Danno all’immagine: quando ricorre

Una recente sentenza della Corte dei Conti, che “assolve” dall’accusa di danno al’immagine all’amministrazione un carabiniere che, in costanza di servizio, abbandona la sua postazione per fruire delle prestazioni professionali di un barbiere, offre un’utile ricostruzione dell’argomento del danno all’immagine.

La sentenza, si premette con una annotazione di colore, riporta alla mente in realtà suggestioni da commedia italiana anni ’50, per l’utilizzo da parte della Procura regionale della Corte dei Conti di locuzioni suggestive e terminologia retrò che fanno pensare ad una Italia d’altri tempi, impermeabile all’evoluzione dei costumi e del linguaggio.

Il carabiniere, questo il fatto disegnato con le parole della Procura Regionale presso la sezione Lombardia della Corte dei Conti, “addetto alla stazione urbana, nel corso di un servizio di pattuglia congiunto con militari dell’esercito, sostava presso un negozio di acconciatore per un taglio di capelli, causando le giuste rimostranze di un passante alla locale centrale operativa, comportamento lesivo del prestigio e dell’immagine dell’istituzione…ciò altresì considerando che il celebrato processo penale ha preso avvio da una denuncia di un cittadino attonito nel constatare la presenza del militare graduato, in servizio armato, presso un salone di bellezza quale “utente”, con ciò integrandosi sicuramente quel clamor fori che, secondo  certa giurisprudenza, sarebbe elemento costitutivo dell’illecito erariale in discorso“.

Riassumendo, quindi, con la sentenza (la n. 47/2014), la Corte sez. Lombardia è chiamata a pronunciarsi su sollecitazione della Procura regionale, che richiede il danno erariale dopo aver dato atto della “punizione” del carabiniere con un mese e dieci giorni di reclusione (Tribunale MIlitare), oltre all’attivazione del procedimento discipinare con conseguente decurtazione dello stipendio.

La Procura regionale quindi, in barba alla vulgata che vuole i dipendenti pubblici sempre assolti per le loro malefatte, nei confronti dei pubblici dipendenti lamentando che gli stessi non paghino mai per le loro “malefatte”, chiede, oltre alle pesanti sanzioni inflitte, anche la ricorrenza del danno all’immagine.

L’occasione è utile, per la Corte, per ricostruire utilmente la ricorrenza e le caratteristiche della fattispecie del danno erariale. Viene rammentato preliminarmente che la risarcibilità del danno di specie è della Corte dei Conti, per interpretazione univoca giurisprudenziale. La fattispecie si concretizza “in un danno pubblico giacchè comporta la lesione del buon andamento della P.A. che perde, con la condotta illecita dei suoi dipendenti, credibilità e affidabilità all’esterno ed ingenera la convinzione che i comportamenti patologici posti in essere siano un connotato usuale dell’azione dell’Amministrazione“. Tale danno, riconosce la Corte, è valutabile economicamente.

La Corte argomenta poi la non condivisione delle prospettazioni della Procura (giungendo a rigettare, infine, la configurazione del danno), nello specifico confutando:

 –  che l’ipotesi sia da ricondurre all’art. 55 quinquies D.Lgs. 165/2001 (“False atestazionmi e cetificazioni”) poichè, come evidente, l’ipotesi concerne il reato militare di “Violata consegna pluriaggravata”, e non quella rubricata come falsa attestazione e certificazione;

 – l’applicazione dell’art. 17 comma 30 ter DL 78/2009 che richiama in caso di danno all’immagine solo ai reati di cui all’art. 7 legge 97/2001 (delitti contro la PA da parte dei pubblici ufficiali).

Laddove la ricostruzione è di indubbio interesse è nel riferimento, alla legge 190/2012 (c.d. “anticorruzione”) che inserisce il comma 1 sexies all’art. 1 legge 20/1994 per cui il danno al’immagine è quello “derivante dalla commissione di un reato contro la stessa pubblica amministrazione accertato con sentenza passata in giudicato“. Tale profonda innovazione comporta come conseguenza che verrebbe meno il riferimento operato relativo alle sole ipotesi di cui all’art. 7 precedentemente citato. Il danno all’immagine, per la Corte, deve derivare quindi dalla commissione di un reato in generale commesso contro la PA, accertato con sentenza passata in giudicato.

Tale conseguenza (danno derivante da sentenza per reati contro la PA passata in giudicato) tuttavia, non è automatica.

Nel caso di specie, ad esempio, ricorre l’elemento della condanna , ricorre l’elemento del reato contro la PA ma manca la “derivazione” del danno. Viene riconosciuto infatti che per verificarsi il danno all’immagine si deve eccedere una soglia minima di pregiudizio e di offensività, con una condotta altamente lesiva che provochi diffusa sfiducia verso l’amministrazione, causando un vero e proprio danno sociale e deteriorando il rapporto di fiducia con l’amministrazione.

Alla luce di tale ricostruzione, la Corte, rispetto alla fattispecie in giudizio, afferma che l’unicità dell’episodio, la mancata diffusione della notizia e l’assenza del rischio di emulazione non concreterebbero l’ipotesi in esame, giungendo quindi a respingere la domanda di risarcimento della Procura per danno all’immagine.

In conclusione, non basta, per il verificarsi del danno all’immagine e l’obbligo di risarcibilità, la commissione di un reato contro la PA e il passaggio in giudicato della sentenza stessa, occorrendo anche la dimostrazione di un danno (con le caratteristiche sopra delineate) derivante da questi due elementi.

Per la Consigliera nazionale di parità il congedo del padre si applica a tutti i dipendenti

Avevo parlato in questo articolo dei congedi genitoriali introdotti dalla riforma Fornero, applicabili a tutti (senza distinzione) lavoratori dipendenti.

Era stato analizzato il singolare (e pericoloso) precedente, per cui  un parere ministeriale, e una conforme circolare INPS, di fatto interpretano a modo loro la disposizione normativa relativa al congedo obbligatorio del padre lavoratore, escludendone l’applicabilità per i lavoratori dipendenti pubblici.

Laddove la legge non esclude, lo fa (di fatto, così è accaduto) il funzionario ministeriale, con esiti pericolosi sia sull’enorme stravolgimento della gerarchia delle fonti, sia sul conseguente ipotizzabile contenzioso che dalla confusione e discriminazione applicativa può scaturire.

Sul tema è intervenuto qualche giorno fa, per bocca della Consigliera di parità, anche il Ministero del Lavoro.

Doverosa premessa: “La Consigliera nazionale” leggiamo dal sito web istituzionale “è nominata con decreto del Ministro del Lavoro di concerto con il Ministro delle Pari Opportunità. Nell’esercizio di tale funzione, la Consigliera riveste anche la qualifica di pubblico ufficiale ed ha l’obbligo di segnalazione all’autorità giudiziaria per i reati di cui viene a conoscenza”.

