Pubblico impiego: il gelido esordio del Governo Letta

Molti organi di stampa hanno dato risalto (a titolo di esempio repubblica.it,) nei giorni scorsi, alle parole del Ministro per la Pubblica Amministrazione appena insediato, D’Alia, a proposito del “minacciato” e incombente blocco della contrattazione nel pubblico impiego anche per il 2014.

L’esordio non è stato incoraggiante: nel prevedere la certa proroga del blocco contrattuale ormai operante da anni (si dice generalmente dal 2010, in realtà perdurante anche da periodi più lunghi in relazione ai diversi comparti, che possono risalire, come nel caso degli enti locali, a distanze ben più lunghe), il Ministro si lascia andare ad alcune considerazioni, meritevoli di qualche riflessione.

E’ un grosso sacrificio, come quello che stanno facendo tutti gli italiani“.

Le contrapposizioni, ugualmente ai paragoni, non sono mai utili negli approfondimenti che riguardano la società sia a livello macroscopico, sia nelle mille stratificazioni personali ed economiche nello specifico; possono arrivare alle banalizzazioni pericolose e settarie di recente rinnovate da “approfondimenti” politici che dividono i lavoratori in classi e che non è nemmeno il caso di citare. Ma anche qualora si volesse considerare chi lavora per lo Stato non ancora toccato dalla crisi e quindi destinatario, solo oggi, del sacrificio proprio perché finora esonerato, è il caso di precisare qualche banale osservazione.

La prima essendo che i lavoratori dello Stato non sono esenti dall’aumento della tassazione (anzi, come lavoratori dipendenti beneficiano dell’indubbio vantaggio di essere decurtati mensilmente di una buona metà dello stipendio direttamente dalle efficienti mani dello Stato) pagano l’IMU e soffrono dell’aumento della benzina e dei trasporti estattamente come gli altri, subiscono anziani malati e figli disoccupati con uno stipendio miserevole, come tutti.

Come noto, il Ministro D’Alia beneficia del grande apporto, tecnico e culturale, dei sottosegretari Micchiché e Biancofiore (l’onorevole destinata alla Pubblica Amministrazione dopo la “destituzione,”, pare per dichiarazioni improvvide, dalle Pari Opportunità), e quindi solo per nostra opportuna conoscenza ricordiamo quali sono le misure, da anni perduranti ed ancora in atto, che i lavoratori dello Stato conoscono bene, evidentemente non ancora considerati sacrifici da hchi li governa.

Il Governo tecnico infatti ha prima di tutto mantenuto l’operatività di alcune riforme dell’Esecutivo precedente mirate al contenimento della spesa pubblica con conseguenze sul reddito dei dipendenti: sono state mantenute le norme “punitive” nei confronti delle assenze per malattia (decurtazioni economiche in caso di patologie anche gravi, è stato mantenuto il regime di reperibilità in fasce orarie ben più ampie che nel settore privato), non hanno subito temperamenti i limiti del turn over nelle amministrazioni,  e perdura da anni l’esclusione del settore pubblico dalle misure di detassazione del salario di produttività previste invece, da anni appunto (e oggetto di ulteriore proroga per il 2013 con il DPCM del 22 gennaio) per i lavoratori privati.

Contestualmente, con il decreto sulla revisione della spesa il Governo tecnico ha dato l’avvio alle procedure per ridurre le dotazioni organiche nel pubblico impiego (10% per il personale non dirigenziale e 20% per il personale dirigenziale) e adottato alcune misure di sospetta incostituzionalità e complicata, e foriera di certo contenzioso, applicabilità: è il caso del divieto di monetizzare le ferie, più volte soggetto ad intepretazioni ministeriali e giurisprudenziali, e nella pratica comportante (nonostante pareri ministeriali contrastanti con la legge) il divieto di monetizzare le ferie anche in caso di morte oppure in ipotesi di preavviso, tanto per fare degli esempi.

Anche la riforma Fornero ha avuto effetti sul pubblico impiego, in senso negativo per i settore pubblico: il congedo obbligatorio del lavoratore padre infatti, previsto dalla riforma per la totalità dei lavoratori dipendenti,  è stato inibito ai lavoratori pubblici sulla base di un parere restrittivo (ad avviso di chi scrive assai discutibile nel merito) reso da un dirigente della Funzione Pubblica, immediatamente recepito dall’INPS.

Un altro caso in cui l’interpretazione di funzionari ministeriali di fatto determina l’applicazione di benefici di legge, in assoluto contrasto con la gerarchia delle fonti del diritto. Oggi quindi, tutti i lavoratori dipendenti padri beneficiano di un giorno di congedo obbligatorio, tranne i lavoratori dello Stato, poiché così ha deciso il Capo Dipartimento Funzione Pubblica insieme al Direttore generale dell’INPS.

A puro titolo di dimostrazione dall’esonero dal sacrifizio, citiamo il comunicato ARAN sulle retribuzioni di qualche giorno fa: come di consueto, i dato relativo al pubblico impiego restituiscono valori NULLI (la frase è rirpotata nei termini esatti usati dall’ARAN).

Infine, sempre come indicazione dei benefici ben lontani dai sacrifici prestati uniformemente sul territorio nazionale da tutti quanti non siano lavoratori dello Stato, ricordiamo che per disposzioni costituzionali e normative susseguenti (ancora in vigore dal 1957, come nel caso di specie) ai lavoratori dello Stato (diversamente dagli altri lavoratori) è fatto divieto di esercitare in moltissime ipotesi una seconda attività; chiunque volesse arrotondare le magri entrate residuali dopo anni di blocco contrattuale e potesse, che so, aiutare il cugino edicolante di domenica (chiaramente al di fuori dell’orario di lavoro), non lo potrebbe fare, pena il licenziamento, perché in moltissimi casi il lavoro alle dipendenze dello Stato è ancora considerato “esclusivo”.

Le risorse…non ci sono perché il governo ha altre priorità come lavoro e fisco“.

In claris non fit interpretatio, ci insegnavano all’Università. Dalle parole del Ministro, apprendiamo che un conto è parlare del pubblico impiego, tutt’altra cosa è il lavoro.

Abbiamo una P.a. in cui i dipendenti giovani sono pochi, l’organizzazione anche territoriale del settore pubblico non è equilibrata, c’è un deficit di formazione, ma nonostante tutto questo abbiamo grandi professionalità, risorse umane che vanno incentivate e separate da chi invece non ha voglia di far nulla“.

Assolutamente condivisibile l’annotazione relativa al’invecchiamento della Pubblica Amministrazione e alla necessità dell’avvento di forze nuove selezionate su criteri trasparenti e meritocratici. Attendiamo quindi che il Ministro, come necessaria conseguenzialità alle sue parole, intervenga sul pericoloso effetto che il blocco del turn over, insieme al rinvio secco dell’età pensionabile di circa quattro anni disposto dal precedente Governo tecnico, ha comportato sul Pubblico Impiego: l’invecchiamento sistematico e progressivo della forza lavoro nella Pubblica Amministrazione.

Nel frattempo, in controtendenza creativa con queste affermazioni, il Dipartimento Funzione Pubblica ha diramato questo parere. In risposta alla richiesta dell’INPS sul comportamento da tenere relativamente alle quote di disabili e centralinisti non vedenti da assumere obbligatoraimente in base alla legge 68/99, si richiedeva che comportamento tenere in relazione ala incapienza delle piante organiche determinata dalla riduzione ex lege delle stesse, e quindi dalla impossibilità materiale di procedere a nuove assunzioni, anche obbligatorie.

Ebbene, la Funzione Pubblica ha chiarito che la mancanza di posti in pianta organica determina la sospensione delle assunzioni obbligatorie, ma che, non appena si verifichino le condizioni necessarie (i primi posti disponibili) essi vanno coperti con assunzioni obbligatorie, destinate e non vedenti e disabili.

E’ forse politicamente scorretto affermare che una disciplina di blocco del turn over di anni insieme ad una immodificabilità delle assunzioni obbligatorie dei disabili non può assicurare alcun tipo di ricambio “giovanile” e meritocratico?

Immaginiamo di sì, e comunque, che importa? Non stiamo mica parlando di lavoro.

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