Il danno erariale. Oltre la definizione.

Quando è appena scaduto il termine per pagare il canone Rai, anche con ritardo e la multa come ci ricorda il relativo sito web, a Roma si sta svolgendo (dura fino al 30 marzo) una bellissima, suggestiva, direi romantica mostra al Vittoriano, che vi consiglio.

Concomitante, parla della RAI, di danno erariale, di spesa pubblica e, se vogliamo, di tutta l’amarezza dei nostri giorni, la sentenza della Corte dei Conti n. 55 del 17 gennaio 2014.

Pronuncia interessante, perché ripercorre vicende che fanno riflettere, anche se esita “solo” in due condanne, e rivolge apprezzamenti (nel senso eufemistico del termine) nei confronti di gestione del denaro pubblico dannosa per l’erario talora molto duri, talora sarcastici, talora sprezzanti.

La sentenza ripercorre diverse vicende relative ai vertici direttivi della S.P.A. RAI (come vedremo considerata tuttavia pienamente come struttura pubblica) iniziando dalla corresponsione al dott. Cappon di varie somme “non dovute” pari a 132.722,35 euro (CENTROTRENTADUEMILASETTECENTOVENTIDUE,TRENTACINQUE), 36.024,64 (TRENTASEIMILA24,SESSANTAQUATTRO), infine 960.000,00 (NOVECENTOSESSANTAMILA euro) a titolo di transazione.

Dopo aver accennato all’oltre UN MILIONE DI EURO erogati non a titolo stipendiale ma per altre ragioni (quali transazioni), poiché oggetto di altre vicende ed esiti processuali, la sentenza analizza due ipotesi di danno erariale, e si conclude con una condanna nei confronti di Flavio Cattaneo di 150.000 euro, e nei confronti di Alfredo Meocci per 130.000 euro.

Preliminarmente, la Corte osserva e sottolinea una generale ricorrenza di condotte, da parte di una Società che gestisce denaro pubblico, la RAI appunto, estremamente criticabili; citando le parole del giudice contabile “il Collegio non può non rilevare come le fattispecie di danno erariale sottoposte al proprio giudizio non siano nuove (cfr., sentenze Sez. Lazio nn. 22/12, 326/11 e 2379/10) ma si ripropongono puntualmente in occasione, in particolare, della cessazione del rapporto di lavoro di alti dirigenti della Rai s.p.a., e segnatamente del Direttore Generale, per la determinazione di emolumenti che si assumono collegati agli obblighi contrattuali siglati fra le parti o all’opportunità del loro riconoscimento al fine di risolvere transattivamente vertenze che, oltre a trascinarsi nel tempo, produrrebbero un maggior esborso per l’Azienda: il tutto corroborato da un parere legale che, per la sua riferita delicatezza e specifica difficoltà, viene conferito all’esterno perché, evidentemente, l’Ufficio Legale interno non è in grado di offrire sufficiente affidabilità.Questo modo di procedere degli amministratori della Rai non è soltanto un cattivo esempio di non corretta gestione ma della diffusa abitudine di attribuire benefici economici nel pieno disprezzo delle regole e dell’uso del denaro pubblico. Le giustificazioni di tale favor sono diventate una costante: a) durante il rapporto contrattuale o in prossimità della sua scadenza naturale, come “premio” per il raggiungimento di particolari risultati di bilancio o di prestigio per l’Azienda; b) dopo la cessazione del rapporto, come necessità di preservare la Rai siglando con il “dirigente uscente” un patto di non concorrenza e/o di segretezza. Di fronte a questi episodi di perniciosa leggerezza gestionale gli amministratori che volessero seriamente evitarne la disinvolta ripetizione dovrebbero assumere le opportune iniziative per stabilire regole contrattuali resistenti a qualunque tipo di rivendicazione economica e non lasciare volutamente scoperti alcuni aspetti giuridici proprio per avere la giustificazione di dover risolvere transattivamente l’eventuale vertenza con un ulteriore esborso economico a carico dell’Azienda. Esempio emblematico di questo modus procedendi si rinviene in particolare nella fattispecie di danno che la Procura ricollega all’erogazione della somma di 130.000,00 all’ex Direttore Generale Arch. Flavio Cattaneo, che nel merito specifico sarà affrontata nel prosieguo. Se la apparente finalità è stata, nella specie, quella di assicurare alla Rai l’obbligo di segretezza di una figura di primario livello uscita dalla compagine aziendale non si comprende perché, anche per mezzo dell’ineffabile Ufficio legale e con l’approvazione del Consiglio di Amministrazione (e dell’azionista), non si sia ancora arrivati a confezionare un contratto-tipo per tutti i dirigenti, ed in particolare per il Direttore Generale, che fra le clausole preveda (insieme a quello del divieto di concorrenza) l’obbligo di segretezza”.