La Consigliera produce sul sito istituzionale delle interessanti schede esplicative relative ai nuovi diritti in tema di genitorialità; a proposito del congedo obbligatorio del padre, la relativa scheda prevede espressamente che il congedo sia applicabile a tutti i lavoratori dipendenti (senza esclusione alcuna).

La scheda esplicativa di un organo del Ministero del Lavoro, quindi, pur riportando espressamente la precedente circolare INPS che escludeva di fatto la possibilità di fruire del diritto per i lavoratori pubblici, non fa menzione dell’esclusione, ricomprendendo anzi implicitamente tale categoria di lavoratori nella platea dei beneficiari (indicati come “lavoratori dipendenti”).

A meno che non sia una dimenticanza, quindi, l’interpretazione autorevole della Consigliera di Parità di fatto non tiene conto dell’esclusione operata dai funzionari della Funzione Pubblica e dell’INPS.

Ciò premesso, è importante sottolineare le più importanti delle competenze ascrivibili alla Consigliera; sempre per il tramite del sito istituzionale, si apprende che la stessa “Consigliera nazionale di parità è una figura istituita per la promozione ed il controllo dell’attuazione  dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per uomini e donne nel mondo del lavoro”.

Qualora si assumesse, come su queste pagine sostenuto, che l’esclusione operata dalla Funzione Pubblica e dall’INPS nei confornti dei padri lavoratori pubblici che non beneficerebbero del congedo genitoriale sia contraria ai “principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per uomini e donne nel mondo del lavoro“, sarebbe opportuno darne immediata segnalazione alla Consigliera di parità, che peraltro ha mostrato, con il documento sopra riportato, di condividere l’assunto.

Che fine ha fatto il giro di vite?

In questo articolo di qualche settimana fa, si cercava di analizzare una certa campagna stampa, orchestrata, come dire, con spiegamento di forze univoche e medesime martellanti parole contro i lavoratori dello Stato, a proposito del “giro di vite” connesso all’”approvazione” del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici.

Ebbene, non avevo sottolineato, sull’onda di una certa veemenza causata dall’orribile omicidio delle due colleghe della Regione Umbria, che il nuovo Codice di comportamento dei pubblici impiegati assumerà le vesti di Decreto del Presidente della Repubblica, ovvero di regolamento governativo, fonte secondaria del diritto, regolato nel procedimento di formazione dalla legge 400/1988.

La legge, a proposito dei regolamenti ministeriali, dispone all’art. 17:

1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio di Stato che deve pronunziarsi entro novanta giorni dalla richiesta, possono essere emanati regolamenti per disciplinare;

4. I regolamenti di cui al comma 1 ed i regolamenti ministeriali ed interministeriali, che devono recare la denominazione di “regolamento”, sono adottati previo parere del Consiglio di Stato, sottoposti al visto ed alla registrazione della Corte dei conti e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale.

Tutte le notizie, rese con gli stessi identici termini e la stessa veemenza oltranzista contro i pubblici dipendenti, in barba alla più evidente realtà normativa, si basavano esclusivamente sul riassunto dei comunicati stampa pubblicati sul sito del Governo, il quale, nonostante i passi da seguire negli iter normativi siano ancora da percorrere, pubblica sintesi normative come fossero (lo sono per i lettori disattenti) cosa fatta.

 Chiaramente, non è così.

I regolamenti ministeriali infatti debbono acquisire il parere obbligatorio del Consiglio di Stato, che non è adempimento formale, ma di sostanza, e che può portare alla riformulazione di intere parti del regolamento, alla riscrittura, alla decisione di bloccarlo.

Pensiamo alla vasta eco, e alle conseguenze concrete, che ebbe il “blocco” del Consiglio di Stato del primo decreto governativo sul pagamento dell’Ici per gli istituti ecclesiastici, riportato qui; la vicenda si concluse con una riformulazione del decreto, poi oggetto di un ulteriore parere favorevole, ma con numerose osservazioni, del Consiglio di Stato.

A proposito del valore dei pareri obbligatori, da rendersi prima dell’entrata in vigore dei regolamenti governativi, riporto le parole Damiano Nocilla, Consigliere di Stato e pubblicate sul sito web dell’organo.

Solo in un momento successivo il Consiglio valuterà gli atti governativi di produzione normativa, sindacandone preventivamente la costituzionalità (e, per i regolamenti, anche la legittimità) sia sotto il profilo formale che sotto quello del contenuto: sindacato che deve investire non solo l’eccesso di delega o l’inosservanza delle norme sulle competenze, ma anche ogni profilo di non conformità sostanziale a Costituzione (ed, ove possibile, a legislazione) delle norme indubbiate. …L’ampiezza e l’incisività, che assume il sindacato preventivo sugli atti normativi del Governo, appare significativa soprattutto per quanto riguarda gli atti di normazione secondaria, al fine, per un verso, di evitare che vi siano zone dell’ordinamento che possano sottrarsi alla valutazione di conformità formale e sostanziale alla Costituzione, e per l’altro, di superare le carenze del sindacato successivo di legittimità dei regolamenti, modellato com’è noto sul sindacato relativo ai provvedimenti amministrativi e sul potere di disapplicarli spettante ai giudici. Il sindacato preventivo e quello successivo sui regolamenti si integrano a formare, se si vuole, un unico sistema e la funzione consultiva si lega indissolubilmente alla funzione giurisdizionale, sicché solo uno profondo senso di unità tra sezioni dello stesso Consiglio e tra Tribunali Amministrativi Regionali e Consiglio di Stato può consentire che anche la normativa di rango secondario non sfugga al vaglio di costituzionalità e di legittimità.

…Ed è proprio in relazione a queste attività, che si esplicano in forma consultiva, ma che sostanziano un vero e proprio sindacato sull’Amministrazione, che sussiste precipuamente l’esigenza di tutelare, come vuole l’ultimo comma dell’art. 100, la posizione d’indipendenza e d’imparzialità dell’organo e dei suoi componenti, per garantire non solo il perseguimento dell’interesse pubblico alla legalità degli atti dell’Amministrazione, ma anche la realizzazione degli interessi privati che l’ordinamento tutela attraverso l’attribuzione ai singoli di specifiche situazioni giuridiche soggettive di vantaggio: e ciò tanto più se queste ultime dovessero essere il riflesso di quei valori di libertà che la Costituzione proclama e realizza.

Dicevamo, che fine ha fatto il regolamento accolto come la legge delle XII tavole dai giornalisti di casa nostra?

Siede probabilmente in comoda attesa nell’anticamera del Consiglio di Stato. Non si trova infatti neanche tra gli atti in attesa alla firma del Presidente della Repubblica e in attesa della pubblicazione, riportati proprio sul sito del Quirinale tra gli atti firmati.

