali e regole di corretta amministrazione. Ma l’escamotage nemmeno riesce bene perché, contrariamente a quanto affermato dal Cattaneo, la gratifica straordinaria non viene “formalmente” giustificata per la realizzazione di alcune fiction per la stagione settembre-dicembre 2003 (attività che, fra l’altro, rientrava nelle normali funzioni per le quali il Saccà era stato trattenuto in Rai) ma…per i risultati economico-finanziari relativi al bilancio dell’esercizio 2002 e, quindi, anche in violazione delle competenze del Consiglio di Amministrazione. C’è da aggiungere che per i risultati della gestione 2002 al Saccà era stato già liquidato un compenso di 82.632,00 a titolo di parte variabile della retribuzione correlata al raggiungimento degli obiettivi per l’anno 2002″.

Per meglio definire il danno erariale, anche considerata una certa insindacabilità nel giudicare le scelte discrezionali, la Corte ricorre ad alcuni principi fondanti l’azione amministrativa che dobbono informare ogni azione gestionale di denaro pubblico, per cui “la decisione del Cattaneo di erogare all’ex Direttore Generale dott. Saccà la gratifica straordinaria si pone in contrasto con i più elementari principi di razionalità, economicità e di corretto esercizio di funzioni istituzionali“.

Per quanto riguarda la seconda fattispecie, essa riguarda il riconoscimento della somma di euro 130.000 (CENTROTRENTAMILA) a favore dell’arch. Flavio Cattaneo al momento della cessazione della carica, come corrispettivo derivante dalla sottoscrizione dello stesso del patto di non segretezza. Per giustificare l’esborso, la difesa del dott. Meocci, poi condannato per aver disposto l’erogazione, ricorre a formule che riportano indietro nel tempo e nello spazio, indicando come giustificativa della sommetta “la conoscenza (da parte di aziende concorrenti) di “pettegolezzi” su rapporti interprersonali tra celebrità dello spettacolo in forza alla RAI“. A fronte di tale ineccepibile giustificazione, la Corte osserva come “E’ difficile non solo commentare ma credere ad una simile pretestuosa motivazione che, da un lato, mostra tutta la sua inconsistenza giuridica, in quanto è stato regolato pattiziamente, e con onere a carico della Rai, un obbligo comportamentale imposto da normativa primaria e dunque insito nel rapporto di lavoro (art. 326 c.p., correttamente richiamato dalla Procura), con la conseguente irrazionalità della scelta economica e, dall’altro, il carattere penalizzante della pattuizione per lo stesso Cattaneo considerata la assoluta affidabilità del suo curriculum professionale.

Quelle riportate sono le parole testuali della Corte dei Conti, disponibili al link riportato, che bastano da sole a descrivere la vicenda. Che parla di centinaia di migliaia di euro, di pettegolezzi, di transazioni, di pillole da indorare, di comportamenti reiterati nel tempo, mentre stipendiati a 1.200 euro a gennaio fanno i loro miseri conti per mettere via quei cento euro e più di canone Rai. E cercano di evitare telecamere e microfoni, all’uscita dal lavoro, che smascherino un vergognoso caffè di zeronovanta centesimi, in orario di ufficio.

A volte le parole non servono e non costano, basta andarsele a cercare, chi le dice per te.

La salute è a discrezione del dirigente?

Pubblicato su Sinergie di Scuola

E’ passata stranamente sotto silenzio una modifica prevista dal decreto legge 101, convertito nella legge 125 del 30 ottobre 2013. Parliamo dei cambiamenti recati al comma 5-ter dell’art. 55-septies del D.Lgs. 165/2001, che era stato oggetto di approfondimento da parte della circolare Funzione Pubblica n. 10/2011, e che parla di assenze dal lavoro per effettuare visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici.

Il nuovo testo dell’articolo dispone espressamente che (in neretto le modifiche):

5-ter. Nel caso in cui l’assenza per malattia abbia luogo per l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici il permesso è giustificato mediante la presentazione di attestazione, anche in ordine all’orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmessa da  questi ultimi mediante posta elettronica.

