Lavorare gratis, lavorare tutti. Le prime misure “per” i giovani del Governo Letta

I tirocini formativi nella pubblica amministrazione sono ipotesi già prevista e praticata da anni nelle articolazioni dello Stato, grazie alla legge 196/1997 in primo luogo e alla disciplina di attuazione recata dal D.M. 142/1998.

Negli anni, la poca attenzione alla corretta gestione di questi rapporti di lavoro anomali e la crescente disoccupazione che ha creato come conseguenza l’aumento della domanda per svolgere un’esperienza lavorativa purchessia, ovvero a prescindere da qualsivoglia retribuzione (anche sotto forma di rimborso spese), ha causato le ovvie distorsioni dell’istituto, trasformato in impiego di manovalanza a zero o basso costo invece che occasione concreta per arricchire il curriculum o ambire ad una stabilizzazione del rapporto di lavoro.

Anche per questo motivo è intervenuta la riforma del lavoro denominata riforma Fornero dal Ministro allora (pochi mesi fa) competente, tendente non solo a “liberalizzare” (diciamo così) la disciplina dei licenziamenti, motivo per cui è rimasta nell’immaginario collettivo dei più, ma anche ad inserire qualche cauta tutela nei confronti dei prestatori di lavoro.

Nell’art. 1 comma 34 della legge 92/2012 si prevede infatti l’inserimento di una “congrua indennità” a favore di chi svolge tirocini formativi, e la norma è rinforzata dal comma successivo, che introduce una sanzione fino a 6.000 euro per coloro che tale indennità non corrispondano.

Nel gennaio 2013, in attuazione di questa norma, è intervenuto un accordo in sede di Conferenza Stato Regioni, che disciplina le Linee guida in tema di tirocini formativi (valevoli per soggetti pubblici e privati) disegnando un sistema minimo di tutela, integrabile con disposizioni di maggior favore da parte delle Regioni e delle Province autonome, competenti in materia. L’accordo, proprio al fine di prevenire e limitare gli abusi insiti nell’istituto e perpetrati a mani basse negli ultimi anni, prevede alcune misure di tutela, quali ad esempio:

– la durata non superiore a sei mesi (tranne per il caso di lavoratori da reinserire nel mondo del lavoro e disabili, per cui può prevedersi un termine più lungo);

– il rispetto delle garanzie assicurative per gli infortuni sul lavoro presso l’INAIL e di responsabilità civile verso terzi presso idonee compagnie di assicurazione;

– la definizione di un numero massimo di tiorocinanti in relazione al personale occupato a tempo indeterminato;

– la previsione di una indennità minima di euro 300, passibile quindi di aumento e finalizzata, si ribadisce, ad evitare un uso distorto dell’istituto.

Bene.

In attesa dell’attuazione concreta di tali disposizioni, nella brama di ambire ad uno stage finalmente retribuito, nella speranza che le Regioni legiferino con misure anche più benevole nei confornti dei giovani, magari laureati, senza lavoro, arriva il decreto del fare.

Che “fa”, evidentemente, senza tener in minima considerazione quanto detto, premesso e prescritto.

Nel capo II del decreto, corrispondente per la precisione dal decreto legge 69 del 22 giugno appena pubblicato, emerge di luce propria l’art. 73, in base al quale il laureati in giurisprudenza con una media in determinati esami di almeno 27/30 in alcune materie ed un voto di laurea di almeno 102/100 (una platea limitata per merito, diciamo), possono “ambire” ad esercitare uno stage presso gli uffici giudiziari di varie giurisdizioni.

Lo stage suddetto dura 18 mesi (ma non si era detto 6?) non dà diritto ad alcun compenso come dispone il comma 8 (ma non si era detto che era obbligatoria l’indennità, pena una salata sanzione per chi non scuciva neanche quella?) e comporta il diritto al riconoscimento di un anno per il compimento della “pratica” forense (che invece dà luogo ad un rimborso, pur parziale, come prevede la legge di riforma) e notarile e dà punteggio nei concorsi pubblici, a parità di merito, oltre a valere come l’abilitazione alla professione forense esclusivamente per la nomina a giudice di pace. Ovviamente, il tirocinio in questione non comporta alcun tipo di rapporto di lavoro nè in costanza di nè successivamente allo svolgimento.

Tra il dire e il “Fare”, passa la volontà di far finta di nulla delle competenze regionali neanche citate, dela Riforma Fornero e dell’Accordo in Conferenza Unificata, completamente ignorato.

Operazioni rese possibili dal colossale silenzio dell’informazione, che anche in questo caso si fa riconoscere per la completezza e la coerenza intrinseca. Nei commenti al decreto del fare, infatti., non risulta l’inserimento della rivoluzionaria e finalmente risolutiva per i giovani laureati disoccupati innovazione (leggiamo qui), mentre a proposito di stage formativi, addirittura si prefigura, nel prossimo Consiglio dei Ministri, la previsione di contribuire con 500 euro di indennità a favore di chi voglia (debba, o non abbia altre possibilità) intraprendere un tirocinio.

Questo quando si tratta di parlare.

Nell’attesa che i giovani laureati in giurisprudenza si mettano in fila per caricarsi, gratis, i faldoni nei tribunali svuotati di impiegati bloccati dal turn over, nei fatti, con norme imperative, si FA, altro che storie.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Inserisci il risultato dell\'operazione *