Sostegno, tagli e bambini disabili. La battaglia silenziosa delle famiglie.

Nei primi mesi del 2012 scrivevo su Sinergie di Scuola a proposito di una sentenza “storica”, la 2199 del 5 marzo 2012, con cui il Tar Lazio accolse il ricorso di un gruppo di genitori i quali, con un’azione collettiva, ebbero ragione sul Ministero Pubblica Istruzione (e sui singoli Istituti scolastici) per l’assegnazione del sostegno ai figli disabili dell’”equa” misura di insegnanti di sostegno.
La sentenza riconosceva, tra i vari principi il diritto all’”integrazione scolastica degli alunni handicappati con interventi adeguati al tipo e alla gravità dell’handicap, compreso il ricorso all’ampia flessibilità organizzativa e funzionale delle classi…nonché la possibilità di assumere con contratto a tempo determinato insegnanti di sostegno in deroga al rapporto docenti alunni…in presenza di handicap particolarmente gravi
Una sentenza importantissima: nel merito, perché riconosceva i diritti dei bambini disabili sulla strada, conforme, già tracciata da numerose sentenze dei vari Tar italiani, e nella forma, poiché rappresentava uno dei primi casi di ricorso collettivo contro provvedimenti diversi di varie amministrazioni scolastiche, tutti pero’ dal medesimo contenuto, ovvero concedere meno ore di sostegno rispetto a quelle richieste.
Una pronuncia importante anche dal punto di vista sociale, uno dei primi esempi di “class action” in questo ambito, conclusione vittoriosa di un percorso di aggregazione e solidarietà tra scuole e famiglie che si sono incontrate, determinate e tassate autonomamente per ottenere un risultato di vittoria, ma anche per definire un principio inalienabile.
Punto centrale delle numerose, e anche di questa, decisioni dei vari TAR regionali è l’applicazione della sentenza n. 80/2010 della Consulta; una sentenza abrogativa, che come tale elimina le norme impugnate, retroattivamente. Nel caso in questione dispone la sentenza che “…le disposizioni impugnate sono, pertanto, illegittime nella parte in cui, stabilendo un limite massimo invalicabile relativamente al numero delle ore di insegnamento di sostegno, comportano automaticamente l’impossibilità di avvalersi, in deroga al rapporto tra studenti e docenti stabilito dalla normativa statale, di insegnanti specializzati che assicurino al disabile grave il miglioramento della sua situazione nell’ambito sociale e scolastico”.
Di conseguenza la Corte ha dichiarato l’lllegittimità costituzionale:
– dell’art. 2 comma 413 della legge 244 2007, dove fissa un limite massimo al numero degli insegnanti di sostegno;
– del successivo comma 414 della medesima legge, dove esclude la possibilità, già prevista dalla legge 449/1997, di assumere insegnanti di sostegno in deroga anche in presenza in classe di studenti con disabilità grave.

La sentenza e molte altre disposizoni di rilievo europeo e costituzionale, sono alla base delle numerose pronunce dei Tar regionali, che in alcuni casi hanno riconosciuto alle famiglie anche il risarcimento del danno, come la decisione del Tar Sardegna 876/2011.
Questa sentenza riconobbe espressamente “il diritto al ristoro del danno non patrimoniale ex art. 2059 cod. civ., qualificabile nella fattispecie come danno esistenziale“. “Il danno“, continua il giudice amministrativo della Sardegna “è individuabile negli effetti che la, seppur temporanea, diminuzione delle ore di sostegno subita provoca sulla personalità del minore, privato del supporto necessario a garantire la piena promozione dei bisogni di cura, di istruzione e di partecipazione a fasi di vita “normale“”.
Nel caso in questione, vennero riconosciuti 1000,00 euro per ogni mese di mancato sostegno nel rapporto 1/1 da parte dell’amministrazione scolastica.
Di recente il MIUR, con la circolare n. 61/2012, ricorda che “Gli eventuali ulteriori posti in deroga, in applicazione della citata sentenza della Corte costituzionale, vanno autorizzati da parte del Direttore Generale dell’Ufficio scolastico regionale…Considerato che anche i posti di sostegno concorrono a raggiungere l’obiettivo di contenimento della spesa di cui all’art. 64, si confida in una attenta valutazione e programmazione della distribuzione delle risorse al fine di contenere l’istituzione di ulteriori posti entro lo stretto necessario in applicazione della sentenza della Corte costituzionale”.