È stato modificato l’intero comma, in qualche parte, ma ciò che colpisce è quel cambiamento terminologico, il termine “assenza” tramutato in “permesso”, che forse è stato necessitato da comprensibili esigenze pratiche, ovvero non rendere giustificabile la perdita di un’intera giornata di lavoro solo per effettuare, ad esempio, un controllo dal dentista o un prelievo presso un laboratorio di analisi, che consentirebbero la prestazione lavorativa nello stesso giorno, sia pur con orario ridotto.

Forse, però, tale modifica riflette lo spirito dei tempi, quello stesso spirito che ha fatto togliere da parte del legislatore il termine “fiducia” dal Codice di Comportamento dei dipendenti pubblici.

Da qualche settimana, in virtù di quella modifica, qualsiasi visita specialistica, prestazione sanitaria o esame dovrà essere valutata dal dirigente e soggetta al suo “permesso”; nella teoria, quell’assenza potrebbe essere anche negata, e di certo dovrà comportare un vaglio preventivo e forse l’esplicitazione, da parte del dipendente, dei motivi di salute che quella visita o prestazione suggeriscono, con buona pace della riservatezza e della tutela dei dati sensibili.

Una modifica che non comporta solo un cambiamento burocratico o la redazione di un modulo in più, ma che sembra un brutto passo indietro nella tutela dei diritti dei lavoratori e della loro dignità.

 

Camminando in bicicletta

Leggevo pochi giorni fa sul Corriere questo articolo di Susanna Tamaro, datato  5 dicembre, che prendeva spunto dalla notizia dei tre miliardi sottratti dai dipendenti pubblici allo Stato; un pezzo articolato, intitolato “Statali infedeli e finti poveri. Il patto etico rotto dagli Italiani” che, partendo dal dato di fatto del consistente danno erariale causato da funzionari infedeli, si dipana scagliandosi contro chi si nasconde sotto le ali “mafiosamente protettive dello Stato“, chi ha il posto garantito, chi non paga mai.

Colpita nel fianco scoperto dalle osservazioni della scrittrice, osservazioni scaturite da una passeggiata in bicicletta mentre essa, disgustata, mirava il ciglio deturpato dai rifiuti delle stradine  delle campagne umbre, riflettevo, a bordo della mia automobile (mezzo di locomozione tipico della classe politica, per usare le parole della stessa Tamaro), sul dato riportato nell’articolo. “Tre miliardi di danno erariale”, non certo pochi, pensavo dopo aver timbrato lo straordinario mafiosamente elargito dalle casse dello stato. “Chissà se esito della sola denuncia o proprio di condanna della Corte dei Conti”, mi domandavo trafelata tra semafori e traffico correndo per andare a prendere la bambina a scuola, portarla al corso di nuoto, per poi correre in mezzo alla monnezza (che vedo quotidianamente io pure anche se non vado in bicicletta, anzi con la Fiesta a rate, come i ricchi) al colloquio con le maestre. “Chissà quante denunce sono per reati propri e quanti per violazione deldovere di esclusività”, rimuginavo mentre pensavo a cosa cucinare per cena, alla fine di questa faticosa giornata.

Riflettendo sul dato, davvero utile poiché da raffrontar ai primi mesi di vigenza della normativa anticorruzione, ritengo utile, il giorno dopo, cercare la notizia, e se questa appunto raffronti i dati con la normativa previgente, li distingua per Regione o per comparto, li differenzi quali esito di denuncia oppure di sentenza (che, pare, la presunzione di innocenza vale ancora per tutti, e il numero degli effettivamente condannati potrebbe essere ben inferiore, no?).

