Danno all’immagine: quando ricorre

Una recente sentenza della Corte dei Conti, che “assolve” dall’accusa di danno al’immagine all’amministrazione un carabiniere che, in costanza di servizio, abbandona la sua postazione per fruire delle prestazioni professionali di un barbiere, offre un’utile ricostruzione dell’argomento del danno all’immagine.

La sentenza, si premette con una annotazione di colore, riporta alla mente in realtà suggestioni da commedia italiana anni ’50, per l’utilizzo da parte della Procura regionale della Corte dei Conti di locuzioni suggestive e terminologia retrò che fanno pensare ad una Italia d’altri tempi, impermeabile all’evoluzione dei costumi e del linguaggio.

Il carabiniere, questo il fatto disegnato con le parole della Procura Regionale presso la sezione Lombardia della Corte dei Conti, “addetto alla stazione urbana, nel corso di un servizio di pattuglia congiunto con militari dell’esercito, sostava presso un negozio di acconciatore per un taglio di capelli, causando le giuste rimostranze di un passante alla locale centrale operativa, comportamento lesivo del prestigio e dell’immagine dell’istituzione…ciò altresì considerando che il celebrato processo penale ha preso avvio da una denuncia di un cittadino attonito nel constatare la presenza del militare graduato, in servizio armato, presso un salone di bellezza quale “utente”, con ciò integrandosi sicuramente quel clamor fori che, secondo  certa giurisprudenza, sarebbe elemento costitutivo dell’illecito erariale in discorso“.

Riassumendo, quindi, con la sentenza (la n. 47/2014), la Corte sez. Lombardia è chiamata a pronunciarsi su sollecitazione della Procura regionale, che richiede il danno erariale dopo aver dato atto della “punizione” del carabiniere con un mese e dieci giorni di reclusione (Tribunale MIlitare), oltre all’attivazione del procedimento discipinare con conseguente decurtazione dello stipendio.

La Procura regionale quindi, in barba alla vulgata che vuole i dipendenti pubblici sempre assolti per le loro malefatte, nei confronti dei pubblici dipendenti lamentando che gli stessi non paghino mai per le loro “malefatte”, chiede, oltre alle pesanti sanzioni inflitte, anche la ricorrenza del danno all’immagine.

L’occasione è utile, per la Corte, per ricostruire utilmente la ricorrenza e le caratteristiche della fattispecie del danno erariale. Viene rammentato preliminarmente che la risarcibilità del danno di specie è della Corte dei Conti, per interpretazione univoca giurisprudenziale. La fattispecie si concretizza “in un danno pubblico giacchè comporta la lesione del buon andamento della P.A. che perde, con la condotta illecita dei suoi dipendenti, credibilità e affidabilità all’esterno ed ingenera la convinzione che i comportamenti patologici posti in essere siano un connotato usuale dell’azione dell’Amministrazione“. Tale danno, riconosce la Corte, è valutabile economicamente.

La Corte argomenta poi la non condivisione delle prospettazioni della Procura (giungendo a rigettare, infine, la configurazione del danno), nello specifico confutando:

 –  che l’ipotesi sia da ricondurre all’art. 55 quinquies D.Lgs. 165/2001 (“False atestazionmi e cetificazioni”) poichè, come evidente, l’ipotesi concerne il reato militare di “Violata consegna pluriaggravata”, e non quella rubricata come falsa attestazione e certificazione;

 – l’applicazione dell’art. 17 comma 30 ter DL 78/2009 che richiama in caso di danno all’immagine solo ai reati di cui all’art. 7 legge 97/2001 (delitti contro la PA da parte dei pubblici ufficiali).

Laddove la ricostruzione è di indubbio interesse è nel riferimento, alla legge 190/2012 (c.d. “anticorruzione”) che inserisce il comma 1 sexies all’art. 1 legge 20/1994 per cui il danno al’immagine è quello “derivante dalla commissione di un reato contro la stessa pubblica amministrazione accertato con sentenza passata in giudicato“. Tale profonda innovazione comporta come conseguenza che verrebbe meno il riferimento operato relativo alle sole ipotesi di cui all’art. 7 precedentemente citato. Il danno all’immagine, per la Corte, deve derivare quindi dalla commissione di un reato in generale commesso contro la PA, accertato con sentenza passata in giudicato.

Tale conseguenza (danno derivante da sentenza per reati contro la PA passata in giudicato) tuttavia, non è automatica.

Nel caso di specie, ad esempio, ricorre l’elemento della condanna , ricorre l’elemento del reato contro la PA ma manca la “derivazione” del danno. Viene riconosciuto infatti che per verificarsi il danno all’immagine si deve eccedere una soglia minima di pregiudizio e di offensività, con una condotta altamente lesiva che provochi diffusa sfiducia verso l’amministrazione, causando un vero e proprio danno sociale e deteriorando il rapporto di fiducia con l’amministrazione.

Alla luce di tale ricostruzione, la Corte, rispetto alla fattispecie in giudizio, afferma che l’unicità dell’episodio, la mancata diffusione della notizia e l’assenza del rischio di emulazione non concreterebbero l’ipotesi in esame, giungendo quindi a respingere la domanda di risarcimento della Procura per danno all’immagine.

In conclusione, non basta, per il verificarsi del danno all’immagine e l’obbligo di risarcibilità, la commissione di un reato contro la PA e il passaggio in giudicato della sentenza stessa, occorrendo anche la dimostrazione di un danno (con le caratteristiche sopra delineate) derivante da questi due elementi.

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