La Corte Costituzionale sul divieto di monetizzazione delle ferie

Il tema ricorrente del divieto di monetizzazione delle ferie si arricchisce di un nuovo capitolo, forse dal valore maggiormente dirimente rispetto ai precedenti interventi.

La vicenda, lo ricordiamo, è stata recentemente ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere è intervenuta a proposito della questione. La pronuncia, n. 20 dell’11 novembre 2013, effettua un’utile disamina della normativa attuale in tema di possibile monetizzazione delle ferie; nel richiamare l’art. 5 del DL 95/2012 (Spending review), che al comma 8 aveva introdotto il rigido divieto di monetizzare le ferie “in ogni caso” queste residuassero, il parere propende  per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti.

Conformemente al parere della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), la Corte è orientata ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, si ricorda, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi  in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).

Una interpretazione conforme ai pareri ministeriali citati, che tuttavia stride con un dettato normativo, lo ripetiamo anche in questa sede, estremamente rigido e chiaro, che non ammette deroghe, che elenca alcuni casi a titolo di esempio tendenti ad escludere qualsiasi possibilità di deroga.

Una interpretazione, inoltre, discutibile anche nel merito. In alcuni casi, infatti, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle  dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano.

Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.

Pareri e sentenze, nel sistema delle fonti, non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.

Di recente, tuttavia, è intervenuta la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato).

E’ molto strano che la Corte Costituzionale, a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.

Ciò vuol dire che,  motivando adeguatamente l’atto di liquidazione, nei casi prescritti ed in presenza di un’interpretazione conforme a due pareri ministeriali, alla Corte dei Conti, financo alla Corte Costituzonale, in linea con il diritto comunitario e costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, la corresponsione delle ferie residue nei casi indicati dai pareri ministeriali è ipotesi praticabile, che dovrebbe porre al riparo da possibili conseguenze negative per l’inottemperanza ad obblighi di legge.

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