La notizia, come scopro subito, è riportata dal medesimo  Corriere della Sera del 1 dicembre: l’articolo afferma che “la corruzione dei dipendenti pubblici continua a creare una voragine nei conti dello Stato” (assumendo come dato di fatto la corruzione di un’intera categoria di lavoratori, non di coloro che hanno infranto la legge). Il Corriere, da sempre particolarmente critico nei confronti della categoria tanto da dar voce, in un opinabile rispetto della critica appunto, a commenti, mai moderati, apertamente inneggianti all’omicidio delle due lavoratrici della Regione Umbria, parla dell’ultimo rapporto della Guardia di Finanza, riferito ai primi 10 mesi del 2013, e di danni erariali provocati da funzionari e impiegati infedeli fino allo scorso ottobre che “ammontano a 2 miliardi e 22 milioni di euro; quelli per le truffe sono pari a un miliardo e 358 milioni di euro. I dipendenti pubblici denunciati nei primi dieci mesi dell’anno sono stati 5.073, ma numerose indagini sono tuttora in corso”. L’articolo, nelle stesse righe, elenca poi i casi dei falsi poveri (quelli che dichiarano il falso per ottenere agevolazioni di rilievo economico, nell’Isee e nelle autocertificazioni sanitarie, ad esempio) per poi disquisire di falsi invalidi, consulenze inutili, appalti truccati. Non è tuttavia linkato alcun rapporto, nè la data dello stesso, rapporto che invece sarebbe, per gli interrogativi sopra riportati, utilissimo leggere nella sua interezza.

Sul sito della Guardia di Finanza, per primo consultato, non riesco a trovarlo: è riportato il rapporto del 2012 e tutti quelli degli anni precedenti, ma non quello dei primi mesi del 2013; il motore di ricerca interno non offre risultati utili, e nemmeno le pubblicazioni interne, il mensile “Il Finanziere” e le news più recenti.

Decido allora di cercare tramite motore di ricerca: la notizia viene ripresa da alcune testate e molti forum di approfondimento (quelli più avvelenati conditi con le consuete piacevolezze nei confronti di intere categorie di lavoratori tacciati di nullafacenza, parassitismo e destinatari di auspici di licenziamento quando dice bene), ma la caratteristica comune è che tutti gli articoli richiamano (riportandola integralmente o parafrasandola) la notizia del Corriere, citando come fonte il Corriere stesso, come fanno, per dirne solo alcuni, il TGcom ,  il Messaggero  il Gazzettino, Libero quotidiano.

Nessuno cita dove e come ritrovare il rapporto della Guardia di Finanza, tutti riportano la notizia il Corriere della sera (il che sollecita una visione paradisiaca del mestiere di giornalista oggi, ovvero come basti leggere i giornali per scrivere gli articoli).

Ugualmente, altri siti meno conosciuti riportano la notizia, dal blog manuale di lavoro agli aggregatori come inagist, a inossidabili forum come alfemminile, a ne1news. Anche in questo caso, ampie citazioni del Corriere, nessuna riferita al rapporto.

Al Corriere si riferiscono anche penne famose, come Marco Travaglio, che sul Fatto quotidiano, tuttavia, forse perchè riferito anch’esso alla sole fonte “mediata” del Corriere, difetta della consueta meticolosa precisione. Riportando l’articolo del Corriere che a sua volta non riporta il rapporto, l’integerrimo così espone:”oltre 5 mila tra funzionari e impiegati pubblici denunciati per corruzione e truffa (dai falsi poveri ai finti consulenti), che nei primi 10 mesi dell’anno han provocato danni erariali da 2 miliardi e 22 milioni di euro, più truffe per 1 miliardo e 358 milioni“. L’interpretazione del tenore letterale è singolare: i falsi poveri e i finti consulenti sono ricompresi nella categoria dei dipendenti pubblici, che, come noto, non possono dichiarare il falso poichè ai fini ISEE viene richiesta la dichiarazione dei redditi che si basa sul CUD rilasciato direttamente dallo Stato, che detrae e tassa alla fonte, senza possibilità di “scampo”, i suoi lavoratori. Ancora più singolare è ricomprendere nella categoria dei dipendenti pubblici i consulenti, anzi i “finti” i quali tutto sono tranne che dipendenti, bensì gli incaricati esterni, spesso di nomina politica, che ai dipndenti pubblici veri sono normalmente ferocemente invisi poiché assumono le simpatiche caratteristiche di svolgere quando va bene il medesimo lavoro, senza aver mai fatto un concorso e guadagnando spesso più soldi dei dipendenti veri e propri.

