Decoro e social network: alcune indicazioni dal Consiglio di Stato

I dipendenti pubblici sono soggetti ad osservare un comportamento peculiare anche per quanto riguarda la vita personale svolta al di fuori delle pareti e dell’orario di lavoro. Il  DPR 62/2013, recante il nuovo Codice di Comportamento dei pubblici dipendenti, dispone infatti che il lavoratore delle amministrazioni pubbliche “serve la Nazione con disciplina e onore” (art. 3 comma 1), evita situazioni e comportamenti che possano nuocere all’immagine o agli interessi dell’amministrazione (art. 3 comma 3, ribadito dall’art. 10), si astiene da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti della pubblica amministrazione (art. 12 comma 2).

Il Codice, declinato in singoli regolamenti per ogni amministrazione, prevede quindi delle limitazioni anche nella vita privata dei dipendenti, nel loro spiegamento di personalità, nella loro libertà di manifestazione di pensiero.

La recente (l’aggettivo è da intendersi in senso relativo) estensione del fenomeno dei social network ha provocato più di qualche caso di frizione tra amministrazione e dipendenti, e reso palese il possbile conflitto tra libera manifestazione di pensiero, e di personalità, e interesse pubblico.

Una recente e davvero interessante sentenza del Consiglio di Stato, n. 848 del 21 febbraio 2014, interviene sul tema chiarendo, in senso anche piuttosto elastico, qaulche punto essenziale del problema.

La sentenza ribalta il precedente orientamento di un TAR, che si era espresso favorevolmente ad una sanzione disciplinare rivolta dal Ministero dell’Interno nei confronti di un agente di pubblica sicurezza, il quale aveva pubblicato alcune fotografie, su un social network, definite contrarie al decoro del’amministrazione. Le immagini ritraevano il dipendente in abbigliamento femminile; altre immagini, accessibili solo tramite password e quindi autorizzazione del proprietario, in abbigliamento succinto ed intimo. Particolare fondamentale: le fotografie in abbigliamento femminile erano pubblicate non a nome proprio del dipendente, ma dietro nickname; le fotografie in abbigliamento femminile e quelle in abbigliamento succinto erano, inoltre, state acquisite dal datore di lavoro grazie a un “provocatore” (così definito dal’appellante-dipendente pubblico) appositamente introdotto nello spazio del dipendente ed autorizzato dallo stesso ad accedere alle fotografie riservate.

Per l’Amministrazione, suffragata dal conforme orientamento del TAR, tale condotta privata del dipendente costituiva “gravissima mancanza di correttezza“, a causa di abbigliamenti ed atteggiamenti ritenuti inopportuni ed informazioni di indubbia equivocità, e integrava un comportamento contrario al decoro degli appartenenti ai ruoli di Pubblica Sicurezza, previsto da norme speciali (DPR 737/1981), e una forma di comunicazione, definita dall’Amministrazione, accessibile senza particolari precauzioni, in luogo ritenuto “aperto al pubblico”.

Il Consiglio di Stato, riconoscendo come fondato l’appello del ricorrente, muove l’accoglimento del ricorso su due punti essenziali, che si possono sintetizzare.

1) Le fotografie pubblicate su un sociale network possono considerarsi pubbliche?  Il Consiglio, ritenendo di dover valutare tutte le circostanze di fatto ricorrenti nel caso di specie per rispondere al quesito, ritiene fondamentale l’elemento selettivo alla base del’accesso alle stesse foto, ovvero il fatto che le stesse fossero accessibili solo a chi conosceva il nickname del dipendente, e, nei casi delle foto in atteggiamenti intimi, addirittura previa autorizzazione dell’interessato, che doveva fornire una password per la visione. Non essendo riconoscibili in alcun modo lo status di poliziotto (non erano pubblicati nè il nome nè i dati personali) ma essendo le fotografie accessibili solo da chi conosceva il nome fittizio, il giudice amministrativo ha ritenuto che tali fotografie non integrassero una forma di comunicazione in “luogo aperto al pubblico”. Le immagini quindi, se visibili solo da alcune persone, debbono ritenersi riservate, come tali idonee a preservare il ruolo professionale del proprietario delle stesse immagini e ad escludere la possibile lesione del corpo di appartenenza, nell’ottica del bilanciamento tra libertà di espressione e della vita privata e interesse pubblico. Rilevante, per la magistratura amministrativa, e a suffragio di quanto sostenuto, anche il limitato numero di accesso al sito, elemento documentato agli atti.

2) Palesare con travestimenti il proprio orientamento sessuale (leggasi inclinazione omosessuale) può essere offensivo per il decoro l’amministrazione ed esporre a ricattabilità l’appellante? Riguardo a questo secondo punto, è estremamente interessante l’orientamento suggerito dal Consiglio di Stato, che preliminarmente esclude il connotato della ricattabilità del dipendente per la mancata diffusione pubblica delle fotografie. Il Consiglio, premettendo che il concetto di decoro (come quello di buon costume, si ritiene di aggiungere) appartiene alla morale, e con essa varia nel tempo e nello spazio, e deve essere letto in un determinato contesto storico sociale. Il giudice amministrativo giunge a riconoscere, alla luce della Costituzione italiana (artt. 2 e 3) e della Convenzione europea diritti dell’uomo (art. 10) la vita sessuale come meritoevole di tutela piena.  “Sicchè” queste le parole utilizzate, infine “per il diritto vivente, il travestimento in abiti femminili non può quindi qualificarsi in sè indecoroso se l’atteggiamento assunto non consiste in pose sconvenienti o contrastanti col comune senso del pudore, del rispetto dela propria o altrui persona“. Per il collegio “ciò vale anche se trattasi di agente di pubblica sicurezza, che agisce nella sfera della sua vita privata, senza riconoscibilità del suo status e senza alcun riferimento al’amministrazione di appartenenza“.

Un’evoluzione importante nel concetto di decoro e di morale, in un ambito delicato come quello dell’Amministrazione pubblica e di quella di Pubblica Sicurezza, in particolare. Una delle prime interpretazioni giurisprudenziali a proposito del rapporto tra dipendenti pubblici e  social network, che certamente non rimarrà isolata.

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