Le parole sono importanti

C’è stato un tempo che oggi sembra lontanissimo in cui si sono succedute una serie di riforme, la legge 241 e la 142 (due leggi del Parlamento, incredibile) del 1990 su tutte, in cui effettivamente si aveva l’impressione che qualcosa si stesse mettendo in moto per rendere l’amministrazione pubblica meno elefantiaca, il rapporto con il cittadino più semplice e immediato, la cognizione di sé del funzionario pubblico più dignitosa e consapevole del proprio ruolo.
Uno spiraglio di luce, a cavallo tra i primi anni ’90 e l’avvento del nuovo secolo, in cui la parola “efficienza” sembrava poter essere un esito raggiungibile e non solo un termine aggiuntivo nelle leggi e nei decreti.

In quell’epoca si fece lo sforzo di semplificare il rapporto tra amministrazione e cittadini, dotando ogni articolazione degli Uffici Relazioni con il Pubblico, avviando strumenti operativi e partecipati di semplificazione (ricordo il progetto “Cantieri” della Funzione Pubblica) e inaugurando un processo di semplificazione del linguaggio, anche con la nascita dei “comunicatori pubblici”, coadiuvati dalla legge 150/2000 e dal decreto di attuazione n. 422 del 2001.

Il processo si avvalse di una serie di documenti istituzionali, recanti per la prima volta nel mondo dell’amministrazione regole per limitare il “burocratese” e semplificare il linguaggio nella redazione dei testi, degli atti amministrativi, del linguaggio delle amministrazioni in generale.

Tra queste regole, rilievo particolare assume la raccomandazione stringente di evitare l’uso di tecnicismi e termini stranieri, e di preferire un linguaggio piano e comprensibile, comunque in lingua italiana.
Lo ricordano:
-Il Codice di stile del Dipartimento Funzione Pubblica del 1993, per cui “…E’ preferibile sostituire tali parole con parole italiane (ad esempio fare leggi al posto di legiferare, capo progetto al posto di project manager). Se una semplice sostituzione non è possibile, utilizzare una circonlocuzione contenente parole del linguaggio comune (vocabolario di base)…”;
– La Circolare Presidenza del Consiglio dei Ministri del 2 mag 2001 – Guida alla redazione testi normativi – “…Sono evitati i termini stranieri, salvo che siano entrati nell’uso della lingua italiana e non abbiano sinonimi di uso corrente in tale lingua. La parola straniera assunta nella lingua italiana è usata esclusivamente al singolare, salvo i casi già entrati nell’uso”;
– La Direttiva Presidenza del Consiglio dei Ministri, Funzione Pubblica del 8 maggio 2002 “…Analogamente, le parole straniere e i latinismi vanno evitati ove sia in uso l’equivalente termine in lingua italiana. E’ ormai frequente il ricorso a termini tecnici propri della societa’ dell’informazione e dell’elettronica: da evitare se ve ne siano di equivalenti nella lingua italiana…”.

L’intervento di pochi giorni fa del Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione Filippo Patroni Griffi (titolare del dicastero pienamente coinvolto nel processo di riforma di qualche anno fa) in occasione della conferenza OCSE sulle riforme strutturali in italia, intitolato “Il settore pubblico”, ci riporta alla dura realtà schizofrenica che spesso riguarda chi deve applicare le norme, figurarsi le circolari, i manuali e le direttive.
Nel documento infatti i termini in inglese ricorrono 13 volte, e tuttavia questo non basta ad inficiare la bontà di un operazione non si sa se ancora attuale ma certamente apprezzabile.

Inoltre, si ripetono altrettanto spesso (ricordiamolo, dal Ministro che si occupa della Pubblica Amministrazione e in un documento intitolato “Il settore Pubblico), i termini “impresa” ed “azienda”, mentre, sul finire del documento, viene riportata la preoccupazione di operare per il ringiovanimento del personale pubblico, proprio per corrispondere ai desiderata dell’OCSE.

Il rammarico per la platea dei dipendenti pubblici che invecchia, che è composta da vecchi babbioni e carampane, e i buoni propositi per il ringiovanimento, provengono da una voce del medesimo Governo che ha innalzato di colpo l’età pensionabile di un quattro anni buoni e insieme praticamente bloccato il turn over del personale.

Perlomeno questa, di disarmonia (si apprezzi l’eufemismo), non ci riguarda.

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