A cercare ancora con pazienza certosina, la possibilità di cadere in errore, nella davvero strana irreperibilità del documento, sono altre notizie che qua e là sono correlate alla principale. Ad esempio il Corriere del veneto il 4 dicembre riporta l’esito dell’attività dei primi 10 mesi dell’anno della sola GDF del Veneto, che ha denunciato 157 funzionari per reati contro la PA. Dunque per il Corriere nazionale sono 5073 denunce, per il figliolo del Veneto 157 nel solo Veneto: se mediamente sono 422 denunce per Regione, il Veneto si pone molto al di sotto della media nazionale, la quale ragione ancor di più sollecita l’esigenza di analizzare i dati come riportati dalla stessa Guardia di Finanza nazionale.

Ancora, Termometro politico parla solo di 360 funzionari denunciati alla Corte dei Conti ma esclusivamente per gare truccate.

Numeri importanti, numeri contrastanti, categorie mescolate come se niente fosse, fonti dirette che nessuno si prende la briga di accertare, riportare, verificare, dimostrare, che spesso causano polemiche mediatiche gigantesche, perchè le fonti mancano, difettano sono omesse. Beppe Grillo, ad esempio, sul suo sito affermava nel febbraio 2013 che lo Stato paga 4 milioni di stipendi pubblici (senza link, senza fonte, senza riscontro, in barba a quella sacrosanta esigenza di informazione libera e imparziale che lo stesso movimento sembrava e sembra tutt’ora invocare legittimamente a gran voce).

Eppure il bilancio sociale INPS, pubblicato qui, pag. 3, riporta che i dipendenti pubblici erano 3.104.037 nel 2012. Una milionata di differenza, che potremmo imputare ad una singolare visione per eccesso, se non fosse che nell’articolo i dipendenti vengono assimilati agli evasori fiscali (paragone spericolato…), ai garantiti, a benestanti che non voglio mollare nulla. Il sospetto che il numero calcolato con così palese elasticità si converta nella propaganda che dalle stesse pagine si muove, a ragione, nei confronti dell’informazione, è direttamente conseguenziale.

Io non credo che il rapporto della Guardia di Finanza dei primi 10 mesi del 2013 non esista, non fosse altro perché i vertici istituzionali dell’Arma l’avrebbero smentita.

Tuttavia la ricostruzione, che evidenzia un feroce, ormai ripetuto e tristemente vieto attacco ad una classe di lavoratori, fa emergere l’amarissimo dato della completa indifferenza, da parte di chi fa informazione e di chi muove anche la politica, per la fondatezza, l’esattezza, la completezza, dei dati, e la libera interpretazione degli stessi.

Riflettevo stamattina in macchina, mentre “abusavo” mafiosamente del mio giorno di riposo, utilizzando la mia Fiesta come un politico qualsiasi e rimirando la solita monnezza sul ciglio delle strade trafficate andando a fare la spesa, che quando mi sforzo a trovare le notizie e ad analizzarle con attenzione faccio una cosa normale, ma più vera e trasparente di moltissimi di quelli che scrivono giornalisti e scrittori di oggi, nonostante io non sia pagata per scrivere.

Gli amanuensi di oggi, portati nel mio ufficio, lunedì, chissà se saprebbero fare meglio di me.

Bugie dell’informazione e incapacità politica, sulla pelle dei bambini. L’assurdo caso dei bambini di serie B.

L’informazione tutta di questi giorni, oltre a soffermarsi con la consuetà ossessività su un tema ricorrente negli ultimi anni, ovvero le vicende giudiziarie di un signore ottantenne, ha innalzato servili lai entusiastici di fronte alla notizia dell’eliminazione di una delle più retrive discriminazioni della nostra legislazione: la differenza tra figli naturali e figli legittimi.

Il Governo lo ha annunciato con una conferenza stampa e comunicati istituzionali, al grido di “Figli e basta”, ad evidenziare una riforma di sicuro impatto sociale ed evidente “umanità”, diremmo. La notizia è stata ripresa con enfasi dai maggiori quotidiani nazionali, da Repubblica al Corriere, con il rilievo che si deve ad una vera innovazione normativa di grande importanza per migliaia di famiglie e di bambini.

