Dall’Agenda digitale ai pezzettini di libertà. Lo strano caso delle diavolerie moderne.

C’è qualcosa di mefitico, di a prima vista incomprensibile, oggi nell’aria.

Giornalisti che accusano la rete, politici che temono la piazza, tutti insieme che ricorrono alla libertà taciuta del popolo silente, quello che lavora e non manifesta, che produce e non twitta, come se l’assenza di opinioni manifeste fosse espressione di certa adesione al pensiero di chi è criticato.

Come se chi non è alfabetizzato dal punto di vista digitale fosse automaticamente d’accordo con chi critica gli alfabetizzati, su un presupposto comodo ma assolutamente inconsistente.

C’è un ordine forse da cui partire.

Una normativa incessante, assai evoluta nelle linee di principio, culminata nel decreto denominato con enfasi “decreto 2.0″ (D.L. 179/2012, convertito nella legge 221 2012). Che nel suo articolo di esordio così prevede: “Lo Stato, nel rispetto del principio di  leale  collaborazione con le autonomie regionali,  promuove  lo  sviluppo  dell’economia  e della cultura digitali, definisce  le  politiche  di  incentivo  alla domanda dei servizi digitali e favorisce,  tramite  azioni  concrete, l’alfabetizzazione  e  lo  sviluppo  delle  competenze  digitali  con particolare riguardo alle categorie a rischio di esclusione,  nonche’ la ricerca e l’innovazione tecnologica quali  fattori  essenziali  di progresso e opportunita’  di  arricchimento  economico,  culturale  e civile”.

Al di là delle enormi contraddizioni tra normazione e situazione di fatto, è evidente il favor del legislatore nei confronti dell’evoluzione digitale non solo dell’amministrazione pubblica, ma della cittadinanza, di cui si deve favorire concretamente “l’alfabetizzazione e lo sviluppo di competenze digitali”.

Una evoluzione che avrebbe riflessi evidenti benefici su svariati settori, dalla mobilità urbana alla pubblica amministrazione: il vecchino o la casalinga che non affollano gli uffici pubblici per depositare la certificazione ISEE, la posta per pagare, il bollettino, la banca per effettuare il bonifico, creano meno traffico, inquinano meno, fanno perdere meno tempo agli operatori, a beneficio dell’ambiente, della mobilità, dell’organizzazione del lavoro delle Poste come della banca.

L’alfabetizzazione però ha i suoi rischi, ovvero la fruizione di internet, la partecipazione, possibile, sui social network, sui canali di informazione non “ufficiali”, su quelli che non prendono i contributi di Stato per l’editoria, su quelli non organizzati e non istituzionalizzati.

Una rete partecipata che si rimbalza notizie e battute, fotografie e annunci, opinioni e litigi che si convertono in movimenti di massa e manifestazioni di piazza (come avveniva anche prima, in forme ben più violente di quelle di questi giorni e  senza il supporto della rete).

Una conseguenza dell’alfabetizzazione favorita dallo Stato che è stata, come risulta dalle trasmissioni televisive di questi giorni e da numerose note di commento degli organi di informazione, (con spietatezza esemplificata dall’editoriale del “Foglio” di stamattina, che addita la propensione ad utilizzare le nuove tecnologie come “la balordaggine di qualche eletto del popolo tramortito dal suo vagare con i ditini sulla tastiera dello smartphone”), additata come propensione all’insulto, responsabile della violenza (qualche fischio da dietro la vetrata di un ristorante) di piazza, indulgente verso un generale fancazzismo per cui l’utilizzo della rete sarebbe indolenza piuttosto che preparazione.

Diverse sono state le prese di posizioni giornalistiche contro quella piazza che i giornalisti vedeva, in qualche caso come corresponsabili di un’informazione di parte, spesso politicamente orientata, secondo la “balordaggine” del popolo degli smartphone.

La trasmissione “In onda” di domenica sera sdegnosamente respingeva le accuse, e tacciava di fascismo e violenza la piazza (non un fermato, non un ferito), perché, in nome della rete, accusava il giornalismo di faziosità; quello stesso giornalismo che con un’unanimità altro che fascista, altro che bulgara, salutava come salvatori della patria i tecnici del governo dei Professori, che con le medesime, identiche parole commentava il “nuovo” (ancora mai pubblicato) codice di condotta del pubblico impiego come l’innovazione benefica finalmente fustigatrice del pubblico impiego, quando in realtà riportava (quella bozza di codice ancora non pubblicato) norme vecchie 70 anni.

Quello stesso giornalismo che, sulle pagine del Corriere, pubblicava commenti inneggianti apertamente all’omicidio delle due lavoratrici dello Stato uccise barbaramente sul loro posto di lavoro, nella assoluta indifferenza degli altri giornalisti liberi, imparziali e antifascisti solo quando si tratta di scagliarsi contro la critica di piazza o due fischi a una vetrata.

Il popolo degli smartphone, quello della rete, quello che è alfabetizzato come vuole il legislatore tecnico, quello che si fa il bonifico on line e si scambia le informazioni come le sa, come le vuole come le conosce, in realtà non ha la colpa di armare la piazza, che è considerata violenta anche quando critica con una bandierina in mano.

Ha la colpa del confronto, della partecipazione, della libertà, che è sollecitata per pagare il bollettino on line senza fare la fila, ma quando diventa parola e scambio mette paura.    

 

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