Incompatibilità, part-time e attività consentite: dal PNA qualche interpretazione interessante

Con la deliberazione n. 72 dell’11 settembre la CIVIT ha approvato il Piano anticorruzione. Un lavoro complesso e dettagliato, comprensivo di numerosi e analitici Allegati e Tabelle.

Il Piano e gli allegati intervengono su diverse materie, essendo le stesse state trattate anticipatamente sia dalla legge anticorruzione che dai provvedimenti attuativi, su tutti il Decreto “Trasparenza” (D. Lgs. 33/2013), il Decreto sulle incompatibilità/inconferibilità (D. Lgs. 39/2913) e il nuovo Codice di comportamento dei dipendenti pubblici (DPR 62/2013).

I nuovi documenti contengono anche interessanti approfondimenti in tema di incompatibilità.

I criteri generali preventivi

L’allegato 1 ribadisce quanto prescritto dal comma 5 dell’art. 53 del TU 165/2001 (disposizione cardine in tema di incompatibilità), e cioè che le pubbliche amministrazioni debbono stabilire autonomamente i criteri generali per governare la complicata materia delle incompatibilità, criteri che debbono poi essere seguiti pedissequamente nell’istruttoria (con esiti positivi o negativi) delle autorizzazioni. Il testo del comma 5 (modificato dalla legge 190) recita: “in ogni caso, il conferimento operato direttamente dall’amministrazione, nonché l’autorizzazione all’esercizio di incarichi che provengano da amministrazione pubblica diversa da quella di appartenenza, ovvero da società o persone fisiche, che svolgono attività di impresa o commerciale, sono disposti dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano conto della specifica professionalità, tali da escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell’interesse del buon andamento della pubblica amministrazione o situazioni di conflitto, anche potenziale, di interessi, che pregiudichino l’esercizio imparziale delle funzioni attribuite al dipendente”.

Predeterminare i criteri è obbligo delle singole aministrazioni, e, purché svolto nel rigoroso riseptto delle disposzioni normative, può agevolare e conferrie uniformità nel momento delle decisioni da assumere; la vasta giurisprudenza in materia può aiutare molto nella redazione dei criteri, anche esemplificando le svariate casistiche.

Come indicato dalla pag. 40 del PNA, l’adozione dei criteri generali è cosa diversa ed autonoma rispetto ai singoli decreti ministeriali sulle incompatibilità.

Le autorizzazioni in caso di part time

Quanto disposto dall’articolo 5 fa desumere che l’autorizzazione debba essere richiesta anche in caso di part time. La precisazione è utile perché il comma 6 del medesimo art. 53 esclude dalla applicabilità delle successive norme (quelle relative alle autorizzazioni) una serie di attività specifche, ed anche l’impiego prestato al di sotto del 50%.

Ebbene  la CIVIT, rispetto alle ipotesi di attività compatibili, espressamente rammenta quelle elencate dal comma 6, punti da a) a fbis) come attività già a priori considerate compatibili dal legislatore, ma non ricomprende tra queste il part time, anzi, a proposito di questo, a pag. 48 ricorda alle singole amministrazioni (ai sensi del comma 58bis dell’art. 1 della legge 662/1996) che dovranno intervenire decreti ministeriali per indicare le attività incompatibili con il lavoro pubblico anche per i dipendenti in regime di part time. Questo depone ad ulteriore conferma che il conflitto di interesse è canone operante per tutti, anche per i lavoratori part time; dunque è evidente che deve essere il datore di lavoro a verificare il conflitto, e lo può fare solo in sede di autorizzazione.

Anche la giurisprudenza, lo ricordiamo (Consiglio di stato sent. 6586/2012), ha ritenuto soggetta ad autorizzazione e valutabile negativamente in sede di conflitto di interesse l’attività esterna svolta da un dipendente in regime di part time.

Le autorizzazioni e le comunicazioni nel caso delle attività consentite

Nel trattare dell’istruttoria circa il rilascio delle autorizzazioni per le seconde attività, la CIVIT opera una certa apertura in tema di incompatibilità, invitando a porre estrema attenzione nella materia tenendo conto che   “talvolta lo svolgimento di incarichi extra-istituzionali costituisce per il dipendente un’opportunità, in special modo se dirigente, di arricchimento professionale utile a determinare una positiva ricaduta nell’attività istituzionale ordinaria, ne consegue che, al di là della formazione di una black list di attività precluse” (ricordiamo, da inserire nella predisposzione dei criteri generali di cui sopra) “la possibilità di svolgere incarichi va attentamente valutata anche in ragione dei criteri di crescita professionale, culturale e scientifica nonché di valorizzazione di un’opportunità personale che potrebbe avere ricadute positive sullo svolgimento delle funzioni istituzionali ordinarie da parte del dipendente”.

Viene riconosciuto quindi, forse per la prima volta, un principio di favore verso il dipendente che tenta di accrescere la propria professionalità, muovendosi dal rigido e vetusto concetto di fedeltà alla Nazione a favore di un più professionale approccio di apertura ed elasticità.

Nell’Allegato 1, inoltre, la CIVIT ricorda che i casi di esclusione dal regime di autorizzazione, elencati dall’art. 53 comma 6 lettere da a) a fbis), non sono soggetti né ad autorizzazione né a comunicazione poiché sono già valutati come compatibili dal legislatore.

Per quanto riguarda il solo obbligo di comunicazione, tuttavia, dobbiamo ricordare che c’è un obbligo di riguardante tutti gli incarichi retribuiti, anche quelli “consentiti”, contenuto nell’art. 6 del Codice di comportamento; riteniamo che tale obbligo di comunicazione non sia stato superato e sia effettivamente in vigore anche per le attività consentite.

La CIVIT chiarisce che debbono essere comunicati anche gli incarichi gratuiti, ma solo se connessi all’attività istituzionale: una novità interessante, per cui gli incarichi gratuiti svolti al di fuori dell’orario di lavoro e del tutto eterogenei alla propria funzione, si chiarisce, non debbono essere comunicati.

Questa nota interpretativa alimenta i dubbi, sempre presenti, in tema di incompatibilità: proprio pochi mesi fa la Cassazione (n. 20857 del 26 novembre 2012) confermò il licenziamento di una dipendente regionale che svolgeva attività di commessa, nel negozio di famiglia, in maniera del tutto gratuita. Una ipotesi che per la CIVIT si sarebbe definita probabilmente legittima.

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