Ne daremo conto, comunque, non appena lo stesso sarà pubblicato, evidenziando anche le eventuali e possibili discrepanze con le notizia strombazzate (in maniera un po’ pecoraia, per usare un termine tecnico) sulla generalità unanime degli organi di stampa.

 

Blocco contrattuazione nel pubblico impiego: al prossimo Governo la decisione

Il Consiglio dei Ministri di ieri ha deciso, nel senso che si è determinato nel non pronunciarsi a proposito dell’annunciata proroga del blocco contrattuale dei dipendenti pubblici.

Questa la nota ufficiale pubblicata sul sito del Governo

Il Consiglio, su iniziativa del Ministro dell’ economia, di concerto con il Ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione, ha proposto di avviare l’iter concernente il regolamento di contenimento delle spese del pubblico impiego. Questo consentirà al prossimo governo di scegliere tra la proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali portando a termine la procedura del regolamento, come previsto dal decreto legge 98 del 2011; oppure di trovare una diversa copertura e così evitare per il 2014 il blocco delle progressioni e degli automatismi retributivi nel pubblico impiego.

Si annuncia quindi il regolamento sul pubblico impiego che dovrebbe decidere sulla proroga, come previsto dall’art. 16 del decreto legge 98/2011.

I pareri ministeriali hanno sostituito la legge?

Con la circolare n. 40 del 14 marzo 2013 l’INPS segna, suo malgrado, un punto di svolta determinante (a nostro avviso anche estremamente rischioso) nel sistema della gerarchia delle fonti dell’ordinamento giuridico italiano.

Con questa circolare vengono dettate modalità applicative del nuovo congedo genitoriale previsto dalla riforma Fornero (qui già affrontato) e previsto che l’indennità spettante al padre che fruisca del giorno di congedo obbligatorio spetti all’INPS, che la rimborserà successivamente all’anticipo erogato da parte del datore di lavoro.

Nella medesima nota, il direttore generale dell’INPS chiarisce che l’indennità NON SPETTA ai lavoratori dello Stato, poiché così stabilito da un parere ministeriale del Dipartimento Funzione Pubblica.

Non si fa discendere il divieto dalla legge quindi, e nemmeno da una circolare ministeriale indirizzata a tutte le amministrazioni pubbliche (che pure non vale come fonte del diritto, come ribadito dalla Corte di Cassazione più volte), ma da un parere di un funzionario pubblico, recepito sic et simpliciter, senza alcuna analisi.

Abbiamo più volte analizzato il proliferare di pareri, circolari, perfino FAQ che determinerebbero l’applicabilità concreta delle leggi; nel caso di divieto di monetizzazione delle ferie, abbiamo rilevato criticamente come un parere ministeriale (reso peraltro con abbondanza di tempi verbali condizionali) non può sovvertire un testo inequivoco e chiarissimo di legge.

Il nostro sistema delle fonti (che aiuta ad applicare le fonti normative in caso ve ne siano di diverse rispetto ad una determinata fattispecie) non è costituzionalizzato; al di là della scarna ed antica previsione delle disposizioni preliminari al codice civile (1. Indicazione delle fonti. – Sono fonti (70, 87, 121,138, Cost.) del diritto:1) le leggi (2, 10 ss.); 2) i regolamenti (3, 4); 3) le norme corporative (1); 4) gli usi (8 ss.).) non prevede altro. Ma anni di sedimentata dottrina e giurisprudenza non hanno mai riconosciuto valore di fonte del diritto ad un’interpretazione ministeriale, resa da un funzionario non erga omnes, peraltro, ma ad un signolo comune richiedente.

Oggi, pieno valore di fatto viene riconosciuto al parere ministeriale  dall’INPS, che, materialmente, in virtù di un “parere”  (questo, lo ricordiamo) blocca l’erogazione dell’indennità a favore dei dipendenti pubblici.

Un parere, peraltro, reso con argomentazioni scarne, e criticabili da moltissimi punti di vista anche nel merito, poiché:

 –  si fonda sul comma 7 dell’art. 1 della legge di riforma, che si riferisce all’intera legge 92, estremamente articolata e variegata, contenente la riforma del lavoro;

– il medesimo comma dispone che la legge intera costituisce principio generale per i lavoratori pubblici “per quanto non espressamente previsto”. Proprio le nuove norme sulla genitorialità (a differenza di restanti punti, assai discussi, della riforma) sono chiarissime, suffragate peraltro da un decreto ministeriale applicativo con allegata relazione illustrativa;

 – comunque, anche quando si trattasse di una normativa ancora oscura, l’intervento del Ministero è previsto come obbligatorio (non eventuale), e sarebbe diretto all’armonizzazione della disciplina, non alla sua applicazione.

 – Il tema del congedo parentale è poi particolarmente delicato e tutelato. Addirittura, la Corte di Cassazione sez. lavoro, a proposito di un altro caso ma sempre con riferimento ai congedi genitoriali, con decisione n. 6856 del 2012 impone una visione non restrittiva dell’istituto del congedo, in quanto lo stesso sarebbe tutelato dalla Costituzione, artt. 30 e 31;

 – Da un altro punto di vista, la massima giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 5.3.2013, n. 1347) ha chiarito, a proposito di un’ipotesi diversa (applicabilità della riforma in tema di assistenza ai disabili per il personale militare, di cui alla legge 183/2010, quando la norma prevedeva per questa categoria l’applicabilità con normativa specifica di dettaglio), un importante principio. Ovvero che l’attuazione dei principi con norma di dettaglio non giustifica l’inoperatività dei principi stessi quando peraltro non contiene norme specifiche di carattere inibitorio. Principio stabilito, peraltro, per norme di dettaglio da definirsi, non per norme “armonizzatrici”, come nel caso di specie.

In conclusione, occorre prendere atto di un rivoluzionario cambiamento recato dagli ultimi anni di predominio della decretazione governativa sulle leggi ordinarie. Ogni qualvolta un funzionario pubblico si trovi ad applicare una legge, dovrà di propria iniziativa controllare se a proposito delle disposizioni da applicare siano stati espressi da qualche funzionario ministeriale pareri, anche se singolarmente diretti solo ad altre amministrazioni, e assumersi il rischio dell’applicazione conforme (quando essa non sia obbligata, come nel caso in questione in cui l’INPS di fatto impedisce che sia applicata la legge ai  dipendenti pubblici sulla base del parere di un funzionario ministeriale).

Questo atteggiamento chiaramente avrà come conseguenza il possibile sviluppo, e ce lo aspettiamo, di un gigantesco contenzioso in sede giurisdizionale, che esporrà a gravi rischi i funzionari alle prese con l’aplicazione del diritto.

