Considerazioni critiche alla circolare sulle misure anticorruzione

I poteri dell’organo politico
Nella circolare n. 1/2013 del Dipartimento Funzione Pubblica, commentata nel post precedente, viene espressamente previsto che la nomina del “referente anticorruzione” sia di spettanza dell’organo politico, e all’organo politico lo stesso debba riferire della sua attività.
Come già avvenuto in tema di nomina del sostituto “provvedimentale”, inserito di recente nell’ambito della legge 241/90, art. 2, si evidenzia un sempre più marcato ritorno al controllo dell’organo politico, che interviene in fase iniziale (nomina) e in fase di resoconto (controllo successivo) anche per materie che attengono la “repressione” del personale, i controlli interni, la gestione delle risorse umane e la responsabilità disciplinare.
Una reiterata antinomia con quei principi di separazione tra organi di indirizzo politico e organi di gestione amministrativa che hanno connotato le grandi riforme amministrative degli anni ‘90, e che sono (ancora) contenuti nell’art. 4 del Testo Unico del Pubblico Impiego .
Una forte connotazione del Governo tecnico che, quasi per affrancarsi dalla stessa definizione, ha esteso i confini del potere politico in maniera molto netta, e differenziata rispetto ai canonici principi in tema di separazione dei poteri e delle competenze, per lungo tempo definiti un traguardo raggiunto proprio nella lotta alla corruzione e allo strapotere politico.
Ridimensionamento del “whistleblower
Avevo già parlato, qui , di questa figura.
La circolare sembra non considerare quanto dalla stessa legge anticorruzione previsto in tema proprio in tema di “whistleblower”, ovvero quella figura prevista ex novo dal comma 51 della legge 190 (c.d. “anticorruzione”) di recente approvata.
La disposizione riporta: “Dopo l’articolo 54 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e’ inserito il seguente: «Art. 54-bis. – (Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti). – 1. Fuori dei casi di responsabilita’ a titolo di calunnia o diffamazione, ovvero per lo stesso titolo ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, il pubblico dipendente che denuncia all’autorita’ giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non puo’ essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia. 2. Nell’ambito del procedimento disciplinare, l’identita’ del segnalante non puo’ essere rivelata, senza il suo consenso, sempre che la contestazione dell’addebito disciplinare sia fondata su accertamenti distinti e ulteriori rispetto alla segnalazione. Qualora la contestazione sia fondata, in tutto o in parte, sulla segnalazione, l’identita’ puo’ essere rivelata ove la sua conoscenza sia assolutamente indispensabile per la difesa dell’incolpato. 3. L’adozione di misure discriminatorie e’ segnalata al Dipartimento della funzione pubblica, per i provvedimenti di competenza, dall’interessato o dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative nell’amministrazione nella quale le stesse sono state poste in essere. 4. La denuncia e’ sottratta all’accesso previsto dagli articoli 22 e seguenti della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modificazioni».
La norma infatti prevede apposite tutele per chi denunci condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto, tra cui appunto l’anonimato, in forma abbastanza estesa. E’ palese tuttavia che, data l’interpretazione della circolare, la tutela dell’anonimato non riguardi quasi nessuno. Se la nomina del responsabile è pubblica e palese, come qualsiasi attribuzione di incarico, e se è la stessa figura che deve denunciare in prima battuta qualsiasi ipotesi di reato, di condotta rilevante dal punto di vista sia amministrativo che disciplinare, la regola dell’anonimato è posta completamente nel nulla.
Ancor più grave sarebbe se singole attività di “investigazione interna” venissero affidate ai singoli referenti, ove previsti dai rispettivi piani anticorruzione. Avevo già rilevato i dubbi conseguenti all’introduzione della figura del wistleblowing nel nostro ordinamento, figura svilita ancor prima vi fosse notizia di una qualche concreta applicazione.
L’attività “investigativa” del responsabile
Infine, una considerazione critica sugli obblighi in capo al responsabile, che deve denunciare ipotesi non solo di reato (previsione pleonastica, poiché ogni dipendente è obbligato a denunciare le fattispecie di reato che conosca in occasione del suo lavoro in base all’articolo 361 del codice penale), ma anche di illeciti amministrativi o di responsabilità disciplinari.
Il concetto di corruzione, così come definito dalla circolare, deve essere infatti inteso in senso lato, poiché ““le situazioni rilevanti sono quindi evidentemente più ampie della fattispecie penalistica…e sono tali da comprendere non solo l’intera gamma dei delitti contro la pubblica amministrazione…ma anche le situazioni in cui – a prescindere dalla rilevanza penale – venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite”.
L’attività investigativa posta a carico del responsabile è francamente dagli ardui contorni, e di esecuzione e configurazione anche pericolosa per i rapporti interni ai singoli uffici. Non è sempre facile definire per certa una ipotesi di reato, ancor più in una grande amministrazione per fatti specifici, figurarsi singole ipotesi di responsabilità disciplinare (svincolata da quella penale) o amministrativa.

La prova dei fatti evidenzierà i limiti di questa ulteriore normativa, che nel furore produttivo e sull’onda delle polemiche anticasta solleva numerosi interrogativi.

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