La burocrazia degli ignoranti

I risultati delle urne e l’affacciarsi di una nuova classe politica, rappresentata da quella che un tempo si sarebbe chiamata società civile e oggi si autoappella i cittadini uno per uno (entrambe la categorie ricomprendono un po’ tutti, alla fin fine), ripropone, cambiate le facce, un punto in comune con il “nuovo” incarnato da Berlusconi nei primi anni ’90.

L’elogio del fare sul ragionamento (leggasi maliziosamente inciucio) delle professioni sull’arte della politica, del farsi da sè piuttosto che coi soldi dei cittadini. Complici le campagne orchestrate a senso unico contro la casta, ricomprendente senza distinzioni di sorta il politicante ricco e l’infermiere povero, oggi come allora si assiste alla demonizzazione dello Stato apparato, della burocrazia mangia imprese, dell’impersonificazione di servizi carenti con l’incapacità dei singoli. Con il risultato che, ancora oggi come ieri, dell’ignoranza sul funzionamento della macchina amministrativa, sul numero dei parlamentari, sulle basilari regole costituzionali sul funzionamento del Governo, ci si fa quasi un vanto, che si è “cittadini”, gente che lavora, e non interessa.

E non è un caso, forse, che nei programmi elettorali di tutti pochissime parole si siano spese sulla pubblica amministrazione, sul pubblico impiego (ovvero sullo Stato) e che la rappresentanza di chi nello Stato lavora quotidianamente, sia, anche nella nuovissima classe politica così come a qualsiasi livello di commento, così spaventosamente esigua.

Anni, ahimè decenni di esperienza nel pubblico impiego hanno per me comportato e ancora comportano la constatazione che la pratica e la scienza amministrativa, la conoscenza del diritto constino per moltissimi in poco più di qualche squallida operazione materiale, come inviare un fax, scrivere una letterina di sollecito, liquidare qualche soldo a chi ne ha diritto.

Molti impiegati pure pubblici con professionalità specifiche o tecniche, dall’assistente sociale all’ingegnere, per constatazione empirica spesso rifuggono dalle regole amministrative, dal diritto in senso lato prima ancora che specifico, come fossero regole noiose, di intralcio e appesantimento, comunque di svilimento per la propria professione. E invece, cosi’ come il diritto deriva dallo ius, e lo ius proviene dallo iungere perché armonizza gli interessi, compone le asperità e i diversi modi di pensare in una regola comune, così fare le cose secondo legge è importante, e ancora prima fare le leggi per bene è importante, ed è fondamentale studiarle, saperle scrivere, saperle armonizzare col tessuto normativo, prevedere le conseguenze, essere capaci di comunicarle e vedere l’effetto che fa.

Lo abbiamo visto su queste pagine molte volte cosa significa non capire tutto questo, ad esempio in tema di monetizzazione delle ferie. Una pessima legge, scritta male, intepretata da funzionari ministeriali in modo difforme, ancora analizzata dalla giuriprudenza sotto altri punti di vista, comporterà difficoltà applicative, e a valanga effetti disastrosi sui cittadini.

Il funzionario che la dovrà applicare avrà paura delle conseguenze (ben minacciate dalla legge in questione, ad esempio), e si comporterà in modo ondivago e diverso in relazione alle varie amministrazioni, rallenterà il lavoro, creerà sconcerto, malumore, disagio concreto nella vita dei cittadini, che si convertiranno spesso in mancate erogazioni di denaro, sofferenze economiche, ricorsi e contenzioso, che a loro volta si rifletteranno in danno per l’erario, ovvero alle tasche di tutti, con il pagamento di spese legali, risarcimento del danno e interessi.

In questo articolo, ancora, a proposito del taglio al sostegno dei disabili, avevamo solo ipotizzato un altro caso che grida vendetta, e solo immaginato quanto lo Stato perde ogni giorno in sofferenza, drammi personali, e lesioni inimmaginabili al bilancio, ai soldi di tutti (che non sono minacciati solo dallo spread).

Potrei continuare a lungo.

I giornalisti anticasta la chiamerebbero burocrazia, incolpando, come sopra, il politicante ricco e l’infermiere povero in un unico calderone.

Più semplicemente, dovrebbe chiamarsi ignoranza.

Allora, se le parole sono importanti, se la forma è sostanza, sarebbe importante, per tutti, riconoscere il giusto valore alle parole, alle regole, alle leggi, al diritto, studiare quello che non si conosce, considerare importante anche quello che non si sa, e difficile quello che non si conosce, con rispetto.

Magari anche la burocrazia da domani diventa “facile” come sfornare una pizza.

 

 

 

 

 

Un pensiero su “La burocrazia degli ignoranti

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