Perlomeno fino a quando il Parlamento non si riapproprierà del proprio ruolo: redigere leggi chiare ed incontrovertibili, approvarle, e farle applicare.

Nuovo congedo di paternità e amministrazioni pubbliche

Pubblicato su Sinergie di scuola

È rimasto aperto il problema dell’applicabilità ai dipendenti pubblici delle nuove norme in tema di congedo genitoriale introdotte dalla riforma Fornero, con l’ovvio corollario di problemi applicativi tutto a carico dei dirigenti pubblici, compresi quelli scolastici.

Riassumendo: abbiamo più volte visto come con la riforma Fornero (art. 4 comma 24 legge 92/2012) erano state introdotte norme di favore per i neo genitori lavoratori dipendenti, che prevedono:

1.Il diritto per il padre lavoratore ad un giorno di congedo obbligatorio (retribuito) per la nascita del figlio, e a due giorni facoltativi (da scalarsi dal rispettivo congedo obbligatorio della madre);
2.I diritti per la madre lavoratrice di fruire di un contributo dell’INPS, o di voucher, per retribuire le strutture, o i privati, che si occupino dei figli qualora le stesse decidano di convertire il congedo parentale con tali misure.
La norma, e il Decreto Ministeriale attuativo di poco tempo fa, hanno disposto delle agevolazioni evidenti per i lavoratori dipendenti, senza disporre alcuna differenziazione tra gli stessi.

Sembrava quindi pacifico che il diritto fosse diretto anche ai pubblici dipendenti, finquando non è intervenuto il parere del Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, che esclude i dipendenti pubblici dalla platea dei beneficiari della normativa (vedi Detto tra noi del 21 febbraio 2013).

Abbiamo già avuto modo di analizzare nel merito l’interpretazione ministeriale, interrogandoci per questi motivi:

il comma 7 dell’art. 1 si riferisce all’intera legge 92, estremamente articolata e variegata, contenente la riforma del lavoro;
il medesimo comma dispone che la legge intera costituisce principio generale per i lavoratori pubblici “per quanto non espressamente previsto”. Proprio le nuove norme sulla genitorialità (a differenza di restanti punti, assai discussi, della riforma) sono chiarissime, suffragate peraltro da un decreto ministeriale applicativo con allegata relazione illustrativa;
comunque, anche quando si trattasse di una normativa ancora oscura, l’intervento del Ministero è previsto come obbligatorio (non eventuale), e sarebbe diretto all’armonizzazione della disciplina, non alla sua applicazione.
Ci sembra, invece, che la novella abbia voluto intendere che la normativa si applichi ai dipendenti pubblici come a tutti i restanti lavoratori dipendenti, e che spetta al Ministro per la pubblica amministrazione intervenire per armonizzare la disciplina specifica per i pubblici dipendenti (ricordiamolo, interessati già da parecchi anni alla privatizzazione del loro rapporto di lavoro) ove contrastante con la disciplina recata dalla normativa.

Ricordiamo poi, come su queste pagine più volte sostenuto a proposito, ad esempio, delle variegate interpretazioni ministeriali anche contrastanti con la normativa ordinaria (vedi il caso emblematico del divieto della monetizzazione delle ferie), che il parere ministeriale non può sostituirsi alla norma di legge.

Inoltre, non è prescritto che i funzionari ministeriali, soggetti alla legge, debbano obbligatoriamente porre attenzione ai pareri interpretativi come fossero dirimenti, visto che, come in questo caso, gli stessi sono diretti espressamente a singole amministrazioni richiedenti e non resi sotto forma di circolare diretta a tutte le amministrazioni.

Il tema del congedo parentale è poi particolarmente delicato e tutelato. Addirittura, la Corte di Cassazione sez. lavoro, a proposito di un altro caso ma sempre con riferimento ai congedi genitoriali, con decisione n. 6856 del 2012 impone una visione non restrittiva dell’istituto del congedo, in quanto lo stesso sarebbe tutelato dalla Costituzione, artt. 30 e 31.

Da un altro punto di vista, la massima giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 5.3.2013, n. 1347) ha chiarito, a proposito di un’ipotesi diversa (applicabilità della riforma in tema di assistenza ai disabili per il personale militare, di cui alla legge 183/2010, quando la norma prevedeva per questa categoria l’applicabilità con normativa specifica di dettaglio), un importante principio. Ovvero che l’attuazione dei principi con norma di dettaglio non giustifica l’inoperatività dei principi stessi quando peraltro non contiene norme specifiche di carattere inibitorio. Principio stabilito, peraltro, per norme di dettaglio da definirsi, non per norme “armonizzatrici”, come nel caso di specie.

In questo caso, poi, sembra proprio inequivoca la portata normativa, ovvero applicabile ai lavoratori dipendenti tutti, oltre alle motivazioni esposte e ai pareri riportati.

In tali situazioni, quindi, riteniamo utile e necessario che i singoli dirigenti scolastici, qualora si trovino di fronte a comunicazioni di padri lavoratori diretti alla fruizione del congedo previsto dalla riforma (parliamo di padri perché per i diritti della madre lavoratrice è l’INPS ad essere coinvolta), debbano procedere applicando la legge, motivando adeguatamente la scelta (e di spunti per la motivazione della decisione, come visto, ce ne sono in abbondanza) e infine chiedendo un pronunciamento di indirizzo all’organo gerarchico sovraordinato, ovvero l’USR regionale.

Una direttiva dell’organo sovraordinato porrebbe al riparo da possibili interpretazioni equivoche.

Scorrimento graduatorie. Una sentenza e l’occasione per definire il silenzio inadempimento

La sentenza del TAR Lazio del 7 febbraio 2013, n. 1355, torna sullo scorrimento delle graduatorie concorsuali.

A proposito del ricorso contro il silenzio inadempimento dell’amministrazione, operato da idonei aspiranti allo scorrimento della graduatoria concorsuale, il TAR ribadisce una posizione ormai consolidata, ovvero che non esiste alcun diritto allo scorrimento della graduatoria concorsuale da parte degli idonei.

E’ questo un caso diverso dal diritto allo scorrimento in caso di altre scelte operate dall’amministrazione, ipotesi più trattata dalla giurisprudenza:  ad esempio bandire un altro concorso in caso di graduatoria, per lo stesso profilo, ancora vigente. Come abbiamo visto su queste pagine, l’orientamento è nel senso di un generalizzato favor per lo scorrimento della graduatoria, ma è altro tema rispetto a quello in esame.

Nel ribadire, con la recentissima sentenza, che non esiste un diritto generalizzato all’assunzione da parte degli idonei di una graduatoria concorsuale, la sentenza offre l’occasione per parlare del “silenzio-inadempimento”.