Per la prima fattispecie, la condanna deriva dall’aver corrisposto l’ex direttore generale Cattaneo ad altro ex direttore generale Saccà, al momento della cessazione del mandato, una gratifica straordinaria di 150.000 euro (CENTOCINQUANTAMILAEURO), resa, riporta la sentenza le parole dell’erogante “al fine di indorargli la pillola” per il cambiamento di mansione. Un comportamento “indecoroso”, per usare le parole della Corte,  e poiché “il dott. Agostino Saccà, alla scadenza del proprio mandato di Direttore Generale, chiede più soldi per rimanere in Azienda (peraltro mantenendo lo stesso stipendio), gli viene riconosciuta una ”gratifica straordinaria” per “indoralgli la pillola”. E per evitare che fosse il Consiglio di Amministrazione a valutarne l’attribuibilità in relazione alle funzioni di Direttore Generale (i cui risultati gestionali aveva già valutato con esito non pienamente positivo: cfr., nota a firma del Direttore Risorse Umane, Avv. Comanducci, del 03.07.2003, all. n. 34), viene “formalmente” adottata dal Direttore Generale in carica (appunto il Cattaneo) come premio per la stagione televisiva settembre-dicembre 2003: cioè attraverso una violazione palese di competenze decisionali e regole di corretta amministrazione. Ma l’escamotage nemmeno riesce bene perché, contrariamente a quanto affermato dal Cattaneo, la gratifica straordinaria non viene “formalmente” giustificata per la realizzazione di alcune fiction per la stagione settembre-dicembre 2003 (attività che, fra l’altro, rientrava nelle normali funzioni per le quali il Saccà era stato trattenuto in Rai) ma…per i risultati economico-finanziari relativi al bilancio dell’esercizio 2002 e, quindi, anche in violazione delle competenze del Consiglio di Amministrazione. C’è da aggiungere che per i risultati della gestione 2002 al Saccà era stato già liquidato un compenso di 82.632,00 a titolo di parte variabile della retribuzione correlata al raggiungimento degli obiettivi per l’anno 2002″.

Per meglio definire il danno erariale, anche considerata una certa insindacabilità nel giudicare le scelte discrezionali, la Corte ricorre ad alcuni principi fondanti l’azione amministrativa che dobbono informare ogni azione gestionale di denaro pubblico, per cui “la decisione del Cattaneo di erogare all’ex Direttore Generale dott. Saccà la gratifica straordinaria si pone in contrasto con i più elementari principi di razionalità, economicità e di corretto esercizio di funzioni istituzionali“.

Per quanto riguarda la seconda fattispecie, essa riguarda il riconoscimento della somma di euro 130.000 (CENTROTRENTAMILA) a favore dell’arch. Flavio Cattaneo al momento della cessazione della carica, come corrispettivo derivante dalla sottoscrizione dello stesso del patto di non segretezza. Per giustificare l’esborso, la difesa del dott. Meocci, poi condannato per aver disposto l’erogazione, ricorre a formule che riportano indietro nel tempo e nello spazio, indicando come giustificativa della sommetta “la conoscenza (da parte di aziende concorrenti) di “pettegolezzi” su rapporti interprersonali tra celebrità dello spettacolo in forza alla RAI“. A fronte di tale ineccepibile giustificazione, la Corte osserva come “E’ difficile non solo commentare ma credere ad una simile pretestuosa motivazione che, da un lato, mostra tutta la sua inconsistenza giuridica, in quanto è stato regolato pattiziamente, e con onere a carico della Rai, un obbligo comportamentale imposto da normativa primaria e dunque insito nel rapporto di lavoro (art. 326 c.p., correttamente richiamato dalla Procura), con la conseguente irrazionalità della scelta economica e, dall’altro, il carattere penalizzante della pattuizione per lo stesso Cattaneo considerata la assoluta affidabilità del suo curriculum professionale.

Quelle riportate sono le parole testuali della Corte dei Conti, disponibili al link riportato, che bastano da sole a descrivere la vicenda. Che parla di centinaia di migliaia di euro, di pettegolezzi, di transazioni, di pillole da indorare, di comportamenti reiterati nel tempo, mentre stipendiati a 1.200 euro a gennaio fanno i loro miseri conti per mettere via quei cento euro e più di canone Rai. E cercano di evitare telecamere e microfoni, all’uscita dal lavoro, che smascherino un vergognoso caffè di zeronovanta centesimi, in orario di ufficio.

A volte le parole non servono e non costano, basta andarsele a cercare, chi le dice per te.

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