Norme, circolari, ricorsi, sentenze, numerosissime e tutte di vittoria, eppure le cose non cambiano.

Una ricerca operata sul sito della giustizia amministrativa, riporta dei numeri inquietanti. La ricerca, effettuata tra il tre e il cinque dicembre,  sole tre giornate lavorative, vede il solo TAR Lazio produrre 12 sentenze favorevoli ai genitori ricorrenti, non una contraria, per provedimenti riguardanti il nuovo anno scolastico. Alcune di queste sentenze sono collettive, dunque riguardano decine di genitori e di famiglie.

Solo tre giorni, dodici sentenze in un solo TAR: effettuare una proporzione anche al ribasso, moltiplicata per i 29 TAR dislocati sul territorio nazionale, dà la contezza di cosa stiamo parlando.
Le numerose sentenze sul tema, anche se solo in minima parte concluse anche con una condanna al risarcimento del danno, hanno provocato e continuano a provocare danni erariali consistenti nella resistenza in giudizio e nella condanna alle spese processuali, atteggiamento che deve necessariamente imporre una riflessione (in questo e in altri temi che vedono reiteratamente sentenze di vittoria dei ricorrenti), che eviti il perdurare di sentenze sfavorevoli all’amministrazione.
Tuttavia, si continuano a rincorrere interpretazioni della giurisprudenza amministrativa con esiti vittoriosi che non solo dimostrano la fondatezza delle richieste di legittima assistenza, ma pongono dei banali interrogativi organizzativi e amministrativi, ovvero:
Quanto costa all’amministrazione pubblica, in tempi di revisione della spesa e tagli spietati ai servizi e ai cittadini, perdere continuamente, da parte dello Stato, gli stessi ricorsi, con le stesse argomentazioni?
Quale riscontro negativo comporta ingolfare le aule di giustizia con i medesimi ricorsi, sempre vinti con le medesime motivazioni?
Quale riscontro negativo sulla produttività del paese e della comunità comporta il ricorrere alle aule di giustizia da famiglie con bambini disabili, in termini di tempo, perdita di giornate e occasioni di lavoro, nocumento per gli affetti personali, dispendio di energie e di denaro?
Argomenti che viaggerebbero sul terreno della ordinaria gestione del contenzioso, se non fossero suffragati da questi dati riportati.
Argomenti su cui tacciono tutti, i tecnici che dei numeri si dovrebbero interessare, sforbiciandoli, i sindacati che in tempi di lotta per la scuola grande vantaggio acquisirebbero nel dimostrare quanti soldi si perdono, non solo inutilmente, ma a preciso nocumento delle famiglie e dei bambini disabili, gli insegnanti infine, che accanto alle sacrosante battaglie per le proprie ore lavorative potrebbero argomentare dove si annidano gli sprechi.
Oggi se ne parlava qui, ad esempio, dove si elencano numeri, e mancano quelli delle aule di giustizia, che da soli basterebbero a denunciare l’enormità di un problema, tutto economico.

Perché di questo si tratta, giusto? Di spreco di denaro pubblico, non di tetraparesi, cecità, deficit congitivo, deficit comunicativo, epilessia…Ce lo hanno insegnato i “maestri” degli ultimi anni.
Se di numeri si tratta, impariamo a contarli, e a vedere quanti se ne sprecano, a forza di tagliare sulla pelle delle famiglie.

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