Riprendendo il parere conforme di due sentenze del Consiglio di Stato (sez. IV n. 6183 del 4/12/2012; sez. III, n. 6149 del 30/11/2012), il Tar Lazio ricorda che “per esservi silenzio inadempimento dell’amministrazione, non è sufficiente che questa, compulsata da un privato che presenta una istanza, non concluda il procedimento amministrativo entro il termine astrattamente previsto per il procedimento del genere evocato con l’istanza, ma occorre che l’amministrazione contravvenga ad un preciso *obbligo di provvedere*. Considerato che siffatto obbligo può discendere da una legge, da un regolamento o anche da un atto di autolimitazione dell’Amministrazione stessa, ma in ogni caso deve corrispondere  ad una situazione soggettiva protetta, qualificata come tale dall’ordinamento”.

La lettura della sentenza conferma un costante orientamento, ovvero che l’obbligo di concludere con un provvedimento espresso il procedimento, canone generale introdotto dalla legge 241/90, non può sussistere sempre, dovendo ancorarsi ad una generale protezione dell’ordinamento giuridico l’istanza o la domanda da cui si attende una risposta dell’amministrazione.

E’ una interpretazione che tuttavia sembra contrastare con le più recenti riforme del (pluririformato) art. 2 della legge 241/90.

Il primo comma così dispone (in neretto le modifiche recate dalla legge “anticorruzione” n. 190 del 6 novembre 2012, come riportate dal sito Normattiva.it):

Art. 2 (Conclusione del procedimento). 1. Ove il procedimento consegua  obbligatoriamente  ad  un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, le pubbliche  amministrazioni hanno  il  dovere  di   concluderlo   mediante   l’adozione   di  un provvedimento espresso. ((Se ravvisano la manifesta  irricevibilita’, inammissibilita’, improcedibilita’ o infondatezza della  domanda,  le pubbliche  amministrazioni  concludono   il   procedimento   con   un provvedimento  espresso  redatto  in  forma  semplificata,   la   cui motivazione puo’ consistere in un sintetico riferimento al  punto  di fatto o di diritto ritenuto risolutivo)).

Avevo già parlato della legge di riforma come impattante (in senso negativo) anche sul “soccorso istruttorio”, in queste pagine. Ora, a proposito del silenzio inadempimento, la riforma di cui alla legge anticorruzione sembra proporre una ulteriore conseguenza, ovvero la generale estensione della figura, in contrasto con la generalità delle interpretazioni della giurisprudenza.

I casi infatti di “manifesta irricevibilita’, inammissibilita’, improcedibilita’ o infondatezza della  domanda”, niente affatto chiariti dal legislatore nel loro significato, sembrano proprio integrare tutte le ipotesi in cui la domanda non sia sorretta da alcuna protezione o tutela da parte dell’ordinamento, da quella “situazione soggettiva protetta”, indicata dalla più recente giurisprudenza.

Ancora una volta, l’interpretazione giurisprudenziale degli istituti giuridici risulta difforme dalle più recenti modifiche normative, e i due piani sembra procedere sempre più su rette parallele.

Che fare dunque quando (e qualsiasi funzionario che abbia lavorato a contatto con il pubblico sa quanto queste ipotesi non siano affatto peregrine) un cittadino richieda, per dire, una dichiarazione del comune per attestare tutti i farmaci rientranti nell’esenzione per patologia? Oppure richieda espressamente il rimborso del comune per essersi procurato una frattura cadendo in casa?

A norma delle nuove disposizioni, bisogna rispondere sempre, a qualsiasi domanda, perché la lettura dell’art. 2 rinnovato suggerisce proprio questo: se bisogna rispondere a qualsiasi domanda, compresa la più assurda, il silenzio inadempimento dell’amministrazione sussiste in ogni caso di mancata risposta, anche qualora ad un cittadino scrupoloso pungesse vaghezza di chiedere all’ufficio anagrafe di inserire il pesce rosso nello stato di famiglia.

Con le conseguenze del caso inserite ex novo sempre nel famigerato art. 2, dall’intervento del “sostituto provvedimentale” (nominato come sovente disposto dal governo tecnico dall’organo politico di riferimento), alle responsabilità in ordine alla valutazione della performance, oltre che dal punto di vista disciplinare, amministrativo e contabile.

E’ opportuno riportarlo, l’art. 2 della legge 241/90, così come riportato dal sito normattiva.it.

Art. 2

                   (Conclusione del procedimento). 1. Ove il procedimento consegua  obbligatoriamente  ad  un’istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, le pubbliche  amministrazioni hanno  il  dovere  di   concluderlo   mediante   l’adozione   di   un provvedimento espresso. ((Se ravvisano la manifesta  irricevibilita’, inammissibilita’, improcedibilita’ o infondatezza della  domanda,  le pubbliche  amministrazioni  concludono   il   procedimento   con   un provvedimento  espresso  redatto  in  forma  semplificata,   la   cui motivazione puo’ consistere in un sintetico riferimento al  punto  di fatto o di diritto ritenuto risolutivo)).

2. Nei casi in cui disposizioni di legge ovvero i provvedimenti  di cui  ai  commi  3,  4  e  5  non  prevedono  un  termine  diverso,  i procedimenti  amministrativi  di  competenza  delle   amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali devono concludersi  entro  il termine di trenta giorni. (14)

3. Con  uno  o  piu’  decreti  del  Presidente  del  Consiglio  dei ministri, adottati ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n.  400,  su  proposta  dei  Ministri  competenti  e  di concerto  con  i  Ministri  per   la   pubblica   amministrazione   e l’innovazione e per la semplificazione normativa, sono individuati  i termini  non  superiori  a  novanta  giorni  entro  i  quali   devono concludersi  i  procedimenti  di  competenza  delle   amministrazioni statali. Gli enti pubblici nazionali stabiliscono, secondo  i  propri ordinamenti, i termini non superiori a novanta giorni entro  i  quali devono concludersi i procedimenti di propria competenza. (14)

4. Nei casi in cui, tenendo conto della  sostenibilita’  dei  tempi sotto il profilo  dell’organizzazione  amministrativa,  della  natura degli interessi pubblici tutelati e  della  particolare  complessita’ del procedimento, sono indispensabili  termini  superiori  a  novanta giorni per  la  conclusione  dei  procedimenti  di  competenza  delle amministrazioni statali e degli enti pubblici nazionali, i decreti di cui al comma 3 sono adottati su proposta anche dei  Ministri  per  la pubblica amministrazione e l’innovazione  e  per  la  semplificazione normativa e  previa  deliberazione  del  Consiglio  dei  ministri.  I termini ivi previsti non  possono  comunque  superare  i  centottanta giorni, con la sola esclusione dei  procedimenti  di  acquisto  della cittadinanza italiana e di quelli riguardanti l’immigrazione. (14)

5.  Fatto  salvo  quanto  previsto   da   specifiche   disposizioni normative, le autorita’ di garanzia e di vigilanza  disciplinano,  in conformita’ ai propri  ordinamenti,  i  termini  di  conclusione  dei procedimenti di rispettiva competenza. (14)

6.  I  termini  per  la  conclusione  del  procedimento   decorrono dall’inizio  del  procedimento  d’ufficio  o  dal  ricevimento  della domanda, se il procedimento e’ ad iniziativa di parte.

