Divieto monetizzazione ferie: legislatore e Cassazione su due binari paralleli

A un anno di distanza del famigerato decreto sulla revisione della spesa, il divieto della monetizzazione delle ferie previsto dall’art. 5 comma 8 ha prodotto i suoi effetti “complicati” (si apprezzi l’eufemismo), comprensivi di feroci polemiche, contenziosi minacciati e attivati (specie nel caso, delicatissimo, dei precari della scuola, obbligati da molti dirigenti scolastici a fruire delle ferie neli giorni di sospensione delle lezioni), pareri di funzionari ministeriali spesso citati come fossero, in spregio ai principi base della gerarchia delle fonti, parificati alla legge.

Avevamo avuto modo di analizzare alcune sentenze, in questa categoria, generalmente favorevoli, in termini anche inequivocabili, alla fruizione delle ferie residue qualora non fruite per motivi indipendenti dal lavoratore.

Ancora, è intervenuta di recente, nuovamente, la Corte di Cassazione, con la sentenza del 4 luglio n. 16735: a proposito di un dipendente ENEA (ente pubblico, stante la classificazione Istat che sul punto è parametro inequivocabile della “pubblicità” delle strutture e della conseguente applicabilità della normativa generale sul pubblico impiego) cui era stata contestata dal datore di lavoro la corresponsione dell’indennità sostitutiva delle ferie in quanto dallo stesso non espressamente richieste, la Corte di Cassazione si spinge oltre l’ordinaria interpretazione, fino a giustificare la corresponsione anche se la mancata fruizione non sia imputabile al datore di lavoro.

La sentenza testualmente riporta “…E’ principio consolidato di questa Corte che, in relazione al carattere irrinunciabile del diritto alle ferie, garantito dall’art. 36 Cost. e dall’art. 7 della direttiva 2003/88/CE (v. sentenza 20 gennaio 2009 nei procedimenti riuniti C-350/06 e C-520/06 della Corte di Giustizia dell’Unione Europea), ove in concreto le ferie non siano effettivamente fruite, anche senza responsabilità del datore di lavoro, spetta al lavoratore la relativa indennità sostitutiva, la cui funzione è quella di compensare il danno costituito dalla perdita del bene (il riposo con recupero delle energie psicofisiche, la possibilità di meglio dedicarsi a relazioni familiari e sociali, l’opportunità di svolgere attività ricreative e simili) al cui soddisfacimento l’istituto delle ferie è destinato (Cass. 9 luglio 2012 n. 11462; Cass. 25 settembre 2004 n. 19303; Cass. 19 maggio 2003 n. 7863)”.

La sentenza si riferisce ad un periodo previgente l’entrata in vigore del divieto di monetizzazione, ed ha valore di interpretazione giurisprudenziale (non parificabile alla legge, sia pur se proveniente dalla Corte di Cassazione che ha sul punto valore “nomofilattico”).

Tuttavia, esemplifica ancora una volta la distanza tra il legislatore e la massima giurisprudenza, che sul punto, richiamando la Costituzione e i principi comunitari, sbugiarda e contraddice una normativa ancora non modificata (nè più di tanto contestata in sede sindacale) di sicuro e incostituzionale effetto negativo nei confronti dei lavoratori.

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