Dipendenti pubblici. L’ultima discriminazione.

L’art. 4 comma 24 legge 92/2012 è stata una delle riforme avviate dalla gestione Fornero, inserita nella più ampia e discussa riforma del lavoro, accolte con maggior favore.

La norma dispone, in poche parole, che il padre lavoratore ha diritto ad un giorno di congedo obbligatorio (retribuito) per la nascita del figlio, e a due giorni facoltativi (da scalarsi dal rispettivo congedo obbligatorio della madre) e che inoltre la madre lavoratrice può fruire di un contributo dell’INPS, o di voucher, per retribuire le strutture, o i privati, che si occupino dei figli qualora le stesse decidano di convertire il congedo parentale con tali misure.

Si riporta di sotto la norma in questione, suffragata dalla conforme DM pubblicato pochi giorni fa sulla Gazzetta Ufficiale.

 24. Al fine di sostenere la genitorialita’, promuovendo una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, in via sperimentale per gli anni 2013-2015:
a) il padre lavoratore dipendente, entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, ha l’obbligo di astenersi dal lavoro per un periodo di un giorno. Entro il medesimo periodo, il padre lavoratore dipendente puo’ astenersi per un ulteriore periodo di due giorni, anche continuativi, previo accordo con la madre e in sua sostituzione in relazione al periodo di astensione obbligatoria spettante a quest’ultima. In tale ultima ipotesi, per il periodo di due giorni goduto in sostituzione della madre e’ riconosciuta un’indennita’ giornaliera a carico dell’INPS pari al 100 per cento della retribuzione e per il restante giorno in aggiunta all’obbligo di astensione della madre e’ riconosciuta un’indennita’ pari al 100 per cento della retribuzione. Il padre lavoratore e’ tenuto a fornire preventiva comunicazione in forma scritta al datore di lavoro dei giorni prescelti per astenersi dal lavoro almeno quindici giorni prima dei medesimi. All’onere derivante dalla presente lettera, valutato in 78 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013, 2014 e 2015, si provvede, quanto a 65 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013, 2014 e 2015, mediante corrispondente riduzione dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 24, comma 27, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, e, quanto a 13 milioni di euro per ciascuno degli anni 2013-2015, ai sensi del comma 69 del presente articolo;

Una normativa chiaramente, inequivocabilmente diretta ai lavoratori dipendenti, senza alcuna differenziazione, non contenuta nella legge di riforma né nel decreto attuativo richiamato.

Ebbene, oggi interviene l’ineffabile parere del Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, questo, che chiarisce come la normativa non sia applicabile ai dipendenti pubblici.
La motivazione espressa nel parere si riferisce, come cause di esclusione dell’applicabilità, a due commi della medesima legge 92, art. 1 che si riportano di seguito:
7. Le disposizioni della presente legge, per quanto da esse non espressamente previsto, costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, in coerenza con quanto disposto dall’articolo 2, comma 2, del medesimo decreto legislativo. Restano ferme le previsioni di cui all’articolo 3 del medesimo decreto legislativo.
8. Al fine dell’applicazione del comma 7 il Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche, individua e definisce, anche mediante iniziative normative, gli ambiti, le modalita’ e i tempi di armonizzazione della disciplina relativa ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche.

In base al parere citato, non essendo intervenuta alcuna misura applicativa da parte del Ministero per la pubblica amministrazione, si applicherebbe la ben nota (un tempo vietata) reformatio in pejus, per cui la normativa non spiegherebbe i suoi effetti nei confronti dei dipendenti pubblici.

A prescindere dalla ovvia constatazione di un trattamento ormai palesemente discriminatorio, e ancora di dubbia costituzionalità, nei confronti dei dipendenti pubblici, di una completa e palese violazione del principio della contrattualizzazione (privatizzazione) del pubblico impiego, che ha bisogno di continue normative specialistiche per poter atteggiarsi come quello privato, viene da notare che:
– il comma 7 dell’art. 1 si riferisce all’intera legge 92, estremamente articolata e variegata, contenente quella riforma del lavoro di cui si è discusso e si discute per la poderosa e complicata mole di disposizioni;
– il medesimo comma dispone che esso costituisca principio generale per i lavoratori pubblici “per quanto non espressamente previsto”. Nel caso di specie, le nuove norme sulla genitorialità sono tra le più chiare degli ultimi anni, suffragate peraltro da un decreto ministeriale applicativo con allegata relazione illustrativa;
– comunque, anche quando si trattasse di una normativa ancora oscura, l’intervento del Ministero è previsto come obbligatorio (non eventuale), e sarebbe diretto all’armonizzazione della disciplina, non alla sua applicazione.

Infine, una precisazione che in realtà si reitera. Come su queste pagine più volte sostenuto a proposito delle variegate interpretazioni ministeriali anche contrastanti con la normativa ordinaria (vedi il caso emblematico del divieto della monetizzazione delle ferie), si ribadisce che un parere ministeriale non può sostuirsi alla norma di legge.
Se la portata della stessa è inequivoca, la stessa va applicata fedelmente; il parere ministeriale non ha forza di legge.
In questo caso, si ritiene inequivoca la portata normativa, e applicabile la stessa ai lavoratori dipendenti tutti.

Nel frattempo, a fronte di questi continui reiterati attacchi ala dignità di una intera classe lavoratrice (verrebbe da dire anche ai loro figli e al sacrosanto diritto alla genitorialità), nessun programma elettorale osa esporsi con una parola, anche solo sulla riforma del lavoro pubblico in generale.
Si attendono nel frattempo reazioni sindacali di una qualche effettiva portata su questa ennesimo trattamento di sfavore nei confronti dei dipendenti pubblici.

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