7. Fatto salvo quanto previsto dall’articolo 17, i termini  di  cui ai commi 2, 3, 4 e 5 del presente articolo  possono  essere  sospesi, per una sola volta e per un periodo non superiore  a  trenta  giorni, per l’acquisizione di informazioni o  di  certificazioni  relative  a fatti, stati o qualita’ non attestati in documenti gia’  in  possesso dell’amministrazione stessa o  non  direttamente  acquisibili  presso altre  pubbliche  amministrazioni.  Si  applicano   le   disposizioni dell’articolo 14, comma 2.

8.  La  tutela  in  materia  di  silenzio  dell’amministrazione  e’ disciplinata dal  codice  del  processo  amministrativo,  di  cui  al decreto legislativo 2 luglio 2010,  n.104.  Le  sentenze  passate  in giudicato che accolgono  il  ricorso  proposto  avverso  il  silenzio inadempimento dell’amministrazione sono trasmesse, in via telematica, alla Corte dei conti.

9. La mancata o tardiva emanazione  del  provvedimento  costituisce elemento di valutazione della  performance  individuale,  nonche’  di responsabilita’ disciplinare e amministrativo-contabile del dirigente e del funzionario inadempiente.

9-bis. L’organo di  governo  individua,  nell’ambito  delle  figure apicali dell’amministrazione, il soggetto cui  attribuire  il  potere sostitutivo in caso di inerzia. Nell’ipotesi di omessa individuazione il potere sostitutivo si considera attribuito al  dirigente  generale o, in mancanza, al dirigente preposto all’ufficio o  in  mancanza  al funzionario di piu’ elevato  livello  presente  nell’amministrazione. Per   ciascun   procedimento,   sul   sito   internet   istituzionale dell’amministrazione  e’  pubblicata,  in  formato  tabellare  e  con collegamento ben visibile nella homepage, l’indicazione del  soggetto a cui e’ attribuito il potere sostitutivo e a cui l’interessato  puo’ rivolgersi ai sensi e per gli effetti del comma 9-ter. Tale soggetto, in  caso  di  ritardo,  comunica  senza  indugio  il  nominativo  del responsabile, ai fini della valutazione dell’avvio  del  procedimento disciplinare, secondo le disposizioni del proprio ordinamento  e  dei contratti collettivi nazionali di  lavoro,  e,  in  caso  di  mancata ottemperanza alle disposizioni del  presente  comma,  assume  la  sua medesima responsabilita’ oltre a quella propria.

9-ter. Decorso  inutilmente  il  termine  per  la  conclusione  del procedimento o quello superiore di cui al comma 7,  il  privato  puo’ rivolgersi al responsabile di cui al comma 9-bis  perche’,  entro  un termine pari alla meta’ di quello originariamente previsto,  concluda il procedimento attraverso le strutture competenti o con la nomina di un commissario.

9-quater. Il responsabile individuato ai  sensi  del  comma  9-bis, entro il 30 gennaio di ogni anno, comunica all’organo di  governo,  i procedimenti, suddivisi  per  tipologia  e  strutture  amministrative competenti,  nei  quali  non  e’  stato  rispettato  il  termine   di conclusione   previsto   dalla   legge   o   dai   regolamenti.    Le Amministrazioni provvedono all’attuazione del presente comma, con  le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili  a  legislazione vigente,  senza  nuovi  o  maggiori  oneri  a  carico  della  finanza pubblica.   

9-quinquies. Nei provvedimenti rilasciati in ritardo su istanza  di parte sono espressamente indicati il termine previsto dalla  legge  o dai regolamenti e quello effettivamente impiegato.

Qualche aggiornamento (anche sulla monetizzazione delle ferie)

Nella Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2013 è stato pubblicato il D.P.R. 252/2012, “Regolamento recante i criteri e le modalità per la pubblicazione degli atti e degli allegati elenchi degli oneri introdotti ed eliminati, ai sensi dell’art. 7, comma 2, della legge 11 novembre 2011, n. 180 “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese”:

Qui il testo.

Il MInistero dell’economia e delle Finanze ha poi pubblicato un’importante testo riassuntivo, sotto forma di circolare, con cui ripercorre tutti i più recenti interventi di contenimento della spesa pubblica, distinti per argomento e riassunti in un leggibile schema esplicativo finale.

La circolare è la numero 2 del 5 febbraio 2013.

Su questo ultimo testo, due piccole annotazioni.

Singolarmente, la circolare si rivolge solo alle amministrazioni dello Stato, e non a tutti gli enti pubblici, compresi i locali e i territoriali. Nella realtà, le più importanti misure di contenimento della spesa nel testo richiamate, a cominciare dal decreto sulla revisione della spesa, si applicano proprio a tutte le amministrazioni pubbliche, quindi le ragioni dell’esclusione sono ignote.

Poi, la circolare ricorda l’introduzione, a norma del D.L. 95/2012, del divieto di monetizzare le ferie, e riporta sul punto i pareri ministeriali (Funzione Pubblica e Ministero Finanze) con cui funzionari di vertice di queste amministrazioni interpretavano il divieto nel senso di escludere (usando termini molto prudenti e la forma verbale condizionale, lo ricordiamo) dal divieto di monetizzazione tutte le cause estintive improvvise, non preventivate e comunque non imputabili alla volontà del dipendente.

Rimando a tutti gli innumerevoli approfondimenti sul tema, ricordando che la circolare non è fonte del diritto, e in questo caso riporta (non prescrive l’operatività nè impone l’applicazione) pareri di funzionari ministeriali, resi peraltro in antitesi al preciso, inequivocabile, e rafforzato da specifiche previsioni sanzionarìtorie, divieto assoluto prescritto dalla legge.

Ulteriori approfondimenti successivamente.

Incompatibilità, conferimento incarichi, scadenze e dubbi interpretativi

La legge 190/2012, cosiddetta anticorruzione, è intervenuta anche in tema di incompatibilità del pubblico impiego, cogliendo l’occasione per irrigidire un ambito ormai anacronistico e dai dubbi profili di illegittimità costituzionale.
E’ lecito chiedersi infatti perché, dopo decenni di contrattualizzazione del pubblico impiego, debbano sopravvivere divieti esclusivamente dedicati ai pubblici impiegati, quali la possibilità di esercitare un doppio lavoro e arrotondare le proprie entrate, in un momento in cui da anni il pubblico impiego subisce il blocco contrattuale.