Innovazione probabilmente dalle caratteristiche eccezionali del rinnovarsi, sempre uguale a se stessa dal punto di vista politico e informativo, ma mai con risvolti pratici, perché nella realtà quotidiana si è continuato a considerare un bastardello il figlio nato fuori dal matrimonio.

Infatti, già nel 2007, ovvero sei anni fa, come riporta l’archivio del quotidiano Repubblica  si titolava “Da oggi i bambini sono tutti uguali“, e come fossero tutti uguali ce lo spiegavano le inossidabili Bindi Rosy e Finocchiaro Anna, anche su TGcom, tanto per riportare un’altra fonte.

Trattavasi, nel caso di allora, di colossali panzane giornalistiche: il Governo aveva approvato un disegno di legge, che aveva bisogno della approvazione delle Camere che non ci fu, probabilmente perché si era occupati ad impegnarsi delle vicende giudiziarie di un signore allora quasi ottuagenario.

Nonostante i proclami falsi, i bambini nati fuori dal matrimonio continuavano a non essere considerati eredi dei propri parenti o a richiare di essere sbattuti in istituto in caso di morte dei genitori, fino a che, miracolo dell’epoca del Governo Monti che ha visto un Parlamento quasi completamente esautorato dei propri poteri, nel dicembre 2012 il Parlamento si ricordò di esistere, e venne approvata la legge 219.

Tale legge, in vigore dal 1 gennaio 2013, già interviene operativamente sul codice civile, eliminando le discriminazioni più evidenti e delegando il Governo a dettagliare (con decreto legislativo, quindi, ricordiamoci questo termine) con norme specifiche qualsiasi residuale discriminazione normativa superstite.

Giustamente, anche nel 2012 la notizia fu salutata, come nel 2007, con entusiasmo: dal Sole24ore (che parla di abolizione della distinzione) al solito Repubblica (mai più figli e figliastri) a Libero quotidiano (figli naturali uguali ai legittimi), a moltissimi altri.

Siamo al terzo episodio della stessa puntata: cos’è cambiato ieri, visto che per la terza volta in 6 anni si parla della stessa cosa come di assoluta novità? E’ successo, probabilmente, che il Governo ha emanato, con decreto legislativo e sulla base della delega conferita con la legge 219, le norme di dettaglio già indicate dal Parlamento, strombazzate come meritorio stravolgimento del miserrimo dato di fatto medievale ma in realtà mera applicazione del dettato della precedente legislatura.

Il cerchio sembrerebbe a questo punto chiuso, fatta la tara delle bugie, degli enormi ritardi e dell’ennesima conferma dell’attendibilità e precisione dell’informazione italiana. Se non fosse che, come enunciato nella conferenza stampa sopra riportata per bocca di Enrico Letta, e riportato pedissequamente da molti organi di informazione, il testo deve ancora passare per il Parlamento.

Piccola annotazione di diritto costituzionale livello base: il decreto legislativo, a differenza del decreto legge, non deve essere approvato successivamente dal Parlamento, poiché promana dalla volontà del Parlamento stesso espressa con la legge delega. C’è una sola eccezione, riportata dall’art. 14 della legge 400/1988, ovvero il caso della delega che ecceda i i due anni, che necessita di apposito parere delle Camere.

La delega contenuta nella legge 219 non eccede i due anni (parla di 12 mesi), inoltre la disciplina governativa è intervenuta a 7 mesi dall’entrata in vigore della legge stessa, quindi non è questo il caso, unico, che giustificherebbe il rinvio alle Camere.

Perché allora, come dice la legge 400 il decreto non entra immediatamente in vigore e viene inviato alle Camere e non al Presidente della Repubblica, come dovrebbe essere?

In effetti, sarebbe materia di apporfondimento giornalistico, sapere perché una norma impugnata come vessillo da anni dai mestieranti della politica con la complicità dell’informazione pressoché tutta, stenta così tanto, nella realtà, a decollare.

Se non fosse che ci sono emergenze nazionali ben più gravi. Come le ventennali vicende giudiziarie di un ottuagenario.