Pubblico impiego: un altro tassello impedisce la fruizione dei diritti

Poco tempo fa su queste pagine avevo commentato della iniqua preclusione, per i dipendenti pubblici, di fruire del congedo obbligatorio per il padre introdotto dalla legge Fornero (L. 92/2012).. Si tratta della possibilità concessa a tutti i dipendenti, pubblici e privati, di fruire di un giorno obbligatorio (retribuito) e di due facoltativi di permesso per la nascita del figlio; la norma prevedeva che il Ministro competente dovesse armonizzare il regime di lavoro pubblico (ovvero quello privatizzato da anni) alle nuove norme, pur applicandosi la stessa disciplina, nei principi, anche ai pubblici impiegati.

Tanto bastò perché La Funzione Pubblica “chiarisse” (con un parere reso ad una sola amministrazione) che fintantoché non fossero state emanate le norme di dettaglio, il principio non valeva per i dipendenti pubblici; di conseguenza, l’INPS si adeguò a questa interpretazione restrittiva, e stabilì (sempre con parere) che non fosse applicabile la disciplina dei congedi rinnovati per i lavoratori pubblici padri.

Nel silenzio assordante dei sindacati, dal Ministero non è intervenuta alcuna normativa di dettaglio, non sia mai, e i diritti dei lavoratori padri sono inibiti ai lavoratori pubblici, sulla base di pareri (neanche lontanamente paragonabili alla legge, ma negli ultimi anni assurti a valore fondante dei diritti dei lavoratori) e non di atti normativi.

Oggi un altro tasello si aggiunge al regime della reformatio in pejis a colpi di interpretazioni ministeriali.

Con il parere reso il 7 ottobre 2010 ad una Università, la Funzione Pubblica interviene nuovamente  a proposito dei congedi parentali, ovvero quei congedi spettanti a tutti i lavoratori, pubblici e privati,  previsti dal decreto legislativo 151/2001. Questo decreto, in particolare, prevede al comma 1bis dell’art 32 (modificato dalla legge 228/2012, art. 1 comma 339 lett. a)), che il congedo parentale spettante fino agli otto anni di vita del bambino (la c.d. “maternità facoltativa”, per intenderci), possa essere fruito anche su base oraria, e che le modalità concrete di fruizione siano previste dalla contrattazione collettiva.

Ebbene, per il noto principio del favor prestatoris, letto al contrario ai tempi della negazione dei diritti dei lavoratori, nel settore pubblico tale “privilegio” non si applica, poiché “i contratti” dice la Funzione Pubblica “non hanno ancora provveduto al recepimento di tale norma“.

Cosa che i contratti, pur personalizzati ad assumere essi stessi, come leggiamo, potere autonomo di redazione e di firma, non avrebbero potuto prevedere in alcun modo, essendo stati bloccati dai vari Governi degli ultimi anni e inibiti nel loro spiegamento di effetti anche normativi, com espressamente ricordato di recente dallo stesso Ministero.

L’ultimo blocco contrattuale, deciso per tutto il 2014, è stato annunciato infatti come decisione assunta dal Consiglio dei Ministri nei primi giorni di agosto; il decreto non è ancora operativo poiché siede, nell’indifferenza di tutti e per motivi sconosciuti, in attesa di pubblicazione nelle segrete stanze del Quirinale.

E’ datato 4 settembre ma ancora non pubblicato, quindi non esistente, come visibile sul sito del Quirinale.

Sulla base di un decreto ancora oggi inesistente, già due mesi fa, tuttavia, sul sito del Ministero per la semplificazione e la Pubblica Amministrazione veniva dato atto della sua approvazione in seno al Consiglio dei Ministri, e annunciato che “su proposta dei Ministri D’Alia e Saccomanni è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il D.P.R. che permette di aprire  nel pubblico impiego la contrattazione per la sola parte normativa.  Il Governo ha tenuto conto del parere espresso dalle commissioni parlamentari”.

Il contenuto del comunicato è palese: omettendo con grazia il passaggio, evidentemente di una certa volgarità, relativo ai soldi, il comunicato annuncia la ripresa della contrattazione perlomeno dal punto di vista normativo, implicitamente ammettendo che la stessa fosse bloccata fino ad oggi proprio per il blocco contrattuale imposto dal Governo.

Ebbene oggi lo stesso Ministero inibisce la fruizione di un diritto per colpa della contrattazione “ferma”, ferma perché gli stessi Ministri che la Pubblica Amministrazione governano l’hanno bloccata.

Come dire, che se il popolo ha fame, che se la mangi una brioche.

Tutti questi provvedimenti eviedenziano una possibile incostituzionalità per disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e privati, che si aggiunge alle altre, ormai numerose, più volte elencate.

Tuttavia, la Corte Costituzionale non si esprime sui pareri ma sulle leggi: e come si tutelano i diritti se sono inibiti dai pareri e non dal legislatore?

Il silenzio è assordante sul punto, e la stessa Corte Costituzionale, ad oggi, è ferma nella pubblicazione delle sentenze al luglio 2013.

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