Stipendi fermi, impossibilità di lavorare di più per guadagnare qualcosa in più; privatizzazione o ingiustizia?

Ne riparleremo.

Nel frattempo si può analizzare un’altra ipotesi di confusione nella redazione normativa, a volere essere buoni, anche ipotesi di impossibilità applicativa determinata dal Governo dei tecnici e non solo.
Si parla delle scadenze di legge imposte, e rinnovate, alle amministrazioni che conferiscano incarichi, ai propri dipendenti o ad esterni, oppure autorizzino gli stessi dipendenti allo svolgimento di un’altra attività (ipotesi consentita in alcuni casi).

La norma di riferimento è l’art. 53 del D. Lgs. 165/2001, disposizione più volte modificata e adesso, come capita praticamente sempre, divenuta di difficile lettura.

I commi di interesse si riportano di seguito; nel link appena richiamato sono evidenziate in neretto le ultime modifiche.

11. Entro quindici giorni dall’erogazione del compenso per gli incarichi di cui al comma 6, i soggetti pubblici o privati comunicano all’amministrazione di appartenenza l’ammontare dei compensi erogati ai dipendenti pubblici.
12. Le amministrazioni pubbliche che conferiscono o autorizzano incarichi, anche a titolo gratuito, ai propri dipendenti comunicano in via telematica, nel termine di quindici giorni, al Dipartimento della funzione pubblica gli incarichi conferiti o autorizzati ai dipendenti stessi, con l’indicazione dell’oggetto dell’incarico e del compenso lordo, ove previsto. La comunicazione e’ accompagnata da una relazione nella quale sono indicate le norme in applicazione delle quali gli incarichi sono stati conferiti o autorizzati, le ragioni del conferimento o dell’autorizzazione, i criteri di scelta dei dipendenti cui gli incarichi sono stati conferiti o autorizzati e la rispondenza dei medesimi ai principi di buon andamento dell’amministrazione, nonche’ le misure che si intendono adottare per il contenimento della spesa. Entro il 30 giugno di ciascun anno e con le stesse modalita’ le amministrazioni che, nell’anno precedente, non hanno conferito o autorizzato incarichi ai propri dipendenti, anche se comandati o fuori ruolo, dichiarano di non aver conferito o autorizzato incarichi.
13. Entro il 30 giugno di ciascun anno le amministrazioni di appartenenza sono tenute a comunicare al Dipartimento della funzione pubblica, in via telematica o su apposito supporto magnetico, per ciascuno dei propri dipendenti e distintamente per ogni incarico conferito o autorizzato, i compensi, relativi all’anno precedente, da esse erogati o della cui erogazione abbiano avuto comunicazione dai soggetti di cui al comma 11.
14. Al fine della verifica dell’applicazione delle norme di cui all’articolo 1, commi 123 e 127, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e successive modificazioni e integrazioni, le amministrazion pubbliche sono tenute a comunicare al Dipartimento della unzione pubblica, in via telematica o su supporto magnetico, entro il 30 giugno di ciascun anno, i compensi percepiti dai propri dipendenti anche per incarichi relativi a compiti e doveri d’ufficio; sono altresi’ tenute a comunicare semestralmente l’elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza, con l’indicazione della ragione dell’incarico e dell’ammontare dei compensi corrisposti. Le amministrazioni rendono noti, mediante inserimento nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica, gli elenchi dei propri consulenti indicando l’oggetto, la durata e il compenso dell’incarico nonche’ l’attestazione dell’avvenuta verifica dell’insussistenza di situazioni, anche potenziali, di conflitto di interessi. Le informazioni relative a consulenze e incarichi comunicate dalle amministrazioni al Dipartimento della funzione pubblica, nonche’ le informazioni pubblicate dalle stesse nelle proprie banche dati accessibili al pubblico per via telematica ai sensi del presente articolo, sono trasmesse e pubblicate in tabelle riassuntive rese liberamente scaricabili in un formato digitale standard aperto che consenta di analizzare e rielaborare, anche a fini statistici, i dati informatici. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l’elenco delle amministrazioni che hanno omesso di trasmettere e pubblicare, in tutto o in parte, le informazioni di cui al terzo periodo del presente comma in formato digitale standard aperto. Entro il 31 dicembre di ciascun anno il Dipartimento della funzione pubblica trasmette alla Corte dei conti l’elenco delle amministrazioni che hanno omesso di effettuare la comunicazione, avente ad oggetto l’elenco dei collaboratori esterni e dei soggetti cui sono stati affidati incarichi di consulenza.
15. Le amministrazioni che omettono gli adempimenti di cui ai commi da 11 a 14 non possono conferire nuovi incarichi fino a quando non adempiono. I soggetti di cui al comma 9 che omettono le comunicazioni di cui al comma 11 incorrono nella sanzione di cui allo stesso comma 9.

Cercando di riassumere le molteplici incombenze, sembra di poter sintetizzare come segue:

Incarichi conferiti ai dipendenti pubblici (da parte di amministrazioni pubbliche o strutture private): i relativi compensi vanno comunicati all’amministrazione di appartenenza, da parte dei soggetti pubblici o privati che li hanno erogati, entro 15 giorni dall’erogazione.
Incarichi, anche gratuiti, conferiti o autorizzati ai propri dipendenti da amministrazioni pubbliche: vanno comunicati al Dipartimento Funzione Pubblica entro 15 giorni (si presume dal conferimento o autorizzazione). Va allegata una relazione che specifichi norme di legge, ragioni, criteri di scelta del dipendente, rispondenza ai criteri del buon andamento e misure per contenimento della spesa, e devono indicarsi l’oggetto dell’incarico e il compenso lordo.
Incarichi non conferiti o autorizzati nell’anno precedente: vanno comunicati entro il 30 giugno dell’anno successivo al Dipartimento Funzione Pubblica (lo so che fa ridere, ma è così). Anche nel caso di mancato conferimento o autorizzazione va effettuata la comunicazione. La modalità alternativa suggerita (o conferimento o autorizzazione) fa supporre che nel casi di conferimenti senza autorizzazione, o inverso, non serva questa comunicazione.
Compensi percepiti dai dipendenti pubblici per incarichi ulteriori: tutti i compensi percepiti dai dipendenti nell’anno precedente, sia se conferiti dalla medesima amministrazione che autorizzati, devono essere comunicati al Dipartimento Funzione Pubblica entro il 30 giugno di ogni anno.
Compensi derivanti da incarichi relativi a compiti e doveri di ufficio dei propri dipendenti: vanno comunicati al Dipartimento Funzione Pubblica entro il 30 giugno di ogni anno.
Collaboratori esterni e incarichi di consulenza: vanno comunicati, insieme all’ammontare dei compensi e alle ragioni dell’incarico, ogni sei mesi al Dipartimento Funzione Pubblica. Le stesse informazioni vanno rese pubbliche in banche dati accessibili in via telematica.

