Duel

Il quotidiano il Corriere continua con l’inossidabile madre di tutte la battaglie (meglio, delle magagne, termine più congruente con l’attitudine al rischio italico), ovvero l’analisi critica del pubblico impiego.
Condotta con ogni mezzo, con titoli appropriati (mirabile a questo proposito quello intitolato “La Cassa degli Statali manda in rosso l’INPS”, che riusciva a ventilare una responsabilità dei travet anche nel caso di mancato versamento di contributi a loro danno) e consueta apertura ai commenti della pancia più livorosa dei lettori, oggi ritorna con un articolo di Sergio Rizzo, ove vengono analizzate le eccedenze di personale delle Regioni, con numeri da capogiro.
Si parla di esuberi clamorosi: la regione Molise, per dire, dovrebbe “perdere” (accurata la scelta del termine) 680 dipendenti su 902; la Campania conterebbe addirittura 4.746 impiegati di troppo, l’Umbria il 54,8 per cento di personale in eccesso.
Numeri allarmanti nei differenziali che fotografano l’eccesso di personale, socialmente preoccupanti se si riflette sulle conseguenze che i licenziamenti velatamente ventilati, in tempi di revisione della spesa, possono determinare nelle già fiaccate famiglie dei singoli dipendenti.
Numeri che, considerate le difficoltà che sta incontrando il Ministero per la Pubblica Amministrazione e la semplificazione per la rilevazione degli esuberi tesa alla riduzione di personale determinata dal decreto spending review, colpiscono per la precisione e l’accuratezza, tanto da supporre che la fonte, ripresa appunto da Sergio Rizzo del Corriere, sia istituzionalmente autorevole, tecnicamente inattaccabile, politicamente e socialmente al di sopra delle parti.
Ebbene, la depositaria del verbo è l’Ufficio Studi di Confartigianato.
Chiunque scriva o si occupi di diritto, in un momento di schizofrenica produzione legislativa e complicato affastellarsi di norme, è alla continua ricerca di spunti interessanti e fonti autorevoli.
Nella modestia di funzionario pubblico quotidianamente richiamato alla miseria del proprio ruolo, chi scrive ha sempre ritenuto di doversi approcciare con rispetto ed umiltà negli ambiti sconosciuti: quando ci si rivolge all’artigiano ciabattino per risuolare una scarpa, per dire, lo si fa nell’assoluta ignoranza della strumentazione necessaria, così come quando si va dall’artigiano corniciaio non ci si permette di disquisire di materiali opportuni o di idoneità di colle e chiodini, ma al massimo si valuta prezzo e resa del prodotto.
Non si può che rimanere colpiti, quindi, dalla precisione dei dati dell’Ufficio Studi della Confartigianato.
Ufficio studi della cui composizione non si riescono a trovare notizie sul web: il sito istituzionale della stessa associazione di artigiani infatti, riporta un link alla pagine “Ricerche e studi”, la quale segnala una serie di contributi nella stragrande maggioranza dei casi riservati (dunque non accessibili ai non associati).
Della identità dei componenti, dei curricula degli stessi, degli studi prodotti (in gran parte occultati), non è dato sapere.
Deve saperlo anche l’autore dell’articolo, che infatti, nel pezzo richiamato, abbonda di condizionali per commentare i dati. “Ci sarebbero 24mila esuberi di personale”, dice. “Ogni cittadino italiano potrebbe risparmiare 41 euro l’anno di tasse”, commenta, ad esempio.
Un esercizio su cui ognuno potrebbe esercitarsi per commentare una notizia.
Potremmo, che so, divertirci a ritenere che gli artigiani, i piccoli imprenditori in generale sembrerebbe non rilascino proprio sempre la ricevuta fiscale, e quindi parrebbe, sempre che la notizia fosse vera, che l’evasione fiscale si annidi nelle maglie della categoria lavoratori autonomi, tra i principali responsabili della contrazione dei servizi e dell’aumento delle tasse (per chi le paga).
Come potrebbe essere, sempre qualora corrispondesse al vero, che le associazioni di categoria degli artigiani e dei piccoli imprenditori, come dei grandi, possano avere qualche interesse nel “parlar male” dei lavoratori pubblici e dei pubblici servizi, in generale, poiché potrebbe essere che la privatizzazione degli stessi potrebbe ben ingenerare appetiti privati, che ambirebbero, può darsi, si suppone, a guadagnarci qualcosina.
Correremmo il rischio di dire inesattezze, e queste appena ipotizzate lo sono.
Da noioso funzionario pubblico, molto meno titolato, ricco e famoso di Sergio Rizzo, preferisco commentare norme e sentenze, e citare fonti di cui conosco identità e fondatezza.
Con l’accortezza di usare, il più possibile, l’indicativo e il presente.

Un pensiero su “Duel

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