Il decreto del Fare blocca le incompatibilità e la Civit

I decreti attuativi della legge 190/2012 (anticorruzione), in particolare il decreto trasparenza (33/2013) e il decreto sulle inconferibilità/incompatibilità (39/2013), a poche settimane dalla entrata in vigore sono stati già soggetti a modifiche, quando ancora fervevano (e fervono) fondati dubbi interpretativi sulla concreta applicabilità.

Fino ad oggi, in applicazione dei poteri conferiti dalla legge 190, la CIVIT, quale Autorità nazionale Anticorruzione, ha emanato numerosi pareri interpretativi sul tenore delle disposizioni, a favore di svariate richieste di diversi enti.

Le intepretazioni suddette potevano dar luogo a fondati dubbi di legittimità relativamente alla gerarchia delle fonti del diritto, dubbi del resto già da tempo sollevati dalla deprecabile abitudine di interpretare norme di legge (a volte contro l’espresso dettato normativo) da parte di funzionari ministeriali che si sostituiscono, di fatto, all’interpretazione autentica di spettanza del solo legislatore.

Tuttavia, le deliberazioni della CIVIT erano state, soprattutto a riguardo dell’interpretazione della legge 190, abbastanza conformi al dettato normativo, di suo piuttosto rigido e comunque di consistente difficoltà interpretativa (oltre che di difficile lettura). 

La deliberazione n. 46/2013 è intervenuta in tempi assai recenti (26 giugno), a proposito della immediata operatività delle norme sulle incompatibilità, ovvero se le stesse dovessero applicarsi anche agli incarichi già affidati oppure trovasse applicazione agli incarichi conferiti successivamente all’entrata in vigore del decreto.

La Commissione ha ritenuto che, riferendosi le norme ad incarichi di durata, non contrasta con i principi di successione delle leggi nel tempo la disposizione per cui anche agli incarichi in corso si applicherebbe il regime delle incompatibilità, obbligando l’interessato ad una scelta. Nel giungere a tale interpretazione, la Civit richiama proprio la legge 190, che avrebbe dovuto prevedere espressamente (come non ha fatto) un differimento di efficacia delle norme sulle incompatibilità, e che inoltre in molti punti (es. art. 9, art. 12) fa riferimento ad incompatibilità sopravvenute nel corso dell’incarico, ammettendo espressamente l’ipotesi di incompatibilità sopravvenuta.

Come del resto fa nell’art. 15, per cui il Responsabile anticorruzione può contestare ipotesi di incompatibilità sopravvenuta (dunque, in corso di incarico).

Una interpretazione pacifica quindi quella della CIVIT, conforme al testo normativo.

Interpretazione però sbugiardata in sede di conversione del c.d. “Decreto del fare”, dove si introduce ex novo una norma riferita al decreto 39 che non solo smentisce completamente le indicazioni precise della Civit, ma le stesse ipotesi disciplinate chiaramente dalla legge anticorruzione, allargando, di fatto in maniera evidente, le maglie del regime delle incompatibilità.

Ecco infatti cosa dispone l’art. 29 ter del testo ancora ufficioso e pubblicato sul sito Leggioggi:

(Disposizioni transitorie in materia di incompatibilità di cui al decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39)  1. In sede di prima applicazione, con riguardo ai casi previsti dalle disposizioni di cui ai capi V e VI del decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39, gli incarichi conferiti e i contratti stipulati prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo in conformità alla normativa vigente prima della stessa data, non hanno effetto come causa di incompatibilità fino alla scadenza già stabilita per i medesimi incarichi e contratti ».

Tutte le disposizioni sulle incompatibilità quindi, comprese quelle riguardanti gli esponenti politici oggi incaricati di uffici passibili di incompatibilità, si applicano solo per il futuro, ovvero per gli incarichi assunti dopo l’entrata in vigore del decreto (4 maggio 2013).

Questa disposizione, passata sotto un generalizzato silenzio ferragostano, riduce di molto l’impatto della normativa anticorruzione, e, letta, insieme agli artt. 54 bis e ter (che ridimensionano in maniera tranciante il ruolo della Civit, e che hannno dato luogo al risentimento, espresso pubblicamente, dello stesso istituto), ridimensiona (è un eufemismo) il ruolo dell’Autorità Anticorruzione.

Ci si permette di sottolineare (chiaramente a titolo personale) che non è il ridimensionamento della Civit che preoccupa (la sostituzione del legislatore operata negli ultimi anni da parte di pareri, direttive, circolari di organismi a ciò nemmeno deputati dal sistema delle fonti è abitudine più volte ritenuta preoccupante) quanto la limitazione netta della portata della legge anticorruzione.

Una elasticità che non riguarda mai i lavoratori di retroguardia, sottoposti ad un regime di controlli, quindi di certosini e spesso farraginosi adempimenti, in un sistema di aumento di burocrazia, minacce di sanzioni (insieme all’ormai ordinario blocco contrattuale) e sfiducia generalizzata nei confronti di chi lavora per lo Stato.

Un beneficio diretto esclusivamente agli incarichi di vertice e agli organi politici, gli stessi che siedono sugli scranni istituzionali di oggi e che, da quegli scranni, decidono di non applicare su se stessi gli obblighi sulle incompatibilità: un sottosegretario amministratore di ente pubblico con incarico precedente al 4 maggio, quindi, potrà continuare ad esercitare ambedue le funzioni.

Attendiamo il testo ufficiale del decreto “del fare”, per darne maggiore contezza, e chiarimenti che definiscano il ruolo della CIVIT, soprattutto in ordine ai nuimerosoi pareri fino ad oggi resi.

Non attendiamo invece gli approfondimenti degli organi di stampa, solerti nell’attacco ai lavoratori, silenti nei confronti dei Governi di larghe intese.

 

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