Considerazioni

Il disposto normativo è l’ennesimo emblema di come NON si scrivono le leggi, e come anni di direttive e circolari sul punto abbiano ormai manifestato il loro esito fallimentare.
L’articolo è di lettura quasi incomprensibile; oltre alla stratificazione di norme che rendono il significato del testo di difficle applicazione immediata, abbondano le forme passive e ricorre una lunghezza delle frasi insopportabile.
A questo link il “Codice di stile delle amministrazioni pubbliche”; il carattere giallino del testo sembra indicare un testo lasciato in un cassetto piuttosto che il canone redazionale di tutte le leggi, ma è un testo importantissimo.

Veniamo al comma 12.
Il legislatore impone alle amministrazioni di comunicare gli incarichi conferiti o autorizzati ai dipnedenti pubblici, indicando alla Funzione Pubblica l’ammontare dei compensi, l’oggetto dell’incarico, norme di legge, ragioni, criteri di scelta del dipendente. Un adempimento possibile nel caso di conferimento, impossibile nel caso dell’autorizzazione.
L’autorizzazione infatti si riferisce a richieste di incarichi che provengano dal’esterno, da strutture pubbliche o private.
Caso tipico: una richiesta di un’altra amministrazione per far svolgere ad un funzionario il compito di commissario in sede di concorso. L’amministrazione che concede l’autorizzazione dovrebbe conoscere e comunicare le ragioni o i criteri di scelta del dipendente; nelle richieste di autorizzazione, pervengano dal dipendente o dall’amministrazione richiedente, tali ragioni non sono richieste, nè è richiesto indicare i criteri di scelta. Il comma 10 dell’art. 53 non ne parla affatto.
Inoltre, l’amministrazione autorizzante dovrebbe anche indicare i compensi, entro 15 giorni, alla Funzione Pubblica; lo stesso termine è imposto all’amministrazione che conferisce l’incarico, che entro 15 giorni (dall’erogazione) deve comunicare i compensi all’amministrazione di appartenenza.
Come può l’amministrazione autorizzante comunicare il compenso percepito dal dipendente entro 15 giorni (dall’autorizzazione?), se l’amministrazione conferente è obbligata a comunicare il compenso entro 15 giorni dal’erogazione?
Ovvero: come può comunicare l’amministrazione di appartenenza quanto percepito dal dipendente entro 15 giorni dall’autorizzazione se lo sa mesi dopo l’autorizzazione stessa?

Tale adempimento quindi:
– è impossibile;
– pone un obbligo implicito all’amministrazione richiedente, di indicare ragioni o criteri di scelta e compenso lordo in sede di richiesta. Tale ipotesi osta con il fatto che la richiesta può provenire anche dal dipendente interessato (che dovrebbe indicare i criteri di scelta di se stesso), oltre che con quel divieto di aggravare il procedimento che è principio generale dell’attività aministrativa, disposto dall’art. 1 comma 2 della legge 241/90.

Un altro punto su cui discutere, arrovellarsi, emanare pareri (forse).

Altra questione meritevole di attenzione è l’attenzione certosina che si presta alle incompatibilità dei pubblici impiegati, e alle numerose imposizioni procedimentali collegate, e la totale leggerezza con cui (non) si norma alcun adempimento nei confronti di altri incarichi.
Parlo degli incarichi a tempo determinato con cui le amministrazioni locali possono assumere negli staff politici, senza concorso e pagandoli anche molto di più degli altri dipendenti, i loro uomini e donne di fiducia, che potranno (sempre grazie al governo tecnico) godere di canali privilegiati per le assunzioni definitive.

Anche qui, ne riparleremo.

Gli aggiornamenti di inizio anno

Negli ultimi giorni sono entrati in vigore importanti provvedimenti, assolutamente eterogenei e quindi meritevoli di apporfondimento e studio (quando non di panico interpretativo, come gli ultimi anni di legislazione ci hanno insegnato).

Il “Decreto sviluppo”
Il Decreto Legge 179 dell’ottobre 2012 è stato convertito in legge il 17 dicembre 2012, ed è in vigore dal 19 dicembre. Qui il testo.

La legge di stabilità
Quella che era la legge finanziaria è contenuta nella legge del 24 dicembre 2012, n° 228, in vigore dal 1 gennaio 2013.
La legge sconta la consueta confusione di commi e disposizioni eterogenee al suo interno, aggravata dal fatto che molte disposizioni contenute in decreti legge in scadenza, non convertiti per l’accelerazione della crisi politica conseguente alle dimissioni del Governo Monti, sono stati convertiti all’interno del provvedimento (meglio, ribaditi, poiché non si parla di conversione ma si ripropongono le medesime disposizioni contenute nei decreti).

La legge consta di un singolo articolo, di 561 commi e di due allegati. Ignorando completamente, ancora una volta, quella circolare della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2001, intitolata “Guida alla redazione dei testi normativi”, che, tra le altre preziose indicazioni, al punto 2.3.3 espressamente dispone “E’ opportuno evitare un numero eccessivo di commi per ciascun articolo. Orientativamente, è eccessivo un numero di commi eccedente 10“.

Una sintesi dei principali provvedimenti contenuti nella legge, in tema di lavoro, si trova qui

La legge sui figli naturali

Mi consento una breve digressione dai temi solitamente analizzati, per ricordare un altro provvedimento entrato in vigore il primo gennaio.
Si tratta della legge 219 del 10 dicembre 2012, avente per oggetto “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali, in vigore dal 1 gennaio”, che si trova qui

Un provvedimento che ha dovuto attendere l’anno 2012 per mettere fine ad una odiosa discriminazione, che vedeva i figli nati non in costanza di matrimonio sottoposti ad una situazione peggiorativa rispetto ai figli c.d “legittimi”, dal punto di vista ereditario e da quello parentale, non intercorrendo alcun tipo di raporto di parentela tra figli naturali e famiglia di provenienza. I problemi che potevano sorgere (e sono sorti) ai fini ereditari (con netta prevalenza dei diritti dei figli legittimi) e parentali (con il rischio che in caso di morte dei genitori i figli naturali venissero affidati alle cure dello Stato o dati in adozione invece che ai nonni a agli zii),sono stati finalmente risolti.
Dopo anni di disegni di legge arenati, decaduti con lo scioglimento anticipato delle Camere, dimenticati in balia dell’inerzia politica.
Un buon motivo per ricordare una cosa buona di questa legislatura.
Sorvolando sull’ultimo “dispettuccio”: i 21 giorni per l’entrata in vigore, a fronte dei 6 giorni della legge di stabilità e ai due del decreto sviluppo.
Del resto le teste canute dei vertici istituzionali non hanno tutta la vita davanti, i bambini sì.