Mobilità esterna nel pubblico impiego. Fattispecie ed effetti.

La magistratura contabile si è lungamente occupata delle procedure di mobilità esterna, argomento sovente trattato per i rilievi ai fini del contenimento della spesa pubblica e delle possibilità concesse al datore di lavoro di operare nella legittimità.

La Corte dei Conti (es. sez. controllo Lombardia 287/2015), reitera spesso consolidata giurisprudenza, per cui la mobilità tra enti diversi è libera perché non genera variazione della spesa complessiva, risolvendosi in un mero trasferimento di una unità di personale da un comparto ad un altro (operazione neutrale dal punto di vista della finanza pubblica). Le molteplici pronunce susseguitesi sul tema hanno confermato che la fattispecie di cui trattasi si ascrive a quella di cessione di contratto, che implica una immissione nell’ente di accoglimento senza soluzione di continuità, caratteristica che, come vedremo, è foriera certamente di aspetti positivi per il lavoratore.

Anche da parte datoriale, non dottrinale o sindacale, l’ARAN, con parere RAL 1848 del maggio 2016 e in proposito di preavviso in connessione con un processo di mobilità tra enti, ha ribadito come “la durata del periodo di preavviso, nel caso in esame, ai sensi dell’art.12 del CCNL del 9.5.2006, debba essere calcolata con riferimento all’anzianità di servizio maturata sia presso l’ente presso il quale il dipendente attualmente lavora, sia presso la diversa amministrazione di provenienza, prima del trasferimento…” rammentando poi che “in base alle previsioni dell’art.30 del D.Lgs.n.165/2001, in tutti i casi di mobilità di personale tra enti o amministrazioni pubbliche, il rapporto di lavoro del dipendente non si estingue ma continua con gli stessi contenuti e con le medesime caratteristiche con un nuovo e diverso datore”.

Anche la Corte di Cassazione, nella sua funzione tutrice del diritto e di massima interprete delle leggi, è intervenuta sul punto più volte. Solo a titolo di esempio, con la sentenza 8617/2016 la Corte ha stabilito che il passaggio diretto tra amministrazioni, ai sensi dell’art. 30 sopra ricordato, è assimilato alla fattispecie di cessione di contratto, con mantenimento del trattamento economico goduto nell’amministrazione di provenienza e dell’anzianità acquisita. La Corte ha rammentato, come già più volte in passato, anche il tradizionale divieto di reformatio in pejus per i lavoratori, che, peraltro, giustifica il mantenimento del trattamento più favorevole, ricordando che non è consentito alle amministrazioni disporre trattamenti economici in violazione di legge o dei contratti.

E’ evidente che nel silenzio della legge, che non può normare ogni singola situazione ma per regola per situazioni generali ed astratte, la giurisprudenza assume un ruolo privilegiato di indicazione per l’interprete, soprattutto se le interpretazioni si consolidano in un’unica direttrice generalmente seguita.

Non ci si dimentica, comunque, che nel nostro sistema ordinamentale di civil law il precedente giurisprudenziale, a differenza che nei sistemi di c.d. “case law”, non è idoneo a formare diritto inoppugnabile; tuttavia, ci sono dei casi dove la generale tendenza del diritto applicato, peraltro perseguita con univocità anche da magistrature diverse, viene suffragata da un’interpretazione, diremmo, quasi insindacabile.

Ebbene, proprio nel caso di specie sono intervenute le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, ovvero il supremo organo interpretativo della legge. Le Sezioni Unite, ad opera del processo di riforma del d. lgs. 40 2006 sul codice di procedura civile, art. 374, vedono assegnato un potere maggiore delle sezioni semplici (che per discostarsi dai precedenti delle sezioni Unite, debbono rimettere, con provvedimento motivato, la decisione alle stesse), e si pronunciano, inoltre, su questioni di particolare importanza.

Se le sezioni semplici della Corte di Cassazione sono così limitate dal pronunciarsi, sic et simpliciter, in maniera difforme dalle Sezioni Unite, qualsiasi interprete o operatore del diritto, in sede datoriale, sindacale, di studio o applicativa, trova certamente inibita una interpretazione contrastante con i principi di massima enucleati dalle Sezioni Unite stesse.

In relazione all’argomento di specie, con la sentenza n. 26420 del 2006, le Sezioni Unite, sul punto del trasferimento per mobilità tra pubbliche amministrazione e sul mantenimento dei diritti acquisiti connessi all’anzianità di servizio maturata nell’ente di provenienza, enuncia principi fondamentali, che testualmente si riportano di seguito:

  1. a) l’espressione “passaggio diretto” non qualifica un particolare tipo contrattuale civilistico, ma solamente, nel campo laboristico privato, l’esenzione dall’obbligo di assunzione tramite ufficio di collocamento, e, nel campo pubblicistico, un particolare strumento attuativo del trasferimento del personale, da una amministrazione ad un’altra, che necessita di essere inquadrata negli schemi dominatici generali. Con tale espressione, e con l’altra analoga di mobilità, si indicano fenomeni giuridici diversi, che necessitano di una definizione individuale sulla base della disciplina positiva concreta del fenomeno; …
  2. b) in entrambi i casi, è richiesto un accordo trilaterale, ma il contenuto ne è profondamente diverso; infatti nel settore privato vi è libertà del nuovo datore di lavoro di determinare le condizioni essenziali del rapporto di lavoro (mansioni, trattamento economico), mentre la mobilità nel settore pubblico è soggetta a vincoli quanto a conservazione dell’anzianità, della qualifica, del trattamento economico;
  3. c) la dottrina amministrativa, già sotto la vigenza del Lgs. n. 29 del 1993, aveva qualificato in maniera pressochè unanime tale fenomeno, denominato nel testo legislativo passaggio diretto, come modificazione meramente soggettiva del rapporto, con continuità del suo contenuto, e quindi come cessione di contratto;
  4. d) tale qualificazione sembra corretta alla luce del tipo contrattuale delineato nell’art. 1406 cod. civ., e della giurisprudenza di questa Corte. Infatti la cessione del contratto, ammissibile anche per il contratto di lavoro (Cass. 6 novembre 1999 n. 12384), comporta il trasferimento soggettivo del complesso unitario di diritti ed obblighi derivanti dal contratto, lasciando immutati gli elementi oggettivi essenziali (Cass. 5 novembre 2003 n. 16635, Cass. 6 dicembre 1995 n. 12576, Cass. 9 agosto 1990 n. 8098);
  5. e) tale qualificazione riceve conforto dalla 28 novembre 2005, n. 246, art. 16, il quale, nel modificare il D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, art. 30 pur mantenendo la rubrica di “passaggio diretto”, nel testo della norma parla testualmente di “cessione del contratto”, così offrendo un elemento per la interpretazione dell’espressione atecnica “passaggio diretto” anche per il passato;
  6. f) riceve altresì conforto da specifiche disposizioni normative precedenti, le quali si giustificano nell’ambito di tale qualificazione giuridica. Così, ad es. il P.R. 13 maggio 1987, n. 268, art. 6, comma 23, (Norme risultanti dalla disciplina prevista dall’accordo sindacale relativo al comparto del personale degli enti locali), … dispone espressamente che il personale trasferito a seguito di mobilità è esente dall’obbligo del periodo di prova, purchè abbia superato analogo periodo presso l’ente di provenienza. E il D.P.C.M. 16 settembre 1994, n. 716, art. 18 (regolamento della mobilità dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, che si applica anche ai dipendenti non collocati in disponibilità) dispone la conservazione della anzianità maturata e del trattamento economico, se più favorevole.

Alla luce di quanto richiamato, pare evidente la indiscussa equiparazione del personale trasferito per mobilità al restante personale dipendente, in termini di riconoscimento di anzianità pregressa e di ogni diritto alla stessa anzianità correlato, ponendosi ogni atto eventualmente difforme in violazione di norme di legge.

Si rammenta infatti quanto disposto, alla luce di quanto sopra trattato, dall’art. 45 comma 2 del D. Lgs. 165/2001, per cui 2. “Le amministrazioni pubbliche garantiscono ai propri dipendenti di cui all’articolo 2, comma 2, parita’ di trattamento contrattuale e comunque trattamenti non inferiori a quelli previsti dai rispettivi contratti collettivi”.

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