Sentimental corner: quando esisteva il favor prestatoris

Uno degli esami che ho preferito in assoluto studiare e sostenere è stato diritto del lavoro.
I testi studiati ahimè nel mesozoico, infatti, recavano la romantica visione del lavoratore come soggetto di diritto, assoggettato a doveri ma anche ad una serie di tutele che oggi i commentatori di solito al soldo dei contributi pubblici usano chiamare “privilegi”.
Un sistema di diritti che confluiva nello Statuto dei lavoratori, e non solo, che nei (numerosi) momenti di astrazione e/o distrazione ti faceva sovvenire alla mente nonno partigiano, Tina staffetta, macchinista ferroviere ed altre immagini romantiche e, una volta tornata sulle righe sottolineate, quantomeno rendeva l’idea di essere parte di un sistema equo, funzionante, insomma “respirabile”.
Uno di questi principi era il “favor prestatoris”, un verio principio generale del diritto, un canone ermeneutico per cui, assodato lo stato di subalternità del lavoratore nei confronti del datore di lavoro, le nrome dovevano interpretarsi nel senso più favorevole alla parte, appunto, più debole.
Il principio è recato peraltro:
– dallo Statuto dei lavoratori, che all’art. 40 comma due prescrive che “Restano salve le condizioni dei contratti collettivi e degli accordi sindacali piu’ favorevoli ai lavoratori”;
– dall’art. 2078 codice civile, per cui “…gli usi più favorevoli ai prestatori di lavoro prevalgono sulle norme dispositive di legge…”;
– da altre norme di favore per il lavoratore, come l’art. 2113 codice civile secondo comma, che dispone “Le rinunzie e le transazioni (1966), che hanno per oggetto diritti del prestatore di lavoro derivanti da disposizioni inderogabili della legge e dei contratti o accordi collettivi concernenti i rapporti di cui all’art. 409 Cod. Proc. Civ., non sono valide”;
e da numerose interpretazioni dottrinali e giurisprudenziali conformi.
Gli interventi degli ultimi anni in materia di lavoro, e in particolare di pubblico impiego, tolgono ogni dubbio all’operatore del diritto che si trovasse in difficoltà ad applicare norme più o meno peggiorative per il lavoratore in sede di interpretazione, poiché semplicemente eliminano (posti di lavoro), decurtano (la busta paga se ti ammali), bloccano (il contratto mentre l’inflazione galoppa e la tassazione strangola), senza stare troppo a disquisire, che da perdere non c’è il tempo, ma i diritti.
Tuttavia qualche margine di interpretazione rimane, nel mare immenso della decretazione di urgenza continuata e reiterata degli ultimi mesi.
E’ il caso del divieto assoluto di monetizzare le ferie, che ho trattato qui, e sulla rivista dedicata al mondo della scuola con cui collaboro.
A norma dell’art. 5 comma 8 del decreto spending review, infatti le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale delle amministrazioni pubbliche “sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilità, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di età. Eventuali disposizioni normative e contrattuali più favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, è fonte di responsabilità disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile.”
Nello stabilire l’assoluta non monetizzabilità delle ferie anche quando il mancato godimento sia indipendente dalla volontà del lavoratore, la norma espone gli uffici del personale e i lavoratori a delle gravissime conseguenze, non si sa quanto ponderate nella stesura del provvedimento.
Conseguenze che toccano:
– i diritti di chi non puo’ utilizzare le ferie perché malato, e all’atto di cessazione del servizio chieda la monetizzazione, nonostante una recente sentenza della Cassazione, la 11462 del 2012, conformemente alla Corte di giustizia europea del 2009, dichiari la perfetta esigibilità e non rinunziabilità delle ferie non godute per malattia.;
– i precari della scuola, non obbligati da contratto a fruire delle ferie nella periodo della sospensione delle lezioni ma soprattutto, spesso, nella impossibilità oggettiva di fruirne per la brevità del contratto;
– gli eredi dei dipendenti deceduti, che in vita, a fronte dell’ineluttabilità della morte, possono legittimamente accumulare giorni di ferie che si presume di poter fruire in futuro;
– coloro che presentano le dimissioni, i quali durante il periodo di preavviso (che può durare nel pubblico fino a quattro mesi) non possono vedersi concesse le ferie per specifico divieto del codice civile (art. 2109).
E’ evidente che la disciplina recata dal legislatore d’urgenza questa estate pone nel nulla il diritto costituzionalmente garantito alle ferie dall’art. 36 Costituzione, poiché se nell’impossibilità di fruirne esse decadono qualcuno, al lavoratore, le ha negate.
In attesa di auspicabili chiarimenti che prevengano gli inevitabili e affollati contenziosi, compito dell’interprete, che è anche e soprattutto chi gestisce gli uffici del personale, è addivenire ad un’applicazione sistematica, che sia il più possibile conforme alla Costituzione e ai principi del diritto, anche al caro “favor prestatoris”.
Si potrebbe ipotizzare ad esempio, sempre chiedendo conforto agli organi superiori competenti, un’abrogazione implicita della norma che preclude di godere delle ferie durante il preavviso, o ipotizzare modalità anche particolari per far fruire delle ferie il personale precario scolastico.
Non si possono conoscere in quali rovelli si muovano oggi gli uffici del personale dell’ancora (forse per poco) vasta platea di dipendenti pubblici; nel frattempo tuttavia alcune associazioni di categoria si muovono per dare “consigli” ai propri colleghi.
L’Associazione Nazionale Presidi Lazio, al punto 3 di questo articolo di commento al decreto sulla revisione della spesa, pur nella consapevolezza dei possibili contenziosi e della sicura soccombenza delle amministrazioni, opta per un limpido suggerimento: non pagare mai, in nessun caso.
Ponendo definitivamente il principio del favore prestatoris nel cassetto dei ricordi di qualche nostalgico del